Mario Persico, alla Casina Vanvitelliana di Bacoli l'antologica sul grande artista scomparso

Un'esposizione a tutto tondo su artista che non amava essere definito tale

Mario Persico, alla Casina Vanvitelliana di Bacoli l'antologica sul grande artista scomparso
Lunedì 14 Novembre 2022, 17:24
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Mario Persico - Opere 1955-2022 è il titolo dell’antologica, con oltre trenta opere e diversi documenti stampati e filmati, che sarà ospitata, con il patrocinio del Comune di Bacoli, nel complesso museale della Real Casina Vanvitelliana al Fusaro, in Piazza Rossini 1.

La mostra, che si inaugurerà giovedì 8 dicembre dalle 10 alle 13, sarà visitabile fino al 5 febbraio 2023, ogni venerdì e sabato, dalle 17 alle 20:30, e le domeniche e festivi, dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 20:30. Al vernissage interverrano le autorità locali, il poeta e saggista Mimmo Grasso e lo storico dell’Arte Dario Giugliano, autori in catalogo, edito da Il Laboratorio di Nola, di un contributo poetico e di un saggio dedicato all’opera del grande maestro recentemente scomparso.

Modereranno i curatori della mostra, Antonio Ciraci ed Antonio Raucci. Brevi note su Mario Persico di Dario Giugliano, dal suo saggio Una questione di stile.

«… Mario non amava definirsi o essere definito artista, anche perché spesso ripeteva che non si sapeva bene cosa mai fosse l’arte. Le cose con la pittura, invece, vanno effettivamente già in maniera diversa. Potremmo, infatti, dire che mentre, se proviamo a chiederci cosa sia l’arte, avremmo immense difficoltà nel trovare una definizione che soddisfi tutti (compresi, ovviamente, noi stessi), con la pittura, invece, è infinitamente più facile trovare una definizione soddisfacente – almeno all’apparenza. Vediamo. La parola pittura indica un’azione (anche già compiuta) ed etimologicamente si fa risalire al verbo latino pingo, col significato di dipingere, tingere, colorire, ornare, abbellire, rappresentare, ma anche ricamare e incidere. Tutte azioni che il senso comune considera accessorie. Pensiamo a una casa. L’essenziale è che stia su, che sia un ricovero solido che ci protegga dalle intemperie e da eventuali altre avversità o possibili minacce. Poi, una volta che questo livello essenziale è stato raggiunto e consolidato, possiamo anche pensare di abbellirla decorandola. Ecco la pittura. Questo ci dice il senso comune. Ma, se guardiamo con più attenzione, riusciamo a scorgere un’altra funzione della pittura, capace di mettere in discussione l’idea stessa di ornamento in quanto accessorio. Essa, infatti, è comunicazione e lo è in quanto forma di conoscenza, come, tra gli altri, ben teorizzò Leonardo da Vinci, rivendicando con decisione il fatto che la pittura fosse qualcosa di assolutamente mentale. Ma dire che la pittura sia qualcosa di mentale può anche esporla al rischio di un fraintendimento, con il paradosso di ridurla a qualcosa di lontano dalla realtà, essa che, invece, è sempre non solo legata alla realtà, ma che non può mai essere se non su un piano di assoluta realizzazione concreta. Che significa, infatti, che la pittura rappresenta, se non che essa riproduce il reale, rendendolo (ri)tocco dopo (ri)tocco? Essa, insomma, a partire dalla estrema, assoluta, tangibile corporeità degli elementi che la costituiscono, intesse un ininterrotto dialogo con la realtà, fatto di infinite mosse di avvicinamento, di continui accenni e gesti, segni di una edificazione, per gradi, di una costruzione che ha l’ambizione di potersi, appunto, rapportare, in un’aspirazione mimetica, col reale stesso. È così che la pittura, come le altre forme di espressione, dà luogo a una realtà altra, parallela, che con quella esterna a essa può ben stare anche in un rapporto di competizione, nella sfida di un sogno mimetico che può farsi pure delirio, incubo».

«L’inquietudine di questa possibilità prende vita anche nelle opere di Mario Persico, il cui interesse per il mostruoso in generale, per quella condizione metamorfica che sfocia nel deforme, è sempre stato costante nel suo approccio alla strutturazione di una realtà in cui il gioco delle forme rivestiva evidentemente un’importanza fondamentale. Da qui, è facile comprendere la disinvoltura con cui Mario Persico si impadroniva di stili e modalità talvolta anche diversissimi tra loro, ma sempre con l’obiettivo della costruzione di figure umane o animali. Infatti anche quando Mario ha creato oggetti tridimensionali, “sculture” palesemente lontane dalla figura umana – penso, per esempio, alla serie delle Sedie –, le ha comunque “deformate” con l’innesto di “arti” che le facevano assumere un aspetto vagamente biomorfo, al punto che sento di non esagerare se affermo che per Mario Persico l’umanizzazione resta sempre un traguardo ineliminabile. E questo muoversi con disinvoltura tra gli stili, lungi dal poter essere connesso con l’adesione più o meno consapevole a una posizione eclettica, va, invece, problematizzato su un piano politico, oltre che estetico. Ma, questo, me ne rendo conto, è un discorso talmente complesso, che non mi è possibile affrontare qui, dato lo spazio, ormai in esaurimento, a mia disposizione. Valga, allora, solo quest’accenno ancora a Sanguineti e ad alcuni emistichi da quella sua poesia del luglio del 1977 (se non erro), scritta in risposta a un articolo di Fortini, che suona come una chiara dichiarazione di poetica (da cui emerge anche tutto il kierkegaardismo di Sanguineti) e in cui si afferma di sognare di sprofondarsi “a testa prima, ormai, dentro un assoluto anonimato”, chiudendo con questa illuminante affermazione: “oggi il mio stile è non avere stile».

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