Girasoli al vento: Prisco, la memoria e le ragioni narrative di una figlia d'arte

di Donatella Trotta

Coltivare la memoria non è solo un dovere collettivo, insieme etico e politico, legato – fra il resto - alla lotta contro i negazionismi e revisionismi di qualunque segno che tendono a cancellare ogni genocidio che ha insanguinato e insanguina l’anatomia e storia della distruttività umana. In questi giorni, del resto, non ne sono mancate lampanti conferme, ad esempio nelle molteplici e dolorose testimonianze sulla Shoah: arricchite dalla febbrile tenacia di alcuni, come quella - ai limiti dell’eroismo involontario ma non inconsapevole - che spinse il dottor Emanuel Ringelblum (con la scrittrice e giornalista Rachel Auerbach, unica testimone sopravvissuta) e il suo gruppo, nella Varsavia ebraica prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, durante l’occupazione nazista e fino alla rivolta del ghetto, a stilare e conservare coraggiosamente 60mila pagine di diari, manifesti, fotografie e oggetti che narrano in presa diretta vite quotidiane e orrori altrimenti destinati all’oblio e invece in buona parte fortunosamente confluiti nel lascito dell’Oyneg Shabbes Archive, “La gioia del Sabbath”. (Lo racconta, con forza mozzafiato, il docu-film di Roberta Grossman «Chi scriverà la nostra storia», proiettato ieri sera in una speciale anteprima a Napoli promossa da Wanted Cinema in collaborazione con il Consolato onorario della Repubblica di Polonia a Napoli, guidato da Dario dal Verme che ha introdotto la visione con lo storico Andrea D’Onofrio e la filologa Suzana Glavas).

Ma coltivare la memoria sul piano personale - individuale e soggettivo - è anche, in questi tempi di modernità liquida, una profonda necessità interiore. Almeno nell’accezione che ne dava Saul Bellow: «Tutti abbiamo bisogno della memoria, tiene il lupo dell’insignificanza fuori dalla porta», diceva il premio Nobel per la letteratura. E a proposito di letteratura, queste considerazioni vengono in mente pensando alla “porta” di casa Prisco a Napoli – da sempre e sempre aperta agli amici di relazioni autentiche, temprate, suggellate e mai scalfite dallo scorrere inesorabile del tempo – che questo rischio di insignificanza non lo corre. E non solo per la devozione encomiabile con cui le figlie dello scrittore, Annella e Caterina, custodiscono in quella casa-tempio di ricordi e testimonianze l’archivio paterno confluito nel Centro Studi Michele Prisco, scrigno privato aperto alla fruizione pubblica della comunità di studiosi di italianistica; ma anche per la scelta di Annella (la primogenita, manager della cultura con connaturata sensibilità e spiccate attitudini narrative) di affidare a delicati e impressionistici memoir riflessioni e ricordi, emozioni e appunti di condotte sociali come altrettanti tasselli di un mosaico esperienziale dedicato appunto al padre, «maestro di umanità e di pensiero»: scrittore di rango, ma appartato e alieno da facili esibizionismi, uomo dal tratto inattuale di una signorile riservatezza nutrita dal primato degli affetti, marito legatissimo e fedele alla moglie violinista Sarah Buonomo - anche dopo la prematura morte di lei - e padre capace di ineffabili tenerezze, racchiude in questa pagina giovanile di diario recuperata dalla figlia: «La paternità è un sentimento che cresce ogni giorno, si sviluppa da uno stadio d’euforia iniziale, un po’ sgomenta ed incredula, a un sentimento complesso, dove la tenerezza rassomiglia talvolta alla pietà, di fronte alla tua creatura indifesa e l’affetto alla commozione».

Annella Prisco lo scriveva in Chiaroscuri d’inverno (Graus 2005), vibrante omaggio al padre scritto di getto all’indomani della scomparsa dello scrittore 83enne, il 19 novembre 2003, per colmare - con una sorta di personale viaggio interiore costellato di icastici ritratti umani, bozzetti di costume e annotazioni personali - il vuoto di quella presenza tanto discreta quanto attenta e rassicurante, in famiglia e non solo. A 15 anni dalla morte di Michele Prisco, Annella torna ora in libreria aggiornando, con Girasoli al vento. Riflessioni e ricordi su mio padre (Guida editore 2018) il suo precedente piccolo zibaldone di pensieri, a metà tra «una confessione personale, un’osservazione di costume e un omaggio». Un libro che intreccia privato e pubblico con un bilancio ulteriore: quello che registra i cambiamenti avvenuti nelle trascorse stagioni, l’attuale “rivoluzione” dei costumi indotta dai new media, il senso di precarietà, instabilità e solitudine che investe le relazioni e il tramonto di tradizioni nel cui alveo l’autrice si è invece formata. Con una corposa eredità d’affetti e sentimenti. Forte, anche, di una «lezione di equilibrio e di armonia» capace di stemperare ogni dubbio e in grado di rispondere, ancora oggi, alle domande ultime e penultime della vita. «La memoria non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda», diceva Octavio Paz: e la grata restituzione che Annella Prisco opera nei confronti della figura paterna vissuta e trasmessa nel suo volto umano, intimo e domestico (dove l’alto artigianato artistico della sua scrittura si componeva, tra la collina di Posillipo e il buen retiro vicano alle falde del monte Faito) riverbera, così, intime rimembranze e ritratti chiaroscurali di figure e amicizie (femminili, borghesi ma anche maschili e multietniche) in una lieve ma avvincente trama che restituisce, da un lato, l’atmosfera dell’ambiente in cui l’autrice è cresciuta e vive; e, dall’altro lato, anche l’incrollabile ottimismo della volontà echeggiato dal suo sommesso inno alla vita.

La malinconia amara della perdita si stempera così nella dolcezza dominante di ricordi vividi, che molto raccontano dei piccoli riti quotidiani, della Weltanschauung, delle “ragioni narrative” e del lessico famigliare di un protagonista della civiltà letteraria del Novecento non ancora adeguatamente valorizzato dalla critica: proprio come il suo amico e sodale Mario Pomilio. Sabato 2 febbraio alle ore 11, nel foyer del Teatro Diana, la presentazione del libro: con l’autrice Annella Prisco interverranno la scrittrice Doriana Martini, lo scrittore e docente Raffaele Messina, l’Assessore alla sicurezza e alla legalità della Regione Campania Franco Roberti. Introduce e coordina il giornalista e autore Ciro Cenatiempo. Letture di Annamaria Ackermann.
Martedì 29 Gennaio 2019, 14:53
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