A Villa Favorita i Cenacoli visionari di Rubano e di Domenico

di Donatella Trotta

Cenacoli. Visionari. È racchiuso in queste due parole di titolo il senso di una mostra/installazione visitabile, fino al 30 settembre, nelle Scuderie di Villa Favorita a Ercolano ed opera dell’artista colombiana Leonora Velásquez di Domenico con il fisico e artista Claudio Rubano. Due personalità poliedriche ed eclettiche, che in questo percorso espositivo hanno rivisitato un’icona cruciale per la civiltà cristiana: la rappresentazione artistica dell’Ultima Cena. «Rimasi molto colpita – spiega Leonora Velásquez di Domenico – dal celebre quadro di Leonardo, tanto universalmente noto da aver oscurato, nell’immaginario collettivo, le innumerevoli altre raffigurazioni che si sono succedute nei secoli». Di qui l’inizio di una ricerca non soltanto estetica, iconografica e letteraria che ha portato l’artista a ideare un progetto di ampio respiro: una sorta di viaggio in più tappe alla (riu)scoperta delle diverse visioni – note, meno note o misconosciute - del Cenacolo, da lei reinterpretate (nell’intatta ambientazione e disposizione delle figure, ma con colori vividi e assenza di volti, sostituiti da ovoidi o sfere) con sensibilità contemporanea, tecniche collaudate e originalità.

Nella sala d’ingresso al percorso espositivo, composto da tredici grandi tele ad olio con accanto la foto dell’originale che le ha ispirate, l’installazione di Rubano, dal titolo «Gli specchi dell’anima»: una metafisica tavola dell’ultima cena, realmente apparecchiata con luci rotonde e sottopiatti di vetro blu che accolgono piatti/specchio in cui lo spettatore può guardarsi, indotto a “scrutarsi dentro” per interrogarsi ed essere sicuro di non avere un Giuda annidato in sé. «Sono domande non necessariamente religiose, inevitabilmente dettate dalla storia dell’Ultima Cena, che l’installazione rilancia con il tema del cerchio e della sfera, al quale si aggiunge quello del riflesso: perché ognuno di noi si specchia nella storia e nella rappresentazione dell’evento in modo diverso», sottolinea Rubano, già docente universitario di Fisica teorica, specialista di Relatività Generale e Cosmologia ma anche appassionato fotografo con vasti interessi musicali e artistici, oltre che scultore (con la ceramica, la creta rossa, il legno, il metallo) che nel sodalizio di vita e professionale con Leonora ha incrociato le proprie curiosità intellettuali con le intuizioni dell’artista nata a Medellin (ma con radici familiari a Castelnuovo di Conza, salerno), anch’essa ricca di un bagaglio che annovera, fra il resto, due lauree in Disegno di architettura e Ingegneria e in Scienze dell’Educazione con dottorato all’Università Complutense di Madrid (dove ha studiato anche pittura barocca, con Laureano Sastre, tecniche di rappresentazione grafica e prospettiva in design d’interni, aerografia artistica e illustrazione), dieci anni di studi e laboratori di pittura con Libe de Zulategi all’Accademia di Belle arti a Medellin e un incarico di Direttrice Esecutiva della Fondazione Biblioteca di Itagüi Diego Echavarria.
 
In mostra,  i dipinti della Velasquez di Domenico spaziano dalla reinterpretazione di un mosaico anonimo del VI secolo, con la sua simbologia ittica in primo piano, al mosaico bizantino arabo-normanno del Duomo di Monreale (del XII secolo), dove è la figura di Gesù a prevalere sulla composizione d’insieme; e dall’affresco trecentesco di Giotto di Bondone situato nella cappella degli Scrovegni a Padova alla vivace miniatura manoscritta su pergamena del XIV secolo attribuita a Ludolfo di Sassonia. Con queste icone, anche altre miniature come quella della Bibbia d’Ottheinrich (Biblioteca di stato a Monaco di Baviera), o opere come il grande e dettagliato affresco gotico di Antonio Baschenis conservato a Santo Stefano a Carisolo (Trento), l’affresco cinquecentesco di Teofane il Cretese conservato nel Sacro Monastero della Trasfigurazione della Gran Meteora, in Grecia, accanto al significativo quadro dagli echi protestanti di Lucas Cranach (sito nella Schlosskirche, Chiesa-Castello di Dessau, in Germania), e poi il seicentesco dipinto di Philippe de Champaigne dell’Ultima Cena conservata al Louvre come quella settecentesca del nostro Tiepolo.

E ancora, il viaggio continua nell’Ottocento, con l’acquerello opaco su grafite in carta di James Tissot custodito nel Museo di Brooklyn, con la miniatura novecentesca austriaca su retro vetro di un anonimo artigiano naïf, per concludersi con la tredicesima opera, questa esclusivamente della Velasquez di Domenico, iniziata nel 1999 e finita nel 2005: dove alla tavola del Cristo compaiono anche due presenze femminili e una simbologia pagano-cristiana, come l’albero della vita. A suggello di un suggestivo percorso diacronico e sincronico (artistico e spirituale) tra iconografia e iconologia.
Domenica 23 Settembre 2018, 10:52
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