Con «Ossa» di Paola Cacace, ispirato da una fiaba inuit, riprende la stagione del Teatro Serra

Con «Ossa» di Paola Cacace, ispirato da una fiaba inuit, riprende la stagione del Teatro Serra
di Donatella Trotta
Domenica 30 Gennaio 2022, 11:12 - Ultimo agg. 12:00
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Un mucchietto di terra argillosa giace nella penombra, in mezzo a due abiti bianchi, adagiati sul pavimento di legno come una cornice di cenci sgualciti. Una donna in nero, a piedi nudi, entra in scena. E in silenzio, come in una danza rituale, crea con lentezza ieratica un grande mandala con quella terra, polverosa e friabile come la fugacità della vita. La donna pone all’esterno del cerchio i due abiti piegati con cura. Allinea accanto a ciascuno di essi due paia di scarpe che erano nascoste tra le loro pieghe. Poi, si siede in un angolo. E attende. Dal buio appaiono altre due giovani donne, tanto simili da sembrare speculari, i lunghi capelli corvini sciolti. L’una di fronte all’altra iniziano a vestire i loro corpi spogliati con quegli abiti nuziali candidi, a indossare calze bianche e scarpe, a dialogare. Sempre più intensamente. O meglio, a echeggiare un monologo interiore, in crescendo. Quasi un flusso ininterrotto di coscienza di una identità femminile doppia – come morte e vita, oppressione e libertà – accompagnato dalle sistole e diastole del respiro: cadenzato dalle percussioni di passi ritmici e movimenti ondulatori del corpo che evocano la musica tradizionale di tamburi delle antiche cerimonie rituali degli inuit (“uomini”, nella lingua nativa), ovvero la popolazione indigena delle coste artiche dell’America, dalla Groenlandia fino all’Alaska.

È non a caso ispirato alla fiaba inuit La donna scheletro (studiata tra gli altri dalla scrittrice, poetessa, psicanalista ed etnopsicologa Clarissa Pinkola Estès in Donne che corrono con i lupi) lo spettacolo «Ossa», interpretato intensamente da Paola Maria Cacace (che è anche autrice del testo e regista) e Veronica D’Elia, con le fiabesche illustrazioni, proiezioni animate e giochi di luci dell’artista Caterina Ardizzon e le perturbanti musiche live electronics del musicista Paolo Montella. Dopo il felice debutto a Napoli venerdì 28 gennaio alle ore 20, con replica sabato 29 (nel Teatro Serra, posti limitati per le vigenti normative anti Covid, info e prenotazioni: teatroserra@gmail.com, 347 8051793), lo spettacolo torna in scena anche stasera, domenica 30 gennaio, alle ore 18: primo di quattro appuntamenti nel cartellone della stagione 2022 del Serra, che malgrado la pandemia riparte così con la vena fortemente sperimentale che connota l’accogliente spazio teatrale off dell’omonina Associazione culturale (fondati nel 2016 dall’attore, regista ed esperto di coaching teatrale Pietro Tammaro con Mauro Palumbo, regista e drammaturgo autore di una cinquantina di testi per il teatro, il cinema e la tv) di via Diocleziano 316, adiacente all’Osservatorio Vesuviano. Uno spazio in omaggio all’omonimo testo di Harold Pinter (che conserva, nel nome, l’antico richiamo alla rivolta del popolo napoletano nei moti rivoluzionari: «Serra! Serra!»), ricavato in quelle che ai tempi dei Borbone erano stalle scavate nel tufo dei Campi Flegrei, riallestite creativamente con materiali di riciclo. Ma anche un teatro-laboratorio che si configura, spiegano Tammaro e Palumbo, «come un incubatore artistico di progetti, crocevia di talenti e centro di produzione teatrale»: tanto che, oltre a continuare i laboratori di formazione attoriale professionale, rilancia ora anche la seconda edizione del bando Premio Serra-Campi Flegrei alla vocazione teatrale, per monologhi (attoriali e, da quest’anno, anche autoriali: scadenza 31 marzo 2022, domande di partecipazione da inviare a teatroserra@gmail.com). E apre un nuovo canale You Tube dedicato ai lavori in corso e ai protagonisti (di ogni età) della effervescente scena napoletana.

In sintonia con questo spirito, «Ossa», del collettivo tutto al femminile Nigredo – nome che si ispira alla prima fase del processo alchemico – mette in scena una donna in rivolta. E immette subito, sin dall’incipit dello spettacolo, in un’atmosfera onirica, magica e atemporale che evoca le mille e una donna di Angela Carter, non a caso grande studiosa di fiabe e tradizioni popolari al femminile, ma anche il mondo polisemico e ancestrale del fiabesco tout court che per Gianni Rodari, nella scia di Italo Calvino, rappresenta un’utile «iniziazione all’umanità, al mondo dei destini umani» e pertanto, per un singolare “rovesciamento” della loro posizione nella storia umana, «hanno anche oggi più a che fare con la dimensione dell’utopia che con quella della nostalgia del passato» e dunque sono «alleate dell’utopia, non della conservazione». Perché Arianna, la protagonista di «Ossa» – che nella sua storia di ribellione, morte e rinascita conserva, potente, l’eco metaforica e le suggestioni fantastiche della fiaba eschimese del pescatore e della donna scheletro a cui si ispira – incarna un viaggio di trasformazione femminile tra psiche e materia (alla Marie-Louise von Franz); attua un’immersione negli abissi archetipici della parte più repressa del femminino, la cui selvaggia naturalità viene addomesticata e resa passiva dalle aspettative della famiglia e delle imposizioni sociali; e affronta il cammino avventuroso necessario a rompere un presunto equilibrio iniziale per ristabilire (secondo lo schema di Vladimir Propp, o le analisi di Bruno Bettelheim), dopo varie peripezie, il proprio vero equilibrio.

Il percorso metaforico di ricerca del proprio sé autentico – oltre i vincoli del passato, della famiglia, di identità cucite addosso da altri – diventa così, per la duplice protagonista di «Ossa», un salto estremo ma liberante nel vuoto, oltre i confini della prigione di quel cerchio magico che vorrebbe imbrigliare il cuore pensante e generativo di Arianna. Viva e morta. Ma finalmente rinata al dialogo anch’esso metaforico tra le due parti di sé ricongiunte in unità. In cui la fine è un nuovo inizio. «Con questo testo decliniamo, in chiave femminile, il mito dell’eroe ispirandoci ad una favola in cui le due Arianna trovano una rappresentazione reale – spiega Paola Maria Cacace, giovane attrice e performer napoletana, classe 1989, diplomata all’Accademia del Teatro Bellini e autrice del testo, con un bagaglio ricco i esperienze e collaborazioni internazionali di qualità –. Nella cultura inuit, le donne eseguono dei canti rituali dalle incredibili armonizzazioni, prodotte stando a coppie l’una di fronte all’altra. Oggi è un rito, un tempo era un gioco e chi rideva per prima, perdeva», aggiunge. E, proprio come un gioco, l’intera messa in scena è stata così concepita: quasi una giostra simbolica come la danza dei dervisci rotanti, nella quale ciascun personaggio ha però il suo passo e ritmo, a connotare sé stesso e altri; e, in corrispondenza di ogni cambiamento, muta anche il linguaggio artistico e del corpo, nel quadro di un allestimento suggestivo ed essenziale, in cui scarni elementi vengono integrati da evocativi movimenti di luce, scanditi in contrappunto dal tappeto sonoro eseguito dal vivo da Paolo Montella, compositore di musica elettronica diplomato al Conservatorio “San Pietro a Maiella” di Napoli. Sul palco, insieme con Paola, ci sono anche la giovane attrice Veronica D’Elia, alter ego di Paola Cacace, e l’illustratrice ed artista visuale di origine veneziana Caterina Ardizzon.

Un trio affiatato di donne di talento. «Abbiamo trovato una forte assonanza tra il nostro modo di creare e ciò che può rappresentare, ovvero il processo di putrefazione della materia necessario per dar vita all’armonia degli elementi» aggiungono le attrici che, con lo spettacolo «Ossa» hanno vinto il primo Festival del Teatro Spaccato di Roma, un’iniziativa volta a riportare il teatro in periferia, dopo la pandemia. E uno spettacolo arricchito dal contributo musicale di Montella: «Il risultato scenico complessivo – spiega ancora Cacace - è nato dalle improvvisazioni condotte durante le prove. Ci è piaciuto mettere sottosopra le vite che raccontiamo e, ad ogni capovolgimento degli eventi, Caterina interviene dal vivo, sull’intero spazio visivo, modificando l’emotività dei personaggi». Ma come è nata l’idea del testo? «È sorta – prosegue l’autrice – leggendo la fiaba eschimese riportata da Clarissa Pinkola Estès e densa di stratificazioni di senso, ma il progetto si inserisce anche in un filone di studio antropologico relativo alla morte, che mi interessa molto e rappresenta a mio avviso, dal punto di vista teatrale, un argomento molto interessante per la sua concretezza e per il coinvolgimento che ho sempre sentito fin da bambina in famiglia: quando c’era l’abitudine di andare e trovare i defunti e raccontarne le vite, a cominciare dagli aspetti più divertenti».

Ultima replica dello spettacolo stasera. Il cartellone proseguirà con questo calendario: l’11, 12 e 13 febbraio 2022 «La misteriosa scomparsa di W» di Stefano Benni, con Giulia Piscitelli, per la regia di Mauro Palumbo: un testo ancora una volta al femminile che racconta la profonda crisi di una donna, Vu, alla ricerca della sua identità spezzata con un intenso monologo dal sapore comico, sferzante e dolente che il regista e cofondatore del Teatro Serra così sintetizza: «Di Stefano Benni mi piace molto la capacità di raccontare le donne e questo personaggio, in particolare, può essere eletto a donna universale,  in un testo che ci parla anche di guerra, povertà, amicizia, amore, intolleranza e cinismo e dell’incapacità di vivere nella società contemporanea: temi che risultano ancora più significativi alla luce dell’attualità e delle conseguenze sociali della pandemia».

L’11,12 e 13 marzo 2022 sarà poi la volta di «Le Signore», con Margherita Romeo e Sarah Paone, dirette da Ludovica Rambelli e Victoria De Campora, che metteranno in scena un testo satirico sulla società contemporanea di Roberto del Gaudio seguito, l’8, 9 e 10 aprile 2022, dallo spettacolo «Gaetano, favola anarchica»: storia di Gaetano Bresci, l’anarchico che nel luglio del 1900 uccise il Re Umberto I, raccontata attraverso la fiaba di Gianni Rodari A toccare il naso del re, con Nello Provenzano, testo e regia di Riccardo Pisani, musiche originali di Lenny Pacelli ed elementi di scena a cura di Francesca Rota. Una ripresa di attività concentrata, dunque, nel segno di una sperimentazione creativa e attenta a cogliere e rendere visibili i fermenti di un territorio particolarmente attivo e ricco, ma che non sempre trova spazi adeguati di espressione, soprattutto nel mainstream comunicativo.

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