CORONAVIRUS

Frasca: «Covid, serve un'Internazionale per la sopravvivenza della specie»

Lunedì 8 Giugno 2020 di Donatella Trotta
Un’«Internazionale della sopravvivenza della specie». Che possa gestire e tutelare adeguatamente, senza diseguaglianze, la salute umana. Con una sanità pubblica e globale, indispensabile nell’attuale «zoonosi permanente» in cui viviamo: ossia a costante rischio malattie infettive di animali trasmissibili anche all’uomo, di cui la pandemia da Coronavirus è solo il più recente, ma non ultimo, esempio. Un richiamo, anche, a (ri)prendere seriamente e in modo congiunto quell’approccio "One Health" (capace cioè di riconoscere che la salute degli esseri umani è legata alla salute dell’ambiente e dell’ecosistema tout court) che molti veterinari e patologi stanno rivendicando, inascoltati, da tempo.
 


Sono solo alcuni dei punti, e spunti, di un duro testo di denuncia che – mentre si continua a discutere della “fase 3” dell’emergenza sanitaria da Covid 19 – sta circolando nell’Europa degli intellettuali: che si dissociano dalle logiche del turbocapitalismo, le cui conseguenze letali sono sotto gli occhi di tutti. Un testo poetico, in endecasillabi, che si può leggere “camuffato” anche in prosa: è «Noi lo sappiamo», di Gabriele Frasca. Titolo che echeggia il pasoliniano «Io so» (duro atto d’accusa di Pier Paolo Pasolini che nel 1974 dichiarava di essere però senza prove) ma declinandolo al plurale, con la non casuale aggiunta: «e abbiamo anche le prove». Un testo di pacata denuncia, riflessione e proposte sulla pandemia in un’ottica non localistica ma internazionale, esplicitamente commissionato dal gruppo di Storie Virali (Andrea Carlino, Maria Conforti, Virginia De Silva e Chiara Moretti) che da marzo ha tenuto aperta, sul portale della Treccani, una vivace agorà o “tribuna” di antropologi, storici, filosofi, medici, epidemiologi, scrittori e artisti gestita dal gruppo nei mesi del lockdown.
 
A conclusione dell’isolamento, questo testo – pubblicato in anteprima e in esclusiva venerdì 5 giugno nell’edizione cartacea del «Mattino» - avrebbe dovuto chiudere il dibattito avviato in profondità sul portale della Treccani, avviandone uno nuovo: anche con un intervento in voce di Frasca, poeta, scrittore, traduttore e comparatista napoletano, e con le immagini di cyop&kaf. Ancora inedito, il testo si è già diffuso in modo virale – è il caso di dire – in Europa, tradotto da affermati poeti: Jean-Charles Vegliante in Francia, Ana López Rico in Spagna, Geoffrey Brock in Inghilterra e Durs Grünbein in Germania, che a loro volta lo diffonderanno anche con videoletture. Per i lettori del web. adattato in prosa dall’autore, lo riportiamo di seguito con il video di ciop&kaf in anteprima.
 
Noi lo sappiamo e abbiamo anche le prove
Magari è vero: ce la siam giocata un tempo e poi s’è persa la partita. E forse proprio quando si poteva ripetere «io so» con Pasolini, come un grido comune di minaccia, non come un mantra, come poi fu fatto da chiunque volesse farsi bello di un mandato profetico a portata del primo paraculo telegenico intenzionato a vendere romanzi, monologhi, pellicole di facile e inutile denuncia, con cui mettere a nanna per ciascuno l’infelice coscienza che rimane come un arto mozzato, che però ci dà prurito. Sapere i nomi di chi fa del male o trama per contendere il potere a chi a sua volta se l’è accaparrato, ma saperli così tanto per dire, senza le prove e senza un solo indizio, non serve proprio a niente; o forse appena a lamentare il proprio isolamento d’artista, che comprende ma rimane incompreso a sua volta dalle masse dei troppi inconsapevoli felici d’ascoltare in silenzio ogni denuncia, che non cambi però loro la vita. E non l’ha ripetuto Li Wenliang, dal letto d’ospedale, che dovrebbe in una società più d’una voce gridare ciò che sa e sanno tutti? Perché non c’è più nulla di nascosto e le prove le abbiamo sotto gli occhi. E siamo pure per fortuna in tanti in grado di sottrarre dai discorsi di copertura ciò che c’è di vero, e che magari invece non ci va nemmeno di scoprire, se dissolve persino la certezza, che fu nostra, di abitare la favola d’un mondo che ci appartiene, senza contenerci in quella fitta trama di sostanza che della vita resta solo ai margini, e connette ogni cosa sul pianeta. Non è ciò che si sa che fa problema né le prove difettano o gl’indizi, e nemmeno necessita l’acume che si suppone degl’intellettuali, perché basta volerlo e appare chiaro ciò che è successo e quello che si rischia. La questione, se mai, sarà serbarne memoria, e non lasciare che un pericolo ulteriore lavori coi suoi danni alla dimenticanza, non soltanto dei lutti e delle angosce, ma di quanti dovrebbero risponderne per tutti. Perché di chi gestì le troppe crisi sanitarie diffuse per il mondo, da cui si distaccò la pandemia, noi conosciamo i nomi, così come di quelli di quei vertici impuniti che agiscono dovunque perché regni l’ignoranza, la morte e la paura. Di chi ha gestito poi le fasi opposte del diniego iniziale, quando apparvero i primi segni, e della successiva paranoia sociale, li sappiamo quei nomi, come di chi ha favorito lo stato d’emergenza prolungato che sembra prevedere un termidoro, l’ennesimo a pensarci, ma stavolta con in più la scomparsa dei diritti persino elementari della privacy e protezione dell’identità. Ma noi sappiamo soprattutto i nomi dei tanti che si sono succeduti sotto l’insegna della libertà, naturalmente solo di mercato, a erodere ogni forma d’eguaglianza e tutela nel mondo del lavoro, e che sono trent’anni che distruggono, a favore di cliniche private, quella sanità pubblica che ha perso ben più della metà dei posti letto, da quando fu aggredito infine il welfare. Ed è per questo che non ignoriamo chi sono i responsabili palesi della strage lombarda, e non ci sono nascosti neanche i nomi di chi ha preso tangenti dalle industrie farmaceutiche e dai consigli d’amministrazione dei centri di ricovero e di cura, nati per le eccellenze ed incapaci di sostenere l’urto d’un contagio di certo pervasivo, ma non tale da mettere in ginocchio una nazione che si fosse per tempo preparata a un evento che in tanti ritenevano inevitabile ma non letale, come l’ha reso invero la mancanza del giusto in più di terapie intensive. Anche di chi ha negato a tanta gente migrata per lavoro quell’accesso alla cittadinanza sanitaria che avrebbe preservato loro e gli altri, non tarderebbe a venir fuori il nome, se mai qualcuno ce lo richiedesse, con quante prove a carico ci vogliono. E che dire di tutti gli scienziati, esperti e giornalisti sempre in onda, come nemmeno un tempo i calciatori, che omettono ogni volta di ripetere a tutti noi che, per quanto potente, non tutto può la scienza, che procede per prove e per errori, e resta incerta. Anche di loro ricordiamo i nomi: e come non potremmo, se ogni sera ritornano gli stessi, quasi fossero i soli competenti in tutt’Italia. E se pensate che per esser troppo potenti per il loro fatturato, e camuffati a volte da politici eletti col suffragio universale, e come spesso accade rei confessi, non sia giusto ripetere quei nomi di chi inquinò, deforestò, distrusse l’habitat di piante e d’animali, favorendo di fatto lo sviluppo e poi la diffusione degli agenti patogeni e di quella zoonosi infine permanente in cui viviamo, ebbene vi sbagliate. Perché occorre scandirli bene, i nomi dei colpevoli, e ribadire che son stati loro a lasciare del tutto inascoltati gli avvisi degli esperti e le proteste delle organizzazioni nate al tempo della fine dell’ultimo conflitto mondiale, per pulirsi la coscienza, ma mai davvero messe in condizione d’intervenire sulla scala giusta. Nessuna pandemia si può sconfiggere all’interno di un singolo paese. E se la sanità non torna pubblica, e gestita da un’internazionale della sopravvivenza della specie, se non a questa, spetterà alla prossima infezione virale cancellarci così, senza alcun calcolo, ma solo perché la vita sceglie le sue strade, e ne lascia altrettante senza sbocchi. Per questo che li sappia anche ciascuno di noi, quei nomi, e s’abbiano le prove necessarie per compiere giustizia, mica basta; perché dimentichiamo ogni cosa, se torna la cuccagna d’immaginario che ci tenne chiusi in quarantena già da tanto prima che fosse necessario. E allora serve ben altro, serve mica aver l’elenco d’onesti e farabutti, ma soltanto la voglia di tornare a fare fronte comune contro quanto s’impossessa dell’organismo giusto e si moltiplica alla cieca, incurante di morire di quella stessa morte che propina. È un’altra l’infezione che ci uccide. E tutti noi non lo dimentichiamo.
Gabriele Frasca
 

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