Missiroli e Del Secolo, carteggio inedito e un convegno alla Tucci

Mercoledì 30 Giugno 2021 di Donatella Trotta
Missiroli e Del Secolo, carteggio inedito e un convegno alla Tucci

Un enfant prodige del giornalismo italiano, che dopo una precoce gavetta iniziata nella natìa Bologna a 15 anni, quando era studente del liceo classico, è culminata nella direzione di quattro quotidiani e in una brillante carriera di giornalista dall’ingegno versatile e indipendente, ma anche di fine saggista e acuto politologo tendente a conciliare cattolicesimo e liberalismo. E un autorevole lucano di una decina d’anni più anziano — tra gli allievi prediletti di Giosuè Carducci — anch’egli giornalista, e pure docente e politico di una cerchia di intellettuali che nella Napoli infraseculare ruotavano intorno a Benedetto Croce: sono Mario Missiroli (Bologna, 1886-Roma, 1974) e Floriano del Secolo (Melfi, 1877-Napoli 1949), non a caso definiti da Salvatore Maffei, Presidente dell’Emeroteca Biblioteca Vincenzo Tucci di Napoli, «Due giganti del giornalismo italiano».

Ed è proprio con questo titolo che lo storico tempio della memoria storica della stampa ospiterà, da venerdì 2 luglio (apertura alle ore 11), una preziosa mostra di 35 lettere inedite di Missiroli a Del Secolo, che saranno esposte nelle bacheche in mogano dell’Emeroteca nel Palazzo delle Poste della città in piazza Matteotti (secondo piano), in occasione del convegno sui due “giganti” della storia del giornalismo italiano che avrà come relatori d’eccezione Emma Giammattei ed Ernesto Mazzetti. Il prezioso carteggio, donato alla Tucci da un collezionista che, spiega il curatore della mostra, Maffei, «preferisce rimanere anonimo», copre un arco temporale che parte dal 1906 e termina nel 1930.  La prima lettera è pertanto scritta quando il mittente bolognese aveva soltanto 20 anni e non era stato ancora assunto al «Resto del Carlino» di cui diventerà direttore (prima di andare a dirigere «Il Secolo» di Milano, «Il Messaggero» e il «Corriere della Sera»), mentre il suo destinatario Del Secolo, che aveva 29 anni, al quotidiano di Bologna collaborava già da sette anni con articoli di prima pagina di critica letteraria, essendosi laureato, ventenne, con Carducci di cui era pupillo insieme con Manara Valgimigli.

Significativo il tono con cui Missiroli apostrofa, nelle prime lettere, il suo autorevole interlocutore, apostrofandolo con un «Caro Professore» iniziale perché Del Secolo, dopo aver insegnato nel liceo di Messina a ventun’anni e a Benevento a ventidue, aveva poi ottenuto alla Scuola Militare della Nunziatella di Napoli la cattedra che era stata di Francesco De Sanctis. Nel congedarsi, Missiroli usa locuzioni come «Mi creda suo affezionato» o espressioni come «Mi saluti Benedetto Croce e si ricordi di me», in segno di deferenza e rispetto per il suo ammirato interlocutore. Passano quattro anni e il giovane bolognese, divenuto da oltre un anno redattore tuttofare del «Resto del Carlino», essendo il braccio destro dell’avvocato Mastellari (maggiore azionista del giornale), rivela una maggiore familiarità e intraprendenza, scrivendo, con un più intimo “tu”: «Caro Floriano, ebbene ? Vedesti l’amico? Io e Mastellari attendiamo». L’attesa riguarda una precisa richiesta di Missiroli, che comincia allora a chiedere a Del Secolo di persuadere il giornalista perugino Ettore Marroni, editorialista di fama internazionale con lo pseudonimo di “Bergeret” e a quel tempo firma di punta del «Mattino», a lasciare Napoli per trasferirsi a Bologna.

Non solo. La mostra del gustoso corpus epistolare continua con la contestuale esposizione di molte decine di giornali e riviste che esemplificano la carriera giornalistica di Missiroli, come si è detto direttore di quattro grandi quotidiani, e quella di Del Secolo, caporedattore dello storico quotidiano «Il Pungolo» (testata di non poco significato nella biografia di Matilde Serao e di suo padre Francesco), fino alla chiusura del 1911 nonché caporedattore del «Giorno», il quotidiano fondato da Donna Matilde dopo la definitiva separazione dal marito Edoardo Scarfoglio e dal loro «Mattino», fondato insieme nel marzo del 1892; incarico che De Secolo (antifascista come i suoi colleghi e amici) manterrà fino al 1918, quando sarà chiamato a dirigere «Il Mezzogiorno» che, “fascistizzato” nel 1923 , lo espellerà così come farà del resto la Nunziatella, in pieno regime che non tollera chi non si piega a chiedere la tessera del partito mussoliniano.

Sono pagine di una storia recente che induce a meditare: per Floriano Del Secolo, infatti, seguiranno da allora anni di autoesilio nella natìa Melfi, fino a quando una jeep statunitense non andrà a prenderlo nel marzo del 1944, su suggerimento di Croce, per condurlo alla direzione del Risorgimento»: il quotidiano nato nell’ottobre precedente sulle ceneri di «Mattino», «Roma» e «Corriere di Napoli», cessati perché compromessi col regime fascista al quale neanche il «Giorno» di Serao, amica di Giovanni Amendola e tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali contro il fascismo di Croce, si era voluta piegare. 

Maffei ricorda, ancora, che negli anni della direzione di Del Secolo, «Il Risorgimento», «nel quale lo avevano seguito Francesco Flora, Gino Doria, Achille Geremicca e altri uomini di cultura, raggiunse, secondo Paolo Murialdi, la tiratura di 240mila copie. Ma l’indipendenza rigida di Del Secolo, nel 1947, non andava bene per il rinnovato assetto proprietario. Fu sostituito con Corrado Alvaro che si dimise dopo pochi mesi». Corsi e ricorsi giornalistici. Vicissitudini, persecuzioni e peregrinazioni che accomunano, nella storia della stampa italiana di ieri come di oggi, gli ingegni più brillanti, ma troppo indipendenti e restii ad assecondare logiche da “yes man”, che proprio per la loro libertà di pensiero critico non hanno mai avuto vita facile. Anzi. Così, nel 1948 la firma del liberale Don Floriano apparve sul quotidiano socialcomunista «La Voce». E da liberale, facendo storcere il muso persino al suo amico Croce, accettò la candidatura come ”autonomo” nel Fronte Popolare di sinistra risultando eletto senatore. Ma al Senato, lui già malato, rimase per poco. È merito della “Tucci” aver rispolverato dall’oblio una storia tanto avvincente.               

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