La Giornata mondiale dei diritti dell'infanzia vista con gli occhi delle bambine: i nuovi dati e l'allarme sociale di Save the Children

Venerdì 20 Novembre 2020 di Donatella Trotta

A guardare il mondo, l’Italia e la Campania «con gli occhi delle bambine» c’è poco da stare allegri. E proprio oggi, Giornata Onu dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che si celebra nella data dell’adozione della Convenzione del 1989, il contrasto tra i buoni propositi su carta e la realtà dei fatti si fa più stridente. Rivelando quel «centro di un vuoto allucinante» che – come il passero Leonida adottato dal bimbo Alberto Savinio – snida, sotto le piume della retorica parolaia, i paradossi, le contraddizioni e la sostanziale invisibilità globalizzata della tragedia dell’infanzia. Esasperata, purtroppo, dalla pandemia: che ha ulteriormente accentuato disuguaglianze sanitarie, socioeconomiche, culturali, educative. Con gravi conseguenze, per il futuro di una generazione di minorenni “a rischio”: soprattutto sul versante del genere femminile che si scontra con il muro dell’illusione della parità.

«La fotografia della condizione dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia offre dati preoccupanti, che nel caso delle bambine e ragazze si amplificano» sottolinea Vichi De Marchi, scrittrice per ragazzi e giornalista militante impegnata su fronti umanitari, anche come membro dell’Advisory Board di Save the Children, l’Organizzazione internazionale che da cento anni lotta per garantire un domani a bambine e bambini in condizioni di fragilità. Ed è lei la curatrice (in collaborazione con Diletta Pistono ed Elena Scanu Ballona) del nuovo Atlante dell’infanzia a rischio, realizzato ogni anno da Save the Children e giunto alla sua undicesima edizione, con il titolo «Con gli occhi delle bambine» che non a caso dedica un focus speciale, quest’anno, alla situazione in Italia nello sguardo dell’altra metà del cielo under 18: attraverso dati e analisi incrociate, illustrazioni e fotografie, elaborazioni di oltre cento mappe, infografiche e una selezione di voci di esperte e studiosi, ragazze e ragazzi.

Un prezioso osservatorio arricchito, in questa edizione appena presentata in modalità streaming proprio alla vigilia della Giornata mondiale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, anche dal contributo di sette autorevoli scrittrici, giornaliste e poeti scrittori (Viola Ardone, Ritanna Armeni, Susanna Mattiangeli, Rosella Postorino, Carola Susani, Igiaba Scego, Nadia Terranova, Bruno Tognolini) e da un inserto sull’editoria per ragazzi al femminile curato da Andersen. Ma quale quadro emerge da questa indagine, nel contesto globale di un mondo in cui 1 miliardo di minorenni (tra i 2 e i 17 anni) è vittima di violenze (fisiche, sessuali, psicologiche), 12 milioni di bambine subiscono matrimoni precoci, 85 milioni di giovani sotto i 18 anni sono coinvolti in pericolose forme di lavoro minorile, e un bambino su tre, nelle aree più vulnerabili di tutto il pianeta (150 milioni di bambini in più, dopo il Covid, di cui un milione nella sola Italia, in aggiunta al dato del 2019 di 1 milione e 137mila bambini italiani in povertà assoluta), rischia di rimanere senza cibo sufficiente né accesso a beni e servizi essenziali?

«Declinando al femminile, nell’osservatorio italiano, questi dati allarmanti, su cui doverosamente riflettere per agire – aggiunge Vichi De Marchi – si evince un ritratto di fragilità e al contempo di forza da parte di bambine che almeno inizialmente sono in media più coraggiose, più brillanti dei loro coetanei a scuola, più cooperative, con competenze maggiori in lettura e in italiano, con meno bocciature e abbandoni scolastici, tanto da arrivare persino a laurearsi molto più dei ragazzi. Ma, crescendo, queste bambine e ragazze si scontrano con la realtà che di fatto le lascia indietro: nella precarietà di un lavoro che non c’è, o se c’è è sempre meno, e sottopagato rispetto agli uomini con pari mansioni; nella mancanza di servizi essenziali per la conciliazione dei tempi di vita e di impegno, nella cristallizzazione di stereotipi che le ingabbiano. I dati e le analisi tracciano per loro un percorso pervaso di ostacoli, sfide, problemi, ma mostrano allo stesso tempo la loro capacità di resilienza, il loro saper fare di più anche con minori risorse e la loro spinta a proiettarsi e impegnarsi verso l’esterno che andrebbe intercettata e valorizzata».

Prendiamo il “caso Campania”: stando ai dati dell’Atlante di Save the Children, nella nostra regione più di una ragazza su tre non studia, non lavora e non segue alcun percorso formativo, andando a ingrossare le fila di quei Neet (Not in Education, Employment, Training) che sono la piaga sociale della malattia chiamata povertà educativa, divario-buco nero che risucchia il 35,8% delle giovani campane, contro il 32,9% dei coetanei maschi. E se già prima del Coronavirus oltre il 34,4% dei minori viveva, in Campania, in povertà relativa, a fronte di un “virtuoso” 8,3% del Trentino Alto Adige e 9,8% della Toscana, con la crisi da pandemia il dato è destinato ad aumentare vistosamente nel prossimo anno. Per non parlare della situazione scolastica, a partire dai servizi per la primissima infanzia: in un territorio dove gli asili nido che già in pre-Covid erano solo per il 4,3% dei bambini, a fronte di un 28,4% della provincia autonoma di Trento e di un 27,9% dell'Emilia Romagna (terra pilota con l'esperienza di Reggio Children e la lezione pedagogica di Loris Malaguzzi, il cui centenario della nascita è passato quasi inosservato nel funesto 2020 della pandemia). Con una dispersione scolastica, ben nota tra gli altri ai Maestri di Strada, pari al 17,3%, ben al di sopra della media nazionale.

Un Paese insomma e una regione, la Campania, tutt’altro che “a misura di bambino”, ma ancor meno “a misura di bambine”, costretti a fronteggiare a mani nude l’emergenza Covid-19.  Bambine e ragazze che in tutta Italia, peraltro, pagano sulla loro pelle disuguaglianze di genere sistematiche e ben radicate nella nostra società, che si formano già nella prima infanzia, che le lasciano indietro rispetto ai coetanei maschi e che, con la pandemia, soprattutto al Sud, sono letteralmente deflagrate. «Già prima dell’emergenza Covid, l’ascensore sociale del Paese era fermo: in Italia si è rotto il meccanismo che permetteva di migliorare la propria condizione, di costruirsi un futuro migliore. Un Paese che aveva già dimostrato di aver messo l’infanzia agli ultimi posti tra le proprie priorità e che di fronte a una sfida sanitaria e socioeconomica come quella che stiamo affrontando, stenta a cambiare strada, mettendo i bambini e gli adolescenti al centro delle proprie politiche di rilancio», denuncia Daniela Fatarella, Direttrice Generale di Save the Children Italia.

Nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per il Next Generation Eu che l’Italia sta definendo, aggiunge Fatarella, «c’è la volontà di impegnarsi nel superamento delle diseguaglianze di genere. Ma è fondamentale andare alla radice di queste diseguaglianze, prevedendo investimenti specifici dedicati a liberare talenti e potenzialità dell’universo femminile. Se per uscire dalla crisi il nostro Paese intende davvero scommettere sulle capacità delle donne, questa scommessa dovrà partire dalle bambine, a partire da quelle che vivono nei contesti più svantaggiati», conclude. Le fa eco Raffaela Milano, direttrice dei programmi Italia-Europa di Save the Children: «Nonostante l’impegno di tanti docenti ed educatori, il funzionamento a singhiozzo delle scuole e la didattica solo a distanza stanno producendo in molti bambini non solo perdita di apprendimento, ma anche perdita di motivazione nel proseguire lo studio. Dai territori riceviamo segnalazioni di bambini e ragazzi che spariscono dal radar delle scuole. Le mappe dell’Atlante indicano con chiarezza quali sono le “zone rosse” della povertà minorile e della dispersione, dove è necessario intervenire subito e in via prioritaria per affrontare una doppia crisi: quella sanitaria e quella educativa”, afferma.

Se poi consideriamo lo smottamento demografico dell’Italia, l’aumento della povertà educativa e del digital divide, le contraddizioni di un Paese a macchia di leopardo o a manto di Arlecchino che stenta a ritrovare la propria unità sulle questioni più importanti della convivenza civile e del rispetto della Carta costituzionale, gli effetti della pandemia che si faranno sentire soprattutto sul futuro dei minori rischiano di essere ancor più pesanti sulle bambine e sulle ragazze, che già scontano in prima persona un gap con i coetanei maschi che affonda le proprie radici proprio nell’infanzia. Un’infanzia invisibile non soltanto metaforicamente, ma anche nel concreto di un capitale umano e indicatore della qualità della vita che si sta perdendo. Il monito dell’Atlante va ascoltato, per invertire la deriva convertendola in sviluppo autentico. Che non lasci più nessuno indietro. Anche questa è una "zona rossa" con cui fare, necessariamente, i conti.

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