Firenze, l'opera di Marcello Aversa in dialogo con Michelangelo

di Marco Perillo

E' stata inaugurata a Firenze nella basilica del Santo Spirito la mostra del maestro sorrentino Marcello Aversa intitolata «Il canto della Vita». L'opera principale è «Vita semper vincit», un albero della vita in terracotta composto da ottantamila pezzi e alto due metri e trentasette centimetri, esposto nella Sagrestia del Sangallo, in un dialogo silente con il Crocefisso di Michelangelo, capolavoro giovanile del maestro del Rinascimento.

L'opera, con una interpretazione personale, riprende l’antica tradizione del presepe di Pasqua – nato a Napoli probabilmente nel XV secolo –, che rappresenta la vittoria della vita sulla morte.

L’opera poggia alla base su un teschio da cui si sviluppa un albero abitato da varie specie di piccoli animali e insetti. Un tronco, ricco di fiori e di foglie, sembra quasi nascondere e sopraffare le arma Christi, l’insieme dei simboli che rappresentano la Passione di Gesù. Tra questi, una colonna, emblema della flagellazione, accoglie i segni dei “tradimenti”, quello di Giuda, con la borsa dei trenta denari, e quello di Pietro, con il gallo. Allo stesso tempo vi sono rappresentati i destini dei due apostoli, il cappio per Giuda, la chiave e la croce capovolta per Pietro. Poco più in alto sul teschio è raffigurata la Deposizione con putti.

Lungo la verticale, la croce si trasforma dapprima in melo, per accogliere le scene bibliche del Peccato originale e della Cacciata dal Paradiso. Diviene poi un albero ricco di foglie e fiori, sul quale sono disposte alcune scene tratte dalla vita di Cristo: l’Annunciazione, il Sogno di san Giuseppe, la Visitazione, la Natività, la Presentazione al Tempio, la Fuga in Egitto, il Battesimo di Gesù, Gesù che incontra i primi apostoli, e le allegorie di alcuni miracoli: le Nozze di Cana, la Moltiplicazione dei pani e dei pesci, la Resurrezione di Lazzaro.

L’albero si trasforma quindi in una vite dove si alternano uva e mazzetti di grano, per avvicinarci simbolicamente agli ultimi giorni della vita di Cristo. Sull’asse orizzontale della croce è raffigurata l’Ultima Cena, la cui la tavola, dove siedono i dodici apostoli, nasconde vari simboli, come ad esempio il cordone a forma di cappio e il piatto rovesciato, che indicano Giuda.

Al di sopra dell’Ultima Cena, l’albero diventa un ulivo: qui è raffigurata la scena di Gesù nell’orto del Getsemani, nella quale, tra i rami, compare il pellicano, a simboleggiare l’amore gratuito e Cristo stesso. Infine, la scena della Resurrezione, attraverso un’allegoria: Dio accoglie il Figlio mentre è intento a separare i tralci buoni da quelli cattivi, che vengono gettati nelle fiamme ardenti ai suoi piedi.

Nella rappresentazione compaiono otto putti. Il numero otto nella simbologia cristiana ha un forte legame con la Resurrezione di Cristo: l’octava dies (ottavo giorno) è il “nuovo giorno” in cui il Cristo risorto porta la Salvezza all’umanità credente. Ognuno dei putti è caratterizzato da un simbolo: il primo trafigge con una lancia un serpente alato, e rappresenta la lotta del bene sul male; un altro regge un’ancora, simbolo di speranza di salvezza per i primi cristiani; altri due recano in mano rispettivamente l’alfa e l’omega, l’inizio e la fine; un altro putto è intento a scolpire nella roccia un pesce, che richiama ancora una volta i primi cristiani; un altro tiene in mano una catena, a evocare il nostro attaccamento alla terra; e infine un ultimo porta una foglia di palma, simbolo del martirio e dell’immortalità.

All’apice dell’albero i rami formano una corona nella quale lo Spirito Santo è raffigurato sotto forma di colomba.

All’interno della Basilica, inoltre, sono state collocate altre trenta opere diAversa, sempre in terracotta, dedicate all’Annunciazione, alla Natività e all’Adorazione dei Magi.


 
Lunedì 10 Dicembre 2018, 21:53
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