Infinito Leopardi: in dialogo con Giambattista Vico, così Napoli apre i tre anni di celebrazioni del bicentenario

di Donatella Trotta

Infinito Leopardi. Ha 200 anni, ma non li dimostra. Perché l’immensità di quei 15 endecasillabi sciolti, imparati a memoria da generazioni di bambini e ragazzi, declamati in ogni tempo con intatta emozione e fonte inesauribile di ispirazione per molti adulti risuona, ancora oggi, attualissima. Proprio come il genio universale del loro autore, capace di preconizzare lucidamente con il suo  pensiero poetante - per parafrasare Martin Heidegger - l’odierno “naufragio con spettatore”. Tanto che per il bicentenario de L’Infinito  - Idillio che Giacomo Leopardi compose 21enne, nel 1819 – Einaudi Ragazzi ripropone ora in un prezioso albo per i più giovani il testo del grande Recanatese (1798-1837) con una edizione illustrata dalle tavole oniriche e surreali del raffinato artista Marco Somà e un pensiero di Daniele Aristarco. E mentre nella natìa Recanati i discendenti di Leopardi hanno esposto al pubblico dall’8 marzo, in una mostra nella loro Casa-museo, tutti gli oggetti personali del poeta - «custoditi per secoli in collezioni private di famiglia», spiega la contessa Olimpia Leopardi - per rendere fruibile un viaggio concreto nella memoria intima del “giovane favoloso” non a caso corredato da un’altra mostra multimediale («Io nel pensier mi fingo», concept di Fabiana Cacciapuoti, allestimento di Giancarlo Muselli) sui luoghi fisici e mentali che hanno segnato l’infanzia e la giovinezza leopardiane, è proprio il 21 marzo - Giornata mondiale della poesia - che si apriranno le celebrazioni ufficiali del Comitato Nazionale per il Bicentenario dell’Infinito (istituito dal Mibac il 30 gennaio scorso, si insedierà il 28 marzo per durare fino al 2021 con la presidenza dell’ambasciatore Giuseppe Balboni Acqua e la vicepresidenza di Fabio Corvatta, Presidente di quel Centro Nazionale di Studi Leopardiani di Recanati che è il cuore pulsante delle iniziative intorno al genio del pensiero poetante).

Festeggiamenti bicefali, perché avviati in contemporanea in due siti simbolici per la biografia leopardiana: Recanati (dove, nel teatro Persiani, il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti e il critico d’arte Vittorio Sgarbi daranno il via agli eventi marchigiani dal 21 al 24 marzo) e Napoli. Il luogo della nascita e quello della morte. Ma è proprio il capoluogo partenopeo che, nella Biblioteca Nazionale a Palazzo Reale, «conserva gelosamente la raccolta sistematica degli autografi di Leopardi», sottolinea Francesco Mercurio, suo direttore dal 2017: «Archivio prezioso per i posteri, lasciato da Giacomo all’amico Antonio Ranieri (e da questi dato alla Biblioteca Nazionale dove è pervenuto, dopo dispute giudiziarie, solo nel 1907) e che custodisce anche la prima stesura autografa dell’Infinito, di cruciale importanza letteraria e filologica per le varianti annotate dal poeta, utili per ricostruire la cronistoria delle sue scelte lessicali e dei suoi ripensamenti», aggiunge Mercurio. Correzioni assenti invece nel secondo autografo, posteriore, dell’Infinito (il manoscritto vissano del 1825 ora esposto a Recanati), in realtà una “bella copia” dell’originale, vergata da Leopardi stesso per destinarla più pulita alle stampe. Anche per questo assume il sapore dell’unicità la mostra bibliografica, documentaria, iconografica e multimediale dal titolo «Il corpo dell’idea. Immaginazione in Vico e Leopardi», curata da Fabiana Cacciapuoti, che dal 21 marzo avvia così le celebrazioni del Bicentenario dell’Infinito nella Sala Dorica di Palazzo Reale (inaugurazione alle ore 16, preceduta da una prolusione di Antonio Prete nella Sala Rari della Biblioteca), per restare aperta al pubblico fino al 21 luglio.

«Una iniziativa sostenuta con il massimo impegno da questa direzione – continua Francesco Mercurio – per avvicinare il grande pubblico al pensiero dei due autori in grado di fornire risposte attuali ai grandi temi della società contemporanea, valorizzando e rendendo fruibile al tempo stesso il patrimonio scientifico posseduto da questa biblioteca». Organizzata dalla Biblioteca Nazionale e sostenuta dalla Regione Campania - in collaborazione con il Polo Museale della Campania, diretto da Anna Imponente e con Palazzo Reale, guidato da Paolo Mascilli Migliorini e dal Mann che con la direzione di Paolo Giulierini ha prestato alcune statue per l’esposizione - la mostra è realizzata su un suggestivo progetto multimediale di Kaos Produzioni (con la direzione artistica di Stefano Gargiulo, sceneggiatore e regista) con eleganti strutture espositive ideate da Giancarlo Muselli, già scenografo del film «Il giovane favoloso» di Mario Martone, che sarà tra i presenti all’opening (con Mercurio, Cacciapuoti, Imponente, Mascilli Migliorini, Balboni Acqua, Giulierini, Corvatta interverranno anche la contessa Olimpia Leopardi, il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca; Patrizia Boldoni, consigliere del Presidente per la Cultura; Manuela Sanna, direttore dell’ISPF, Rosanna Purchia, Sovrintendente della Fondazione Teatro di san Carlo). E propone così un inedito dialogo tra due dei maggiori esponenti del pensiero moderno europeo attraverso gli autografi del filosofo, storico e giurista napoletano Giambattista Vico (1668-1744) e Leopardi, ma non solo.

Lo spiega in sintesi la curatrice Fabiana Cacciapuoti, leopardista, curatrice dello Zibaldone e del catalogo della mostra edito da Donzelli, membro del Centro Nazionale Studi Leopardiani e del Comitato scientifico del Premio letterario leopardiano La Ginestra, nonché del Comitato Nazionale delle Celebrazioni: «Il percorso espositivo non convenzionale, ma fortemente emozionale, rispetto ai canoni tradizionali, non esibisce solo l’Infinito come un  cimelio, ma lo inserisce in un complesso contesto che, a partire da un attento lavoro di quattro anni sui testi vichiani e leopardiani,  portato avanti da un gruppo di studiosi del l’Istituto per la storia del pensiero filosofico e scientifico moderno del CNR, della BN e dell’università “Federico II” (tra i quali gli esperti vichiani Armando Mascolo e Alessia Scognamiglio dell’ISPFe i leopardisti Roberto Lauro e Antonio Panico) collega la sapienza poetica della Scienza Nuova ai pensieri dello Zibaldone». I cui autografi sono non a caso in mostra accanto a manoscritti di altre opere leopardiane (Operette Morali, Alla Primavera, Il frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco) e a una trentina di rarissimi volumi del ‘500 e del ‘700 (come la Mitologia di Conti), testi di riferimento fondamentali e significative fonti comuni, nelle biblioteche dei due pensatori la cui erudizione viene simboleggiata, in mostra, dalla trascrizione a muro degli alfabeti delle lingue antiche in cui spaziava il loro sapere: latino, greco, ebraico, aramaico, caldaico, egiziano, cinese. Scritte a mano, in bianco, che abili calligrafi, nel percorso espositivo della sala dorica, disseminano poi nel percorso espositivo su pareti color ardesia che riproducono, a mo’ di scolii (annotazioni, glosse a margine delle opere della letteratura latina come le Metamorfosi di Ovidio), i testi di Vico e Leopardi in dialogo sugli snodi concettuali che li legano:  l’idea di origine, innanzitutto; poi il mito come espressione degli universali fantastici ed età degli dei e degli eroi arcaici e omerici (Achille, tra questi: presente in mostra anche con una bella testa di Ares evocativa dell’Iliade e prestata dal museo di Palazzo reale); e ancora, la nascita del linguaggio con l’elaborazione poetica dei primi canti ancestrali tra favella e fabula, con la conseguente costruzione delle civiltà e, infine, la loro corruzione e decadenza, frutto, per Vico della “barbarie della riflessione” e per Leopardi della barbarie della “ragione”: a cui il primo risponde con un approccio storico-provvidenzialistico mentre il secondo, più disincantato e radicale, con l’approdo alla necessità di “rifondare l’illusione” attraverso i valori della poesia, della virtù, della solidarietà umana.

L’impianto scenico e multimediale, di grande impatto - a partire dall’ingresso alla mostra tra touch screen e installazioni visive che donano l’impressione di entrare nella scena di un film - si presta ad un’amplificazione non soltanto razionale dei temi affrontati: tra polifonia delle fonti echeggiate e duetto anche sonoro di Vico (interpretato dalla voce di Nello Mascia) e Leopardi (Pietro Pignatelli); e ancora tra coro dell’invocazione arcaica alle Muse (in greco antico) e la presenza anche fisica del mito (si pensi alla bella statua di Erato, musa del canto corale e della poesia amorosa prestata dal MANN), in una sorta di viaggio tra dei, eroi e uomini che intreccia mitologia, filologia e poesia: «Un itinerario conoscitivo e comparativo concepito per essere fruibile a tutti, a qualunque età – sottolinea Cacciapuoti – perché scandito nel tempo della narrazione dal mito nei suoi valori sia gnoseologici sia fantastici, che enfatizzano la metafora come chiave di volta della conoscenza nel prevalere della fantasia, dell’immaginazione e del sentire sulla ragione. In questo, Vico e Leopardi erano accomunati dall’essere entrambi anticartesiani». Il pensiero dei due autori diventa così, aggiunge Francesco Mercurio, «corpo vivo e presente anche graficamente, prima come segno e poi come parola scritta. Così, in coerenza con l’attività di ricerca promossa dalla Biblioteca Nazionale, il corpo dell’idea chiude le iniziative per i 350 anni della nascita di Giambattista Vico e apre le iniziative per il bicentenario dell’Infinito sostenute dal Comitato nazionale».

Non solo. Tra gli obiettivi della mostra, conclude Cacciapuoti, «quello di rifondare le illusioni: ossia offrire il senso ancora attuale di un itinerario antropologico, filosofico e poetico comune ai due autori, con una full immersion emozionale e fluida, che traducendo le idee in immagini restituisce un universo anche visivo e sonoro, oltre che testuale, dei loro principali nuclei tematici. Non a caso l’itinerario espositivo e l’omaggio a Leopardi si concludono in una saletta a parte, dedicata alla Ginestra concepita dal Poeta al termine della sua vita, in quella Villa Ferrigni annidata sulle falde del Vesuvio a Torre del Greco, ora denominata Villa delle Ginestre. E qui – aggiunge Cacciapuoti - il visitatore deve entrare da solo, per fare una intensa quanto sorprendente, per l’originale allestimento scenico, esperienza individuale dell’approdo leopardiano alla necessità di “rifondare l’illusione” attraverso i valori della poesia, della virtù, della solidarietà umana e della magnanimità, simboleggiati appunto dalla Ginestra». Il cui manoscritto, dettato da Leopardi all’amico Ranieri è non a caso esposto nella sala con l’illuminante esergo del Vangelo di Giovanni scelto dal Recanatese stesso: “gli uomini preferiscono le tenebre alla luce”». Quasi una eloquente provocazione, per scuotere le coscienze di ciascuno, interpellato a rispecchiarsi in profondità, e a dare voce al messaggio poetico del “giovane favoloso” per (pro)muovere un cambiamento e conferire così un senso – come la ginestra che solitaria profuma l’arido deserto - a un mondo che sembra sempre più non averne.
Lunedì 18 Marzo 2019, 12:35
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