Con «Gli abitanti delle nuvole» Amodio e Del Vecchio raccontano la memoria dell'acqua e il ciclo della vita tra fiaba e realtà

Mercoledì 5 Febbraio 2020 di Donatella Trotta
Dalla terra al cielo. E dal mare alle nubi, inseguendo le infinite metamorfosi del ciclo ancestrale dell’acqua (e della vita) in una ricerca di felicità che fluttua tra ricordi e sogni, sullo fondo di uno scenario incantato e sospeso fra realtà e fantasia: si intitola non a caso Gli abitanti delle nuvole (Gallucci editore) il nuovo albo illustrato di Marino Amodio e Vincenzo Del Vecchio, che sarà presentato a Napoli giovedì 6 febbraio (ore 18.30, Riot Studio in via san Biagio dei Librai 39: con gli autori interverranno Alessandro Rak e Dario Sansone). Dopo il grande successo del loro precedente libro illustrato, che rivisita in modo originale il mito del Mediterraneo trasformandolo in un’isola (Terraneo, Gallucci editore, insignito nel 2017 in Spagna del prestigioso premio Edelvives e, a fine maggio a Procida, del riconoscimento Il mondo salvato dai ragazzini 2020), i due giovani artisti e architetti napoletani, classe 1989, già compagni di studi universitari, mettono a frutto il loro sodalizio umano e professionale cimentandosi in una ulteriore sfida, che anche stavolta capovolge prospettive ma con uno stile – narrativo e iconico – molto diverso dalla precedente prova di esordio.

Se le tavole di Terraneo, complesse e visionarie elaborazioni a colori da disegni a china di Del Vecchio, “illustratore indipendente”, echeggiavano infatti le atmosfere delle città invisibili di Calvino, oggetto della tesi di laurea dell’autore, attingendo a un patrimonio condiviso di civiltà affacciate sul Mare Nostrum, in questo nuovo albo l’artista si sintonizza con la cifra poetica del testo di Amodio, che sin dall’incipit trasfigura in narrazione fiabesca un assunto scientifico («Sempre la stessa dall’inizio, nemmeno una goccia in più. La stessa dall’inizio del mondo. L’acqua è l’unica a conoscere l’intera storia») e utilizza così la carta d’acquerello per alternare la monocromaticità seppiata di pagine evocative di vertiginose altitudini - avvolte dalle nuvole - con l’esplosione di colori dell’arcobaleno, stemperati dal tratto a china marrone di altre pagine: dove le gocce di pioggia attivano memorie e immaginazione, disvelando la meraviglia che appartiene in primis ai bambini, capaci di colorare il mondo oltre il bianco abbagliante che lassù, tra gli abitanti delle nubi, azzera nella monotonia ogni differenza.

Diversità cangiante che appartiene, del resto, alle nuvole stesse: come nei 32 ritagli di cielo delle tavole senza parole poste al centro del libro (una composizione che echeggia certe pagine di Shaun Tan nell’Approdo), o come in un suggestivo brano di Fabrizio De André, ispirato da Aristofane e dai versi di Alda Merini, in cui le nuvole «vanno, vengono, ogni tanto si fermano» e «per una vera mille sono finte e si mettono lì fra noi e il cielo per lasciarci soltanto una voglia di pioggia». Lo spaesamento straniante indotto, nel lettore, dall’intreccio di parole e immagini costellate di vascelli vagabondi volanti, figure fiabesche e persino, verso la fine, realistici scenari contemporanei non sembra allora trovare chiosa migliore del commento stesso di De Andrè alla lettura a due voci delle sue nuvole da parte delle donne sarde Lalla Pisano e Maria Mereu, scelte – sottolineò il cantautore poeta - «perché le loro voci sembravano in grado di rappresentare bene “la Madre Terra”, quella, appunto, che vede continuamente passare le nuvole e rimane ad aspettare che piova»; e «se da una parte ci obbligano ad alzare lo sguardo per osservarle, dall’altra ci impediscono di vedere qualcosa di diverso o più alto di loro. Allora le nuvole diventano entità che decidono al di sopra di noi e cui noi dobbiamo sottostare, ma, pur condizionando la vita di tutti, sono fatte di niente, sono solo apparenza che ci passa sopra con indifferenza e noncuranza per nostra voglia di pioggia...». E chissà che Amodio e Del Vecchio, in questo albo per bambini e non solo, non invitino allora proprio a (ri)alzare lo sguardo in alto, per andare più in profondità: un esercizio di verticalità utile, in un tempo appiattito sull’orizzontalità della simultaneità frettolosa. Ultimo aggiornamento: 10:35 © RIPRODUZIONE RISERVATA