Morea, la porta del cielo e il «romanzo in bianco e nero» della storia d'Italia

Maria Mercader nel film di De Sica
di Donatella Trotta

«Io non so com’è la realtà…ci sfugge, mente di continuo. Io diffido sempre di ciò che vedo, di ciò che un’immagine ci mostra, perché immagino ciò che c’è  al di là: e ciò che c’è dietro un’immagine non si sa».

Se è vero che la citazione scelta come esergo di un libro è una sorta di biglietto da visita che sintetizza, a un tempo, le inclinazioni dell’autore e il senso del testo, questa sentenza di Michelangelo Antonioni apposta da Delia Morea in apertura della sua nuova opera - dall’altrettanto non casuale titolo Romanzo in bianco e nero (Avagliano editore, pp. 270, euro 17), in uscita in questi giorni - è una chiave di lettura precisa. Quasi un invito ad immergersi in una storia a più livelli – secondo la cifra stilistica dell’autrice - che intreccia amore e amicizia, storia d’Italia (la seconda guerra mondiale, gli anni Settanta) e storie individuali, giochi di rimandi e rinvii, emozioni e suggestioni, realtà e finzione: letteraria e cinematografica. Nel segno - soprattutto - di un autore molto amato (e studiato) da Morea, Vittorio De Sica (“uomo, attore e regista” al quale l’autrice dedicò un appassionato libro per Newton Compton), e di un film del 1944 dalla storia tormentata, magica e venata di eroismo come «La porta del cielo», diretto da De Sica con la sceneggiatura di Cesare Zavattini.

Marcello (il protagonista e io narrante) e Carlo sono due giovani cugini entrambi innamorati di Rachele, una ragazza ebrea che vive con la famiglia a Portico d'Ottavia, studia Filosofia e ambisce a una vita indipendente e libera. L'amore tormentato fra i tre ma sopratutto le leggi razziali e la guerra manderanno all'aria tutti i loro sogni. Sullo sfondo, una Roma testimone di accadimenti fondamentali, e un complicato amore che accende di desideri, passioni, progetti ma anche si piega anche per le delusioni, le separazioni, le assenze, le scomparse. Per non anticipare altro, guastando il piacere della lettura, potrebbero bastare solo questi indizi a connotare un romanzo che conferma il talento e la sensibilità di un’autrice come Delia Morea, premio Ortese 2002 e finalista al premio teatrale Napoli Drammaturgia Festival. Una scrittrice tanto appassionata e colta quanto appartata e schiva, capace di miscelare sulla pagina, con grazia sommessa e rigore documentario, sentimenti e illusioni, perdite e dolore disseminando nella trama e nell’ordito del testo domande ultime e penultime di senso sulla vita: «Spesso – riflette il protagonista e io narrante del libro, Marcello, rispecchiando alla fine il pensiero iniziale di Antonioni – m’interrogo sull’esistenza, su quello che abbiamo vissuto: l’amore, l’amicizia, i dolori, le guerre. Sostanze o illusioni? Vita o immagini di vita? Cosa si cela dietro tutto questo? O è questa l’unica realtà? Sono queste le cose per cui vale la pena esserci? Cosa ancora cerco?». Ed è la forza trasformante dell’immaginazione (che Azar Nafisi chiama “potere sovversivo”) a scandire allora un romanzo che a Vladimiro Bottone «ricorda le sceneggiature di una grande stagione del cinema italiano, da De Sica a Scola, fra passioni individuali e il rombo della Grande Storia», ma che al di là dell’esplicito omaggio ha un ritmo che nella sua composizione evoca un gusto, prima ancora che cinematografico, teatrale: articolato in un Prologo, in un Epilogo e, al centro, nella geometrica alternanza di vicende tra gli anni ’40 e i ’70.

Non a caso, teatro e cinema sono le due passioni dominanti dell’autrice, avvezza a sconfinare nei suoi libri tra scrittura saggistica (basti pensare, a parte il testo su De Sica, a Lazzari e Scugnizzi, o a Briganti Napolitani, o al prezioso documentoStorie pubbliche e private della famiglie teatrali napoletane), drammaturgica (la raccolta di testi teatrali La voce delle mani, con prefazione di Enzo Moscato) e, felicemente, narrativa (con i precedenti riusciti romanzi Quelli che c’erano, 2007 e Una terra imperfetta, 2013, entrambi per Avagliano editore). Libri che vivificano ricordi personali e memoria collettiva in un impegno di scrittura civile. Se ne parlerà domani, mercoledì 6 febbraio, alla prima presentazione del libro a Napoli: l’appuntamento è alle ore 18 alla Feltrinelli di Piazza dei Martiri (Via santa Caterina a Chiaia, 23). Con l’autrice interverranno Domenico Notari e Andrea Di Consoli. Letture di Wanda Marasco.
 
Martedì 5 Febbraio 2019, 17:02
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