La Madonna della Tenerezza restaurata torna a Santa Chiara: cerimonia con musiche di Don Dolindo Ruotolo

Mercoledì 5 Gennaio 2022 di Donatella Trotta
La Madonna della Tenerezza restaurata torna a Santa Chiara: cerimonia con musiche di Don Dolindo Ruotolo

È un’icona di tenerezza. Ma è anche una immagine simbolica di amore saldo e lungimirante, di abbandono fiducioso ad una fede che «tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» e di indissolubile relazione tra visibile e invisibile, immanenza e trascendenza, umano e divino: incarnata dal legame di una Madre che allatta a seno scoperto, con sguardo dolcemente malinconico, il figlio, entrambi circondati da angeli, cherubini e santi. Stiamo parlando del dipinto noto come «La Madonna della Tenerezza»: un quadro del XVI secolo (155 cm di larghezza per 165 di altezza), custodito all’interno della Basilica di Santa Chiara a Napoli (nella Cappella del Santissimo Sacramento) dove l’opera di autore ignoto, dopo un lungo lavoro di studio preliminare per la migliore conservazione e un attento restauro durato circa 120 giorni per valorizzarne i colori originari, opacizzati e quasi spenti dalla patina del tempo, tornerà ad essere collocata per la gioia dei fedeli. La cerimonia di presentazione della sacra immagine è in programma sabato 8 gennaio, dopo una Messa cantata, alle ore 10.30 a Santa Chiara, officiata da Monsignor Vincenzo De Gregorio, Abate della Cappella del Tesoro di San Gennaro, con Fra’ Carlo D’Amodio, padre provinciale dei Frati minori di Napoli e Caserta.

A intervenire, con i coniugi Stefano e Valeria Juliano, finanziatori del restauro e promotori dell’evento, anche Monica Martelli Castaldi, docente all’università Suor Orsola Benincasa e responsabile del lavoro di restauro di cui racconterà, con la storia del dipinto, i passaggi cruciali, realizzati d’intesa con i responsabili delle opere della Basilica di Santa Chiara e della Curia Arcivescovile di Napoli e con l’alta sorveglianza della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio del Comune di Napoli, nelle persone di Rosa Romano e Barbara Baldi. Ma l’evento intreccia molte altre storie, ben oltre la pur (bella) notizia della restituzione alla pubblica fruizione di un’opera d’arte in un importante sito ecclesiale che custodisce tradizioni e testimonianze di fede e cultura, arte, storia e carità. Perché è un incontro insieme religioso e laico che intreccia devozione spirituale, non soltanto mariana, e arti declinate al plurale (dall’architettura del sito, alla pittura, fino alla musica «che unisce ed eleva», per usare le parole di papa Francesco).

Il restauro della Madonna della Tenerezza a Santa Chiara non rilancia, infatti, “soltanto” il culto popolare verso una Madonna del Latte venerata da secoli dalla gente di Napoli (che tornerà, più luminosa, ad essere posizionata tra due delle grandi finestre ogivali dai pluricromatici vetri istoriati sulla parete sopra l’altare della settima delle cappelle laterali sulla navata destra della Basilica), considerata anche la Vergine delle Grazie e ritratta non a caso in una gloria di angeli dalle ali dorate tra le nubi, con due cherubini che in alto ergono una corona, mentre in basso sono raffigurati santi identificati dagli studiosi (come possibili aggiunte posteriori) in San Bartolomeo, San Diego e Sant’Antonio da Padova. Ma è un evento che ripropone pure, nella scelta di eseguire durante la Messa inni sacri e mottetti alla Santa Vergine composti dal sacerdote napoletano Don Dolindo Ruotolo (1882-1970) ed eseguiti dall’organista Antonio Sembiante con i fratelli Giuseppe e Sergio Valentino, tenore e baritono del San Carlo (che ha non a caso fondato l’Associazione “Don Dolindo l’organista di Dio”, presieduta da Stefano Juliano), la (ri)scoperta di una straordinaria figura in odore di santità. Di cui è in corso il processo di canonizzazione. E le cui spoglie – oggetto di venerazione da parte di fedeli di tutto il mondo, a partire dalla Polonia – sono conservate nella Chiesa di San Giuseppe dei Vecchi e di Nostra Signora di Lourdes a Napoli, che raccoglie anche numerosissimi ex voto per grazia ricevuta proprio in virtù dell’intercessione di don Dolindo: taumaturgo, Terziario Francescano, teologo e scrittore prolifico, amico di padre Pio e maestro della spiritualità partenopea che tanti santi ha donato, nei secoli, alla Chiesa.

Ne sa qualcosa la nipote diretta, che sarà presente alla cerimonia: la nonuagenaria Grazia Ruotolo, alla cui operosa e lungimirante lucidità si deve la prima importante divulgazione, con Luciano Regolo e Luca Sorrentino, della storia e del culto dell’illustre ma umile zio con cui è cresciuta, in una quotidiana lezione di dolcezza e abbandono alla vita con una fede non soltanto autenticamente credente, ma anche credibile e creduta perché frutto di fiducia, speranza, amore, dedizione agli altri e impegno.Vissuti e condivisi. Una storia tanto sorprendente quanto ancora poco conosciuta, quella di don Dolindo, uomo schivo e semplice ma capace di atti istintivamente e profeticamente fuori dell’ordinario (dalle guarigioni ad altri prodigi, dalla stesura di opere di spiritualità e fini interpretazioni dei Testi sacri fino alla composizione di musica da autodidatta, a digiuno di qualunque studio di armonia, contrappunto, composizione, per pura ispirazione guidata dalla devozione a Gesù e a Maria), ben rispecchiata da una frase di San Pio da Pietrelcina. Il quale, ad alcuni fedeli napoletani giunti in pellegrinaggio da lui, disse: «Perché venite qui, se avete Don Dolindo a Napoli? Andate da lui, egli è un santo».   

Devoto alla tenerezza della Madonna, come quella del dipinto restaurato in Santa Chiara, don Dolindo resta così, nelle efficaci parole di Luca Sorrentino, «Un amanuense dello Spirito Santo, una Sapienza infusa dall’alto, un taumaturgo di non minor presenza di Padre Pio da Pietrelcina, uno stigmatizzato di Cristo già nel nome, un figlio prediletto della Vergine iniziato alla sapienza delle Scritture, un servo fedele che volle essere il nulla del nulla in Dio e il tutto di Dio negli uomini»: con un messaggio di misticismo moderno eloquente e ancora oggi luminosamente paradigmatico. Sul quale vale la pena di riflettere, in prossimità dell’Epifania e anche oltre.

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