Al Pan di Napoli un sorprendente viaggio nell'enigma Dalì

di Donatella Trotta

Autoritratto di un mito. Anatomia di un genio. E rigorosa indagine conoscitiva e documentaria su un enigma – artistico ed esistenziale – che ha saputo consegnare la propria icona all’immortalità. Segnando con la sua inconfondibile, provocatoria e proteiforme impronta l’immaginario collettivo (e la comunicazione di  massa) del XX secolo. E anche oltre. Sono solo alcuni dei suggestivi e articolati percorsi offerti dalla grande mostra «Io Dalì», aperta al pubblico dal primo marzo fino al 10 giugno 2018 nelle sale espositive al primo piano del PAN (Palazzo delle Arti di Napoli, in via dei Mille 60, catalogo edito da Gangemi Arte) con l’intento di raccontare non soltanto l’opera leggendaria di un uomo a più dimensioni (che è stato coltissimo pittore, disegnatore, pensatore, scrittore, scultore, costumista, creatore di gioielli, cultore della scienza e della psicanalisi, amante della trascendenza, esploratore dell’esistenza, catalizzatore delle correnti d’avanguardia, illustratore, designer, scenografo, performer, cineasta), ma anche la sua “vita segreta” e intima. Il suo universo onirico e polimorfo. La sua bizzarra eccentricità. Il suo stravagante esibizionismo. Il suo inaudito narcisismo egocentrico e la sua inesauribile, operosa e multiforme creatività e visionarietà coltivate tenacemente e con precoce autoconsapevolezza. Tanto da scrivere nei suoi diari di gioventù, tra il 1919 e il 1920 (ossia quando Salvador Dalì, classe 1904, era appena adolescente): «Sarò un genio e il mondo intero mi ammirerà. Magari sarò disprezzato e incompreso, ma sarò un genio, un grande genio, ne sono sicuro».

«Tutti conoscono gli inconfondibili baffetti e lo sguardo sgranato e intenso di Dalì, ma cosa c’è dietro? Come ha meditato, costruito, elaborato questo suo personaggio che coincide con la sua opera di artista catalano diventato opera d’arte universale? Questa mostra, concepita specificamente per Napoli, cerca di dare qualche risposta attraverso un vero e proprio viaggio nella mente di Dalì» spiega alla presentazione Montse Aguer Teixidor, tra le massime studiose dell’artista, direttrice dei Musei Dalì e consulente scientifica, con Rosa Maria Maurell, dell’esposizione (fortemente voluta dal Comune di Napoli nelle persone del sindaco Luigi De Magistris e dell’Assessore alla Cultura Nino Daniele, presenti alla preview stampa anche con l’ambasciatore di Spagna in Italia Jesùs Gracia Aldaz), realizzata e coordinata da Alessandro Nicosia, presidente di COR (Creare Organizzare Realizzare) con il supporto del Ministero della Cultura spagnolo e la cura di Laura Bartolomé e Lucia Moni, per la Fundaciò Gala-Salvador Dalì, e di Francesca Villanti, direttore scientifico di COR.

In mostra, con un approccio peculiare che intreccia documenti originali e tecnologie innovative, non solo oltre una trentina di opere (dipinti, disegni, autoritratti, opere stereoscopiche con le nuove frontiere della visione e della pittura tridimensionale, testimonianza dell’interesse dell’artista per le nuova frontiere della visione, accanto a performance filmate e scritti autobiografici) di Dalì, ma anche fotografie (notevoli quelle frutto della collaborazione con il fotografo tedesco Eric Schaal, tra il 1937 e il 1942, o gli straordinari scatti di Philippe Halsman dedicati ai celeberrimi baffi dell’artista) e libri, video e riviste originali. Materiali in alcuni casi esposti per la prima volta, in un elegante e rigoroso percorso espositivo dominato da sfondi color carminio, a scandire in diverse sezioni il complesso itinerario estetico ed esistenziale del protagonista del surrealismo (dagli anni Venti al periodo di permanenza negli Stati Uniti, dal 1940 al 1948, attraverso i Sessanta, i Settanta fino agli Ottanta e alla morte, nel 1989): pioniere della contemporaneità e tuttavia fortemente influenzato e ossessionato dai grandi classici dell’umanesimo e del Rinascimento italiano (come Raffaello Sanzio, citato in un magnifico autoritratto “con il collo di Raffaello” del 1921) o dalle proprie radici spagnole (Velàzquez), passando per gli interessi scientifici che lo fecero approdare, dopo una iniziale passione per Freud e Lacan, alla fisica e alla meccanica quantistica di Heisenberg, con opere fortemente segnate anche dalla deflagrazione della prima bomba atomica della storia.

In un’epoca come la nostra che «ha bisogno di apparire per sentirsi viva», come opportunamente sottolinea Francesca Villanti, il profondo e intrinseco bisogno di riconoscimento, il narcisismo precoce di Dalì e la spettacolarizzazione di ogni suo gesto, uniti alla ferrea volontà di fare di se stesso e del proprio processo creativo un “brand”, anticipa in modo stupefacente tendenze ora amplificate (e diluite fino all’insignificanza) nell’era della disintermediazione digitale e dei social media. Non solo. Una parte molto significativa e non scontata della mostra rivela anche, al di là delle strategie pubblicitarie, dei fantasmi della psiche e dei consapevoli deliri paranoici dell'artista, una inquieta pulsione verso la trascendenza (riverberata da alcune opere esplicitamente religiose) e una ricerca autentica di fede che coincidono con la sua aspirazione all’immortalità: «Il cielo non si trova né sopra, né sotto, né a destra, né a sinistra, ma esattamente nel centro del petto di chi ha fede», scriveva Dalì alla fine della sua autobiografia, esposta in una teca, Vita segreta di Salvador Dalì. E aggiungeva: «Non posso vivere senza cielo. In questo momento non ho ancora fede e temo di dover morire senza cielo».

Già. Anche per questo, con un ultimo sorprendente ed eclatante gesto a suggellare una eredità artistica, Dalì realizzò prima di morire il suo Teatro-Museo di Figueres: metamorfico monumento all’eternità della sua opera e del suo mito, ma anche autoritratto multiplo e gigantesco, creato attingendo a realtà vere e fittizie. Come tutta la vita dell’artista, sul crinale della duplicità e dell’ambiguità, condivisa costantemente con la donna che gli è stata musa e modella, compagna, moglie e amante: Gala. Onnipresente, in mostra, anche nella suggestiva tela affrescata del soffitto del Palazzo del Vento, che ritrae dal basso la celebre coppia, riprodotta al Pan all’ingresso delle sale espositive, quasi ad accogliere il visitatore con un anticipo di stupore che lo accompagnerà nell’avvincente viaggio interattivo alla (ri)scoperta approfondita della complessità di una figura familiare ai più, ma conosciuta in profondità da pochi. Un viaggio fruibile anche dai più giovani, per l’attento impianto didattico dell’esposizione che non a caso si avvarrà (su prenotazione) anche di percorsi di visite guidate e laboratori ispirati dai temi della mostra curati dalle associazioni educative parte del progetto PANkids, attive in diversi spazi di Palazzo Roccella per volontà dell’Assessore Nino Daniele. Un’occasione preziosa, che rinsalda anche i rapporti secolari tra Napoli e la civiltà spagnola. 
Mercoledì 28 Febbraio 2018, 22:49
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