Addio a Formentini, giocoliere delle parole stroncato dal Covid-19

Martedì 31 Marzo 2020 di Donatella Trotta
Di sé, schermendosi con una buona dose di autoironia, diceva: «Sognavo di fare l’attore comico…mi piaceva ridere e far ridere gli altri; pensavo che ridendo si potesse pensare meglio e di più, e morire un po’ meno, o forse non morire affatto». E ora che Pietro Formentini è scomparso a 82 anni, nella sua Emilia, ennesima vittima del Covid-19 che ha reso il mondo della cultura e della civiltà dell’infanzia più povero, non si potrebbe trovare epitaffio migliore per ricordarlo. Perché questa pensosa leggerezza è la chiave per entrare nei mondi immaginat(t)ivi creati e percorsi in lungo e in largo da un appassionato artista multitasking: scrittore e poeta, soprattutto per ragazzi, ma anche attore, regista, drammaturgo e autore radiofonico, teatrale e televisivo pluripremiato, in Italia e all’estero, oltre che infaticabile animatore e sperimentatore di laboratori frutto di una attenta e creativa ricerca non soltanto linguistica – da giocoliere delle parole – ma pedagogica, nel senso rodariano e più alto del termine.

Il gioioso corpo a corpo con le parole di Pietro Formentini, natìo di Bagnolo in provincia di Reggio Emilia, dove si è spento qualche sera fa nell’ospedale reggiano Santa Maria Nuova, inizia presto: quando, adolescente, scrive i suoi primi testi (satirici) in versi (comici, in rima) per allestire spettacoli recitati nei cortili e nei piccoli teatri di paese con i compagni di scuola suoi coetanei, per poi continuare da professionista nei teatri off italiani anche durante gli studi universitari, che gli frutteranno intanto una laurea in Lingue e letterature straniere. Tra i testi di allora, Bestia ridens, poema di animali che generano uomini che generano oggetti, e di oggetti che distruggono e divorano gli uomini che li hanno prodotti. Per un pubblico di adulti ha quindi scritto e rappresentato (con la regia di Virginio Puecher) Riuscirà il nostro Sancio a diventare Don Chisciotte? e, più di recente, Scemo Sapiens, ovvero, Il Giorno in Cui i Terrestri invasero il Pianeta Terra, mentre per ragazzi vanno ricordate almeno Fantateatro, Favolina (“Storia di Scimmia e Robot nella ForestaBosco”), Storia della casa che voleva cambiare casa e Pescetopococcodrillo.

«Per fare teatro – ricordava Formentini stesso – mi servivano i suoni, i ritmi e le cadenze delle parole, non soltanto i loro significati; erano indispensabili alla mia immaginazione e a quella degli attori che con me lavoravano e che io dirigevo». Di qui la sua passione per il lavoro radiofonico, ovvero per la parola scritta e parlata, parola-suono evocativo che l’ha stimolato a sperimentare commedie trasmesse anche da emittenti internazionali e insignite due volte del Premio Italia, altre due del Prix Monaco (Montecarlo), e poi dei premi Uher, Ondas (Spagna) e Meeting EuropaRadio (Germania), per citare i più prestigiosi. Basti solo pensare all’originalità di Fantafilm, opera composta in un linguaggio plurilingue (un misto di inglese, francese, spagnolo, italiano e tedesco) che le ha permesso di essere trasmessa senza bisogno di traduzioni all’estero, con la regia d’origine di Formentini stesso; o a Tarzan’ story, RadioMephisto e Robot, anch’esse concepite con questa strategia comunicativa interculturale di lingue diverse in contemporanea, per star di casa ovunque.

Ma «la lingua straniera che oggi meglio conosco e pratico è quella della poesia», ci teneva a precisare lui, aggiungendo: «la poesia è la mia vera seconda lingua, “straniera”, poiché nelle sue svariate strutture è diversa rispetto alla normale lingua italiana di comunicazione, ed ancor più “straniera” in quanto ben scarsamente fruita nella quotidiana vita di relazione». Già. Di versi (e racconti) ne ha scritti tanti, Pietro Formentini. Soprattutto, ostinatamente e con intatto entusiasmo, per ragazzi: «Questa particolare destinazione ad una seppur ampia fascia di età rischia di non farle prendere in considerazione e valutare come vere e proprie poesie» commentava lucidamente lui stesso: «Io invece le ho vissute e le vivo come tali», spiegando il perché, con una motivazione che fa riflettere, anche per comprendere meglio il suo incessante girovagare tra biblioteche, scuole, circoli culturali e teatri dove quelle poesie le ha lette, condivise, discusse, animate con i ragazzi: «Mi piace rivolgerle – diceva - a quei lettori/ascoltatori che per la loro particolare età sanno vivere insieme a me la tensione immaginativa del far nascere un linguaggio sempre nuovo, di cui c’è un gran bisogno per ripensare e provare in modo nuovo idee e sentimenti di sempre, anche per progettare nuove sensibilità che non tarderanno a formarsi e di cui bisogna favorire la nascita».

Un approccio educat(t)tivo formidabile, di cui la poesia diventa il pilastro, o il rodariano “sasso nello stagno”. Esploratore dell’esistenza, Formentini è stato un sorridente cercatore di una parola poetica (co)abitata e dialogica che – sottolineava - «si risolva nella scrittura, ma anche capace di essere riscritta dalla voce che la comunica, quindi aperta ai suoni e ai ritmi vocali. Una scrittura che generi sempre l’immaginazione di sé e di ciò che è continuamente altro, in dinamico movimento, in attiva trasformazione». Come le metamorfosi necessarie alla crescita. Individuale e collettiva. Non solo: una “scrittura parlante” e una “voce scrivente”, quella di Formentini, che per l’autore sappiano «immaginare e comunicare la complessa multimedialità del vivere oggi». Concetti attualissimi: che spiegano anche l’incontro di Formentini con una talent scout di autori per l’infanzia come Gabriella Armando, che per le sue Nuove Edizioni Romane pubblicò testi fondamentali in questa ottica, tra i quali Poesiafumetto Oplà e ParolaMongolfiera; per non tacere di altre raccolte poetiche per bambini come le Polpettine di parole (Salani) o testi di/versi e sempre un po’ “fuori norma” come Il gioco della rima, Faccia di pollo con 2 cappelli, Le cartastorie (disegni con didascalie rimate), e Tanti sassi fatti di parole, o Diario di Poesia.

Come sa chi ha usato i testi di Formentini in aula e non solo, sperimentando la poesia sulle vie laterali di un pensiero divergente ma sorretto da una profonda cultura letteraria di matrice internazionale (da Campana, Palazzeschi e Zanzotto a Lorca, da Brecht a Majakovskij, da Coleridge a Villon, Rabelais, Rimbaud: Formentini non faceva mistero dei suoi numi tutelari), la curiosità dell’artista era nutrita di immagini. Sia visive che sonore: trama e ordito generativi di un tessuto linguistico capace di provocare, a sua volta, immagini mentali vivide, inconsuete e bizzarre. Come quelle di alcuni testi per la Rai tv, di cui Formentini è stato autore e anche regista: Le filmastrocche (sei trasmissioni di testi poetici con immagini, appunto); Piccoli film (ovvero, sei “corti” che hanno per protagonisti personaggi bimbi, nel programma Zero-Sei), o I racconti illustrati, Interviste a me stesso e L’ora dei ragazzi (nel contenitore Lo Zibaldone del Lunedì).

Frammenti di un percorso amoroso sulla via della parola poetica. Che fra teatro e scrittura, oralità e gioco diventa occasione formativa. Per tutti: adulti e bambini. Anche per questo a Reggio Emilia, in collaborazione con il Teatro Municipale, Formentini dirigeva il laboratorio teatrale sperimentale e di lettura per insegnanti e studenti dei licei e istituti superiori «Il teatro delle pagine»: un modo per contagiare passioni studiando, mescolando e portando in scena testi propri e di grandi autori: tra i quali Elsa Morante, con il suo «travolgente poemetto» (parole di Formentini) Il mondo salvato dai ragazzini. Lui ci credeva, profondamente. Anche per questo, ora, la comunità educante e il mondo della cultura sono più soli.     
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