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Boemio, alla ricerca del tempo dell'Arché e del senso del segno in una personale da FrameArsArtes

Venerdì 3 Giugno 2022 di Donatella Trotta
Boemio, alla ricerca del tempo dell'Arché e del senso del segno in una personale da FrameArsArtes

«Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo», recita nell’Antico Testamento l’Ecclesiaste (3, 1). Sembra ispirarsi a questo versetto la recente ricerca artistica ed est/etica di Raffaele Boemio, classe 1952, pittore e scultore di Afragola nutrito di impegno civile. E si intitola non a caso «Tempo di Arché» la sua nuova personale, a cura di Domenico Natale, che esporrà una selezione di opere recenti. La mostra è in programma da venerdì 10 giugno (vernissage alle ore 19:30) a venerdì 24 giugno nella galleria FrameArsArtes di Paola Pozzi: accogliente e versatile spazio partenopeo al civico 525 del Corso Vittorio Emanuele incline, nelle intenzioni della proprietaria, a configurarsi come «un luogo di libertà e di divulgazione dell’arte contemporanea, crocevia di incontri aperto alla città e ai giovani artisti».

Archè, in greco, significa “principio”, “origine”: per gli antichi greci, rappresentava la forza ancestrale e primigenia che domina il mondo, da cui tutto proviene e a cui tutto tornerà. Per Boemio, artista formatosi all’Accademia di Belle Arti di Napoli, fondatore nel 1978 con Haebel e Domenico Natale del “Gruppo X/Arte”, aderente al Movimento degli operatori estetici nel sociale, già docente di Discipline pittoriche presso il il Liceo artistico di Cardito, è soprattutto un ritorno al senso del segno. E la materia in divenire, le forme ispirate alla Natura, al suo potere maieutico contrapposto alla condizione umana perennemente in bilico tra costrizione ed elevazione, sono perciò anche alla base del nucleo poetico della mostra: in un percorso espositivo di quadri, sculture e filmati - parte del più vasto ciclo dell’artista denominato "Afona" – che ha connotato la quest di Boemio negli anni duemila.

Di questo ciclo le opere più recenti mantengono il fulcro poetico della meditazione sul rapporto che intercorre tra il libero immaginario dell’artista e la realtà della vita quotidiana, e che costituiscono da sempre uno dei due aspetti emblematici dell’operare di Boemio, per il quale la pittura è stata e continua ad essere il linguaggio prevalente in cui si manifesta ed esprime la sua creatività artistica, senza tuttavia chiudersi alle capacità semantiche ed espressive di altre tecniche e di mezzi diversi quali, nel tempo, la duttilità del legno di recupero, il ferro e la fusione del bronzo e dell’ottone, il laterizio e la ceramica, prodotti industriali, fotografia, elaborazione digitali di immagini, che hanno dilatato la propria concezione della pittura in territori quali la scultura e la comunicazione extramediale. Ed è proprio con queste possibilità linguistiche, riverberate da un ciclo come “Semiosi” (termine tecnico che nella filosofia del linguaggio allude al processo in cui qualcosa assume la funzione di segno) e continuamente adeguate ai bisogni propri dell’evolversi della sua esperienza umana e sociale, oltre che alla natura espressiva della propria comunicazione d’arte, che Boemio ha affrontato nel tempo cicli tematici quali quelli, dai titoli eloquenti, delle “Trappole maieutiche”, del “Biographico”, degli “Afona”, dei “Ready made” e dei “Ready dead”, dei “Frammenti migranti”, dei “Quasi svelato” e dei “Semiosi”, appunto.

Cicli attraverso i quali l’artista ha indagato il proprio tempo, nel bisogno mai dismesso di confrontarsi anche polemicamente, ma sempre senza preconcetti e pregiudizi, con il valore per lui assoluto della dignità dell’uomo. «La sua ricerca esprime il disagio morale e civile di fronte alla sofferenza umana e alla schiavitù dei migranti nei campi della nostra terra, nella quale lui vive e opera» spiega il curatore della mostra, Domenico Natale. «Questa fase della mia produzione – sottolinea Boemio - scaturisce dall’esigenza di interrompere il vortice della fretta in cui viviamo immersi e che non sembra esaurirsi mai; rappresenta un momento di riflessione muto, che si esprime attraverso i sensi. Una presa di posizione contro la ridondanza del mondo, senza mai rifuggire dal rapporto sociale dell’opera d’arte e dalla sua lettura segnica». Un linguaggio senza voce, afono, per l’appunto, ma non inespressivo, né inascoltato,. Un codice espressivo polisemico che scaturisce (come la poesia) dal “silenzio custodito”: «Mi sono reso conto – prosegue l’artista - del vuoto che abbiamo dentro e della necessità di tornare a dei valori naturali. Per questo nelle mie opere c’è un forte richiamo alla Natura, ma senza naturalismo».

La mostra propone un percorso di ricerca del senso del segno, di ritorno al tratto primitivo, rituale, evocativo, sinestetico e continuamente rinnovato, attraversato dalla trasformazione, pur conservandosi nell’essenza. Saldo nelle sue radici, come quelle che l’artista racconta di aver trovato in spiaggia nel 2015 – probabilmente dei rizomi, rigonfiamenti del fusto con funzione di riserva – forme sconosciute che nessuno sapeva interpretare ma che hanno sedimentato, scavando nel profondo, fino a toccare l’altra essenza, quella speculare alla Natura: l’essenza umana e la sua dimensione insieme materiale e spirituale, in equilibrio costantemente precario, impantanata nella lotta tra l’Essere e il Dover Essere, raffigurata in forme scarnificate, in solitudine, in difficoltà, a tratti isolata. Mai però disperata, né mai dimessa, o sottomessa. Un richiamo forte alla vita, alla lotta, al reciproco riconoscersi come simili. Parti della stessa Natura. Un’interdipendenza che la globalizzazione, nel bene e nel male, ha accentuato, e che Paola Pozzi, con una originale formula affettiva di invito al vernissage, così bene sintetizza: «Sarà bello ritrovarsi e scoprire che “se anche non abbiamo l’energia che in giorni lontani mosse la terra e il cielo, siamo sempre gli stessi”. Umani, in perenne ricerca dell’arché smarrita. O perduta.

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