Leone Factory in mostra:
da Roberto Roberti a Sergio Leone

La mostra Leone Factory - scandita dalle immagini-mito di Torella dei Lombardi, Viale Glorioso, Almeria, Monument Valley, New York, Leningrado -  si propone di ricomporre il percorso famigliare che va da Vincenzo Leone a Sergio Leone, recuperando insieme la vicenda del grande artigianato cinematografico italiano dal muto al secondo dopoguerra, dal neorealismo alla Hollywood sul Tevere.
 
 

Vincenzo Leone, in arte Roberto Roberti, è nato a Torella dei Lombardi nel 1879, in provincia di Avellino. Amico di Edoardo Scarfoglio, Matilde Serao, Roberto Bracco, Salvatore Di Giacomo, dal teatro passa al cinema all’inizio degli anni dieci come attore e soprattutto regista per la Films Aquila di Torino e poi per la Caesar Film di Roma. Dopo un gran numero di melodrammi di impianto esplicitamente popolare – tra i quali c’è anche La vampira indiana,un protowestern all’italiana con Bice Waleran, nome d’arte della moglie Edwige Valcarenghi – diventa il regista di Francesca Bertini, con la quale dal 1919 al 1925 gira una decina di film, tra cui La contessa Sara,La sfinge, Marion artista di Caffè-Concerto, L’ombra,La donna nuda. La crisi del cinema italiano e i suoi cattivi  rapporti con il regime fascista lo tengono a lungo lontano dal set, a cui ritorna solo alla fine degli anni trenta con un paio di titoli. Il suo ultimo film è  Il folle di Marechiaro(1951), in cui appare come attore Sergio, il figlio di Vincenzo e di Edwige nato a Roma il 3 gennaio 1929.

Sergio Leone – come assistente o aiuto alla regia, regista della seconda unità, sceneggiatore, attore - partecipa a una trentina di film frequentando dall’interno il set del cinema italiano degli anni cinquanta da Ladri di biciclette(1948) a Sodoma e Gomorra(1961). Lavorando tra l’altro con Alessandro Blasetti, Carmine Gallone, Mario Camerini, Mario Bonnard, Guido Brignone, Mario Soldati, Steno, Luigi Comencini, Aldo Fabrizi, Primo Zeglio, Mervyn LeRoy, Robert Wise, Fred Zinnemann, William Wyler, Robert Aldrich. Il mito della frontiera, alimentato dalla passione cinefila di uno spettatore d’eccezione, rinasce tra rêverie nostalgica e rivisitazione ironica nei suoi film, da Per un pugno di dollari(1964), che dedica alla memoria del padre firmandolo Bob Robertson, a C’era una volta il West(1968), la fine dell’epopea girata nella Monument Valley cara a John Ford. Straordinario narratore per immagini dalla complessa strategia espressiva, esaltata dalle strepitose colonne sonore di Ennio Morricone, si conferma come uno dei grandi maestri del cinema postmoderno con C’era una volta in America(1984), il suo capolavoro. Quando se ne va a sessant’anni il 30 aprile 1989, ha appena concluso gli accordi per la realizzazione del film sull’assedio di Leningrado, l’ultimo sogno. 

 
Venerdì 7 Dicembre 2018, 20:12
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