«Nessuno lo sa»: Amitrano chiude la rassegna L'Altro Giappone commentando il film-capolavoro di Kore'eda

di Donatella Trotta

Un altro sguardo sul Giappone: spiazzante, provocatorio, toccante. Capace di incidere sulle coscienze con opere d’arte cinematografica non convenzionali, che inducono a riflettere e (com)muovono lo spettatore attraverso visioni ed emozioni. Universali. Non poteva che chiudersi con un film fuori del comune, «Nobody Knows» del regista, documentarista e sceneggiatore nipponico Hirokazu Kore’eda, classe 1962, la prima edizione della rassegna «L’altro Giappone. Visioni del cinema nipponico contemporaneo tra letteratura e società», curata da Barbara Waschimps e Roberto De Pascale nella nuova sede della Linaescritta Laboratori di scrittura (Galleria Vanvitelli, Via Kerbaker 23) diretta da Antonella Cilento, che ospita le proiezioni in dialogo con libri e autori e con tanto di degustazioni finali ispirate alle opere in programma e create dagli chef del Sake Cocktail bar & sushi restaurant.

La proiezione è in programma domani, giovedì 6 giugno, alle ore 18, e sarà presentata e commentata dallo yamatologo Giorgio Amitrano, scrittore, traduttore e docente di Lingua e Letteratura giapponese all’università L’Orientale di Napoli che nel suo ultimo libro, Iro Iro, racconta magistralmente la complessità di un Impero ora appena entrato in una nuova era, Reiwa, ma proiettato con le sue tradizioni millenarie nel futuro più avveniristico: non senza contraddizioni, con il loro costo sul piano sociale e individuale. E non è un caso che la rassegna, partita il 31 marzo scorso, e articolata in sette film inediti in Italia ma pluripremiati all’estero, si concluda con la pellicola di Kore’eda, regista di Tokyo laureato a Waseda per il quale è centrale la problematica dei legami personali, e di quelli familiari in particolare, accanto al tema della memoria e dell'elaborazione del lutto: «Nobody Knows» (Daremo Shiranai, “Nessuno lo sa”) è infatti un’opera acclamata dalla critica mondiale, premiata a Cannes nel 2004, insignita del Gran Premio della Giuria al Ghent Film Festival nel 2005, quando il film fu candidato ufficiale del Giappone al Premio Oscar incassando intanto due riconoscimenti come miglior film e miglior regia all’Hochi Film Festival e al Blue Ribbon Awards.

La storia si ispira ad un fatto realmente accaduto nel 1987 in Giappone. Una donna, che di mestiere fa l’escort, trasloca nell’ennesimo miniappartamento con i suoi quattro figli, due maschi e due femmine, tre dei quali  (Kyoko, Shigeru e Yuki) chiusi nelle valigie. Giunti nella nuova casa, i bambini possono uscire dalle valigie, ma mai da quelle quattro mura, né tantomeno affacciarsi al balcone, per evitare il rischio di dover traslocare di nuovo. Per loro, niente scuola e niente amici: tranne che per il primogenito Akira, al quale è affidato il compito di uscire per fare la spesa e per le varie necessità, mentre la madre si assenta per lavoro. Perché la madre a volte torna tardi. A volte torna molto tardi. E a volte non torna affatto…

Il fatto di cronaca da cui Kore'eda si è ispirato è accaduto a Tokyo, dove una madre abbandonò in un appartamentino i suoi cinque figli, tutti minorenni. Il regista ha lavorato sul soggetto per quasi 15 anni, prima di realizzare «Nobody Knows»: il film copre 12 mesi di vita dei fratelli e Kore’eda lo ha girato in tempo reale nel corso di un anno solare. Non solo per seguire le varie stagioni, ma soprattutto per rendere credibili i vari cambiamenti fisici che nel corso di un anno sono ben visibili in bambini così piccoli. Alcune sequenze del film sono memorabili. La pellicola ha commosso il mondo ed è tuttora senza precedenti il premio al piccolo Yuya Yagira (il protagonista Akira), allora quattordicenne, come Miglior Attore al festival di  Cannes del 2004.

In tempi in cui anche le cronache dell’ex Bel Paese abbondano di casi di orchi e orchesse accaniti contro bambini anche piccolissimi, una pellicola così lontana, così vicina può aiutare a riflettere su certe dinamiche di inadeguatezza del mondo adulto a prendersi cura e farsi carico dei bambini, persone i cui diritti vengono troppo spesso calpestati. Ed è in fondo questo uno degli obiettivi primari della rassegna «L’altro Giappone»: proporre - spiegano i curatori - «sentieri non consueti di approccio culturale alla società e alla cultura giapponesi, al di fuori dagli schemi e dagli stereotipi esotizzanti, spesso veicolati in modo fuorviante dai media occidentali. Dal secondo dopoguerra – sottolineano Barbara Waschimps e Roberto De Pascale - i cineasti nipponici sono andati interrogandosi sulla ridefinizione  di identità del proprio paese attraverso quella degli individui che lo compongono. Altrettanto vero è che la storia del cinema giapponese (nihon eiga) ha, sin dalle sue origini a fine Ottocento, le sue fondamenta nella letteratura, sia quella classica sia quella contemporanea. Ed è proprio da questi due aspetti che ha preso il via la rassegna, per tentare di fare luce sull’attualità del Giappone e, forse, a far riflettere anche sulla nostra».
Mercoledì 5 Giugno 2019, 19:39
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