Friot: «La mia Francia, un paese lacerato a rischio pensiero unico»

Bernard Friot (foto Simona Pasquale)
di Donatella Trotta

«L’incendio di Notre-Dame è un evento complicato: adombra molto più della cattedrale di Parigi rovinata, e va ben oltre un simbolo di identità ferito: ma di quale identità? Storica? Religiosa? O – anche – di attrazione turistica? Notre-Dame è una chiesa, luogo di fede, culto e cerimonie ufficiali; ma la Francia è il Paese della laicità, dove anche la Tour Eiffel è un simbolo e il cristianesimo, come le altre religioni, ha declinazioni molto diverse da persona a persona, da gruppo a gruppo. Fermo restando il plurimo valore simbolico del monumento gotico, penso sia illusorio credere che l’evento del rogo, per fortuna senza vittime umane, possa creare unità nazionale in un momento in cui la società francese è molto spaccata».

Bernard Friot soppesa bene le parole: da scrittore, poeta e traduttore - ex insegnante e per anni responsabile del «Bureau du livre de jeunesse» a Francoforte – che è abituato a riflettere per connettere mondi diversi. Dalla serie di racconti de Il mio mondo a testa in giù (Il Castoro) attraverso il romanzo Un altro me fino ai libri di e sulla poesia (tra i quali Dieci lezioni sulla poesia, l’amore e la vita, Lapis; Voglio scrivere una poesia, Carthusia; e Il mio primo libro di poesie d’amore, edito da Il Castoro e illustrato da Desideria Guicciardini, che ha portato l’autore a Procida per il progetto/premio “Il mondo salvato dai ragazzini-Elsa Morante”, che si concluderà con la festa/festival finale del 31 maggio-1° giugno sull’Isola di Arturo) è stimato tra i più originali e amati autori per ragazzi. Pluripremiato e tradotto in 20 lingue e non a caso considerato il Gianni Rodari francese, vive e lavora a Besançon, l’antica Vesontio del «De Bello Gallico», situata su sette colline della Francia nordoccidentale alla giunzione della regione del massiccio del Giura, dal 2016 capoluogo della nuova regione Borgogna-Franca Contea. Ed è lì, di ritorno da Parigi, che "Il Mattino" lo raggiunge telefonicamente per ascoltare la sua testimonianza.

Lei abita nella città natale di Victor Hugo tirato in ballo da più parti, in questi giorni, per la sedicente profezia sull’incendio della cattedrale contenuta nel suo romanzo «Notre-Dame de Paris» (1831).
«Già. Tuttavia, Hugo non ebbe alcun presagio o visione, bensì echeggiò un fatto vero avvenuto a Parigi nel 1830. Ed è una realtà storica che le città, nel tempo, siano cambiate e cresciute proprio con gli incendi, fenomeno perciò molto presente anche in letteratura, luogo privilegiato di empatia e spazio per tutte le ipotesi del destino umano. Parlare di profezia però consente ai media di riempire il vuoto di pensiero a fini spettacolari. Si parla troppo, prima di riflettere. E questa è una delle caratteristiche e debolezze del nostro tempo. Non soltanto in politica.»

In che senso?
«Penso al prevalere dell’emozione (che diventa merce, in una comunicazione onnipervasiva), sulla riflessione: che richiede invece tempo, distanza, e pone domande anziché offrire risposte preconfezionate. Le reazioni all’incendio di Notre-Dame ne sono esempio lampante. Uno tsunami di emozioni e commenti a caldo (e a caso) ha preso il sopravvento sulle analisi più pacate, impedendo di guardare in faccia le contraddizioni della realtà: il rogo è avvenuto poco prima che Macron illustrasse le riforme attese dal movimento dei gilet gialli, epifenomeno di un malessere sosciale diffuso. Si annunciano ricostruzioni lampo, in vista delle elezioni, quando la politica appiattita sul momento difetta di riflessione storica e progetti a lungo termine: da anni, gli investimenti in cultura, beni culturali e istruzione scarseggiano e diminuiscono; le annunciate misure per i senzatetto (7mila morti in strada nel 2018: una strage) latitano; le disuguaglianze sociali aumentano e con esse piccole misure spettacolari, che non è ciò di cui il popolo (e la scuola) francese ha bisogno… Così, le attuali lacrime dei politici sono false come l’artificiosa unione della popolazione».

Ma lei come ha vissuto il rogo di Notre-Dame?
«In modo molto ambivalente. Al di là dell’oggettiva pena che personalmente provo per un sito a cui sono molto legato, dai miei ricordi da bambino e da adulto che si è nutrito di testimonianze storiche, letterarie, musicali e cinematografiche, e dove sono tornato di recente, avverto anche un senso di fastidio, se non di irritazione, per un paio di fenomeni scaturiti dall’incendio».

Quali?
«Il primo è legato a quel dato emotivo che dicevo: avverto un senso di malsana curiosità, quasi di pornografia del dolore che si addensa sempre intorno a eventi tragici, con pellegrinaggi sul posto in un’orgia di immagini che per mia fortuna non vedo né intendo vedere, visto che non ho tv a casa e ascolto invece molta radio, dove le informazioni sono filtrate dalle parole. Ma evidentemente, ci sono persone che godono e hanno bisogno della spettacolarizzazione delle tragedie. Poi, mi indigna la gara in atto tra ricchissimi a chi si fa più pubblicità elargendo somme astronomiche per la ricostruzione. Nobile intento, certo; ma dove erano questi miliardari quando Macron ha cancellato l’imposta sulla fortuna mettendo in ginocchio il mecenatismo a favore del Terzo Settore, a danno delle iniziative sociali?»

Non mancano voci di dissenso: come valuta l’esultanza jihadista che all’indomani del rogo è serpeggiata sui social, o l’ipotesi dello storico Franco Cardini che ha parlato di “grandeur” francese ridimensionata?
«Difficile valutare queste reazioni scomposte: mi sembrano espressione provocatoria di una minoranza, che così trova il modo di far parlare di sé. Quanto alla “grandeur” è un nostro problema: una debolezza che hanno anche gli inglesi ed è basata su un’incapacità a confrontarsi con la realtà di oggi, a prescindere dalla rappresentazione storica del “c’era una volta…” la nostra grandezza. E un altro punto debole della Francia odierna è che tutto si concentra a Parigi, con un accentramento del pensiero unico e un manicheismo senza sfumature che impediscono di sentire opinioni e voci diverse. Come invece avviene in Italia, dove il policentrismo è ancora una ricchezza. Ma ora, per Notre Dame occorre dare tempo al tempo, attendere che il fumo, in tutti i sensi, sparisca per capire davvero cosa c’è dietro tutta la vicenda lasciando decantare le emozioni e facendo lavorare gli esperti e i tecnici».  Magari ricordando anche, come scrisse Hugo nel romanzo che lo consacrò alla fama, che spesso «il tempo è cieco e l’uomo è stolto».
Giovedì 18 Aprile 2019, 20:07 - Ultimo aggiornamento: 19 Aprile, 17:59
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