Minori, devianza e creatività a Napoli: tre incontri sul tema della povertà educativa

di Donatella Trotta

Disagio di civiltà, devianza minorile, derive nell’illegalità che lambiscono - sempre più - giovani e giovanissimi: Napoli si mobilita. E da sponde diverse cerca di edificare ponti virtuosi (tra istituzioni, associazionismo, uomini e donne di buona volontà) e costruire dighe per fare argine all’esondazione di un mal(essere) dilagante. Generato – in primis – da una preoccupante povertà educativa. Non è un caso che nel giro di pochissimi giorni si siano avvicendati, in città, tre incontri molto partecipati, di alto profilo e densi di significato, che vale la pena di segnalare. Tre appuntamenti legati, nella diversità, dal filo rosso di una concreta attenzione partecipe, dialogante e progettuale che – parafrasando il titolo del primo incontro: un seminario di formazione per educatori e assistenti sociali promosso alla Stazione Marittima dall’assessore al Welfare del Comune di Napoli Roberta Gaeta – ha tentato di rispondere agli interrogativi di cosa significhi “educare”, ma anche (con)vivere, agire, e scrivere, “nella complessità”.

«Investire nella formazione di chi ogni giorno si occupa dei giovani napoletani maggiormente a rischio è fondamentale per contrastare il disagio giovanile, fenomeni come il bullismo, il vandalismo, le baby-gang e la criminalità minorile», spiega l’assessore Gaeta. Che aggiunge: «Bisogna ripartire proprio dagli assistenti sociali, dagli educatori e da tutti gli operatori del terzo settore, chiamati a intercettare e rispondere ai bisogni dei cittadini, giovani e non, e alle molteplici sfide educative in campo. Il seminario ha perciò voluto mettere (e condividere) competenze in circolo per poter fronteggiare con maggior vigore quelle situazioni di disagio giovanile e/o adulto sulle quali il Comune si sta impegnando in azioni di contrasto che puntano su percorsi formativi efficaci». Quali? «In particolare, stiamo investendo su una sorta di formazione “on the road”, sulla strada: agli educatori che ogni giorno vivono le sfide di un determinato territorio in prima persona saranno forniti strumenti di prevenzione attraverso percorsi formativi ad hoc». 

Già. Perché a Napoli essere bambino, o ragazzo, significa vivere «il rischio o la gioia di essere minore», come non a caso recita il titolo di un altro denso confronto di “proposte educative” per l’infanzia della città, promosso in Pignasecca dall’Arciconfraternita dei Pellegrini (realtà di secolare impegno sul fronte della solidarietà attiva) in occasione delle celebrazioni per il 440esimo anniversario dell’Augustissima Arciconfraternita ed Ospedali della santissima Trinità dei Pellegrini e Convalescenti (1578-2018). Un incontro corale «per ridare alla città il volto della sua innocenza, e restituire l’innocenza ai ragazzi che ne sono deprivati, abbattendo i muri della semplificazione in un luogo di aggregazione che sin dalle sue origini è sorto per creare ponti di emancipazione sul territorio, dalla sanità all’istruzione», chiarisce in apertura il moderatore dell’incontro don Tonino Palmese, Preposito dell’Arciconfraternita, consulente regionale dell’Ucsi, vicario episcopale Carità e Giustizia e Presidente della Fondazione Polis. Che aggiunge: «Il filosofo dell’educazione Olivier Reboul si pone le domande più importanti per la pedagogia: cosa vale la pena insegnare? Cosa vale la pena imparare. La risposta, per entrambe le domande, è una sola: vale la pena insegnare e imparare tutto ciò che libera e tutto ciò che unisce».

Gli fa eco Vincenzo Galgano, Primicerio dell’Arciconfraternita dei Pellegrini: «Di fronte a problemi di estrema complessità ed elevato costo sociale – dice – in quartieri dove gli ambienti criminali riescono ad allignare contagiando famiglie e rendendo soggetti senza istruzione, bambini e ragazzi una corona di spine per la società, la battaglia è da combattere tutti insieme. Senza delegare solo a strutture pubbliche la responsabilità di offrire a questi ragazzi possibilità diverse dalla devianza e dall’illegalità». All’appello hanno risposto in tanti, tra esponenti delle istituzioni e del mondo dello sport. Sottolinea ad esempio Patrizia Esposito, Presidente del Tribunale per i Minorenni di Napoli: «Il rischio è quello di nascere sotto tetti sbagliati, in famiglie “liquide” senza cultura né regole, che fanno crescere un esercito di ragazzini “contro”, senza legge né scolarizzazione, incapaci di relazionarsi con l’altro: famiglie maltrattanti in senso lato, che scatenano aggressività e sfide in minorenni scaltri, alfabetizzati solo informaticamente in un disorientamento educativo patologico che genera, da un lato, un processo gregario di emulazione di modelli negativi, dall’altro una vera e propria affiliazione criminale in contesti già illegali, dove giovanissimi si trovano intrappolati, anche a livelli apicali, senza riuscire a uscirne. Uno scenario di privazione precoce di sogni e desideri legati alla sana progettualità per il futuro».

Che fare? «Ovvio che il piano repressivo e sanzionatorio, pur importante, non basta – replica Esposito – e che l’attenzione preventiva a segnali di condotte devianti va allertata, con la necessità ineludibile di una collaborazione interistituzionale e di un’alleanza con le famiglie: che non sono un porto franco, ma un coacervo di diritti e doveri ribaditi dalla Carta Costituzionale e dal Codice Civile. A noi compete il controllo sulla responsabilità genitoriale: che deve essere adeguata, responsabile e responsabilizzante rispetto ai bisogni educativi di un ragazzo che deve a sua volta diventare un adulto responsabile. E anche se ogni storia va poi analizzata caso per caso, per garantire un percorso di crescita sereno a questi ragazzi occorre elaborare, come si sta iniziando a fare, protocolli adeguati sul concetto di famiglia maltrattante per una gradualità di interventi».

Gemma Tuccillo concorda: magistrato da 36 anni, per venti giudice minorile e dal 2015 Capo Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, sottolinea: «Svolgo questo lavoro con passione e anche un grande dolore, che mi deriva dal coinvolgimento emotivo di fronte alle centinaia di casi dei quali mi sono occupata, nei quali i minori non hanno la minima percezione e consapevolezza dei danni che, divertendosi, provocano tra aggressioni, bullismo e cyberbullismo. Bisogna considerare la criminalità minorile in un senso più allargato della sola dimensione patologica e/o fisiologica, legata a contesti illegali: l’altra faccia della medaglia è quella occasionale, in un processo articolato in tre stadi: disagio, devianza e infine criminalità. Attualmente, sono circa 480 i minori in esecuzione penale esterna, dei quali cento in Campania tra Nisida e Airola. Il momento trattamentale è basilare, non solo in senso repressivo ma rieducativo». Ma da dove iniziare? Tuccillo lancia un appello: «Bisogna invertire le passioni, creando cioè occasioni aggreganti (come lo sport, il teatro, le arti) e stando accanto  a famiglie nel disagio, e non solo, per dare a tutti, adulti e bambini, altre opportunità».  Un esempio concreto? «Penso a un bellissimo progetto di contrasto al bullismo e al cyber bullismo concretamente trasformante, dal titolo “Oggi si parla di esclusione”, realizzato alla scuola Poerio, condiviso anche dai genitori, che ha coinvolto 500 ragazzi di scuola media. Con risultati inimmaginabili. Bisogna essere generatori di passioni, in un’epoca di “passioni tristi”», conclude Tuccillo.

E se Rosanna Purchia, Soprintendente del Teatro San Carlo, rincara allora la dose raccontando come il Massimo napoletano abbia deciso di puntare sulla bellezza salvifica proprio aprendo le porte ai più giovani, tanto che più di 150mila ragazzi assistono ogni anno alle “magie” del lavoro sancarliano, sul versante dello sport la testimonianza di Alessandro Formisano (Head of Operations, Sales & Marketing della Società Sportiva Calcio Napoli) e di Francesco Porzio, campione di pallanuoto fortemente impegnato nel sociale, convergono: l’uno raccontando le iniziative della SSC Napoli a favore dei bambini e ragazzi e contro la dispersione scolastica (tra i quali il progetto di tutoring sportivo portato avanti da cinque anni in collaborazione con la Curia e il coinvolgimento di oltre 60 parrocchie ogni anno; l’altro motivando perché ha scelto di rimanere a Napoli, sottraendo i ragazzi alla strada attraverso la passione dello sport e l’aggregazione in impianti come AcquaChiara, in Area Nord. Perché il problema vero, in fondo, resta proprio quello del coraggio della verità, del riconoscimento del principio di realtà, dell’esempio e dell’assunzione (collettiva) di responsabilità: lo ricorda, esemplificando con cifre e dati gli investimenti regionali sul doppio fronte della scuola, del lavoro e della formazione, il Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, che interviene in conclusione dell’incontro. «Diceva Edmond Jabés che noi insegniamo agli altri non ciò che sappiamo, ma ciò che siamo – scandisce il governatore -. L’esempio è tutto. E deve partire dal rigore delle istituzioni, ma riguarda ciascuno. Ecco perché nell’attuale congiuntura, in cui la soglia di criticità è stata ampiamente oltrepassata, il mondo è sconvolto, le ideologie tramontate e la frattura generazionale amplificata in una somma di solitudini, è necessario lavorare su una legislazione adeguata alla violenza urbana, che minaccia la sicurezza dei cittadini e semina paura: se nessuno è responsabile degli atti che compie, è la democrazia stessa a rischiare mortalmente».

Appunto. E in un mondo del genere, allora, è forse proprio quella che il filosofo Nuccio Ordine definisce in un suo libro-manifesto “l’utilità dell’inutile” a indicare la strada da percorrere. Lo ha chiarito il Presidente della Fondazione Premio Napoli, Domenico Ciruzzi, intervenendo alla tavola rotonda su «La libertà di fluire delle parole: Lib(e)ri liberi», coordinata da Amalia Fanelli nell’ambito della seconda edizione della rassegna  «Arte reclusa/Libera arte», ideata e diretta dallo psichiatra Adolfo Ferraro, per il quale i tre elementi necessari a mantenere l’equilibrio psichico sono gli spazi, i tempi e le relazioni. «Solo la letteratura, il cinema, il teatro, l’arte, la musica riescono a scavare all’interno della massificazione burocratizzata – afferma Ciruzzi – e a fare una controinformazione profonda, corretta, seria, nel dilagare insopportabile di falsi temi di mero intrattenimento. I bagliori di forte autenticità e umanità che vengono dal mondo a parte di chi soffre, in prigioni fisiche o anche mentali, sono sussulti dell’anima preziosi, cortocircuiti che stimolano un impegno intellettuale, civile e sociale oggi più che mai necessario». Perché la linea di confine d’ombra tra legalità e illegalità, fascinazione del male e banalità del bene, normalità e devianza è molto labile. E ne sanno qualcosa gli scrittori invitati all’incontro, testimoni di un cantiere creativo in cui le parole giuste possono davvero fare - per piccoli e grandi - la differenza: Nando Vitali con le sue distopie e catarsi narrate in Bosseide e Ferropoli; Andrea Carraro con la sua indagine sulla violenza e la colpa echeggiate nei suoi racconti e nel romanzo Il branco; Francesca Gerla con la sua attenzione all’ambiguità “elastica” dell’etica nel romanzo La testimone; Sandro Bonvissuto con il suo concetto di inversione e capovolgimento in mondi di restrizione sviluppato nel libro Dentro; ed Emilia Bersabea Cirillo con la cognizione del dolore che costella i suoi racconti Potrebbe trattarsi di ali e il romanzo Non smetto di aver freddo.  Perché in fondo «delinquenti non si nasce, si diventa. E il carcere è innanzitutto dentro di noi, prima ancora che fuori», chiosa Cirillo.  E allora, conclude il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, «il valore rigenerativo, creativo, esplosivo dell’arte, soprattutto in persone a disagio (mentale, sociale, restrittivo e sanzionatorio) diventa questione di diritto, con una precisa funzione di espansione dei diritti soffocati».    
Sabato 14 Aprile 2018, 09:16 - Ultimo aggiornamento: 14-04-2018 09:16
© RIPRODUZIONE RISERVATA



COMMENTA LA NOTIZIA
0 di 0 commenti presenti

QUICKMAP