Quando la religione dell'amore scuote le coscienze: il "caso" teatrale «Ecce Virgo» di Angela Di Maso

di Donatella Trotta

Correva l’anno 2006 quando, nel numero di settembre-ottobre della rivista culturale «Vita e pensiero», lo scrittore e saggista Ferruccio Parazzoli lanciava il suo j’accuse contro certa letteratura contemporanea da lui definita «narrativa dimezzata» perché riduce «l'uomo a una dimensione». Con indubbia lungimiranza, Parazzoli denunciava l’appiattito e conformista grigiore di certa produzione culturale, svuotata di quell’angoscia della vita quotidiana (che non diventa, come ad esempio in Dostoevskij, domanda sul male radicale) e soprattutto depauperata di quella inquietudine – metafisica, religiosa – che in fondo costituisce la verità dell’uomo. «La narrativa italiana – stigmatizzava Parazzoli - da qualche anno si è fatta casalinga, per prudenza, per necessità e, spesso, nelle forme più superficiali, per convenienza»; in essa resta «l’incapacità, o l’impossibilità, di sfondare la parete invisibile, ma indubbiamente esistente, che immette nella dimensione che si spalanca oltre la fittizia realtà quotidiana (…), di tuffarsi oltre la parete e scoprire l’assurdo, lo stupore, lo scandalo di un’altra realtà, assai più vasta di quella materiale tra cui i corpi nascono, vivono e muoiono, con o senza frettolosi quanto edificanti riferimenti a un Dio».

È questa (necessaria) dimensione di “verticalità” evocata dalle riflessioni di Parazzoli - e intesa come profondità capace di scavare verso il basso ma anche di proiettarsi verso l’alto, in una continua tensione tra immanenza e trascendenza – a tornare in mente dopo aver visto (e “vissuto”) l’intenso testo drammaturgico di Angela Di Maso «Ecce Virgo - Storia di una monaca di clausura» (Antego Produzioni), interpretato nel magico spazio indipendente (e resistente) del Teatro Elicantropo di Carlo Cerciello da due artisti sorprendenti per talento e versatilità, Francesca Rondinella e Gianni Lamagna: noti e affermati musicisti spogliati, per l’occasione, del bel canto e rivestiti degli abiti (rigorosi, essenziali, scabri) del teatro di parola. O di Parola: nella sua accezione sacrale, dispiegata in scena con misurata eleganza di gesti parlanti, silenzi musicali e sguardi eloquenti, incontri (e scontri) meta-fisici tra corpi e anime guidati dalla sapiente e geometrica regia della Di Maso stessa (autrice anche delle musiche, accanto ad Arvo Pärt): poliedrica drammaturga, filosofa, musicista e polistrumentista di origini assisane, specializzata fra il resto nel repertorio Medioevale e Rinascimentale e donna a più dimensioni, formatasi nella regia e nella recitazione con Eugenio Barba e con l’attore di Jerzy Grotoski Gaetano Oliva.

A coadiuvare efficacemente regia ed eccellente interpretazione, per la prima rappresentazione (insieme sacra e profana, mistica e sensuale) di «Ecce Virgo», l’elemento scenografico - particolarmente suggestivo nella sua nuda e versatile essenzialità – di Armando Alovisi, che ha saputo trasformare una sola, imponente croce di arte povera in confessionale, e spazio di dialogo e ascolto, ma anche Via Crucis luminosa, oscura e dolorosa, pure grazie al disegno delle luci di Cinzia Annunziata, capaci di valorizzare i sobri costumi di Francesca Loreto e gli interventi di trucco di Silvia Manco e Gennaro Patrone. Sold out già a dieci giorni dal debutto in anteprima nazionale a Napoli, con prenotazioni e liste di attesa interminabili, affollatissimo e molto applaudito nei tre giorni di programmazione prima di andare in tour in altre città italiane, «Ecce Virgo» adombra così un vero e proprio “caso” sul quale vale la pena di riflettere, proprio sulla scorta degli stimoli culturali di Parazzoli menzionati all’inizio. Innanzitutto perché l’alchimia emotiva, intellettuale, artistica e “fisica” realizzata tra Di Maso, Rondinella e Lamagna (un trio di virtuosi nell'amicizia, nella sintonia, nella ricerca e nella scena) è un significativo paradigma di impegno progettuale, condiviso e “militante” controcorrente: almeno rispetto a facili evasioni e fatui intrattenimenti di cassetta.

Poi perché parliamo di un testo complesso, provocatorio, apparentemente inattuale (ambientato nel Medioevo, e in ambienti tanto claustrali quanto claustrofobici), non a caso vincitore del Primo Premio Nazionale «Sezione Radiodramma 2009 - Fabrizio Romano», già pubblicato in Il lato oscuro del teatro (a cura di Giuseppina Scognamiglio, Napoli, Edizione Scientifiche Italiane, 2012) e ora parte anche di un corpus di dieci testi drammaturgici composti tra il 2004 e il 2015 dalla Di Maso (e penso ad esempio al perturbante «Il Catalogo», andato in scena con Massimo Finelli, Patrizia Eger e Giuseppe Cerrone) e raccolti in Teatro (Napoli, Guida, 2017), con Introduzione di Enzo Moscato e Prefazione di Pupi Avati che opportunamente parla di «poetica cruda e crudele»: ma non nel senso di sadismo, bensì come «pura catarsi» perché «quello che si vuole indagare profondamente è l’animo umano», per scuoterlo ricorrendo «a tutto ciò che possa disturbare la sensibilità dello spettatore, provocando in lui una sensazione acuta di disagio interiore, in un’illusoria convinzione di autosufficienza, di universale centralità di quell’io intossicato di edonismo che ognuno di noi si trova a interpretare». E questo «misto di scarnificante crudezza» con il quale Angela Di Maso si esprime, in «Ecce Virgo» come in tutti i suoi testi drammaturgici, definiti da Avati «radiografie di “disumana umanità”…di chi vive senza provare – né ricevere – amore nei riguardi dell’altro» può allora rivelarsi, aggiunge acutamente Pupi Avati, «per noi lettori o spettatori strumento straordinario e terapeutico di autoanalisi».

Già. Perché in fondo è proprio l’impossibile possibilità dell’amore a permeare la scrittura non convenzionale di una “infinita commedia” della vita che in «Ecce Virgo», ad esempio, come recita il significativo exergo di Samuel Beckett apposto alle note di regia («Esiste una sola religione: l’amore»), va in scena con il suo carico di ombre torbide e luci inevitabilmente, ineluttabilmente e inesorabilmente ingrommate, nel flusso di coscienza di una confessione allo specchio tra due religiosi in fondo umani, troppo umani. Un uomo (lo ieratico e tormentato Gianni Lamagna) e una donna (la statuaria e sensuale, inquieta e cangiante Francesca Rondinella): entrambi, in scena, consacrati, ma entrambi dimidiati tra purezza e peccato, corpo e anima, segreti e colpe inconfessabili e incubi torbidi, fantasie perverse e obbedienza a pratiche di cristiana pietas, repressioni erotiche e pulsioni affettive ben oltre la dimensione terrena di Eros e Thanatos, etica e immoralità, mondo interiore ed esterno. In gioco, anche la libertà di autodeterminazione in bilico sul martirio che può disorientare o spaventare (come avviene in un romanzo primo novecentesco di Matilde Serao, L’anima semplice, storia di Suor Giovanna della Croce ispirata da una storia vera).

Perciò la “partitura” teatrale composta da Di Maso in un lavoro scomodo, che può suonare anche di denuncia, diventa, nel suo clamoroso successo di pubblico, un esempio significativo di cosa può accadere quando, mettendo in gioco intelletto cuore e intelletto, emozioni e pensieri, ci si avventura nelle terre del mistero, dell’anima e delle domande radicali. Ispirandosi all’inquietum cor nostrum agostiniano che poco ha a che vedere con le mode e le esigenze del mercato, ma molto con le domande di senso (eterne ed universali) dell’umanità in cammino. 
Venerdì 23 Febbraio 2018, 09:37 - Ultimo aggiornamento: 22 Febbraio, 13:22
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