Rispoli e Manfredi a Caponapoli: «La grande bellezza della nostra cultura è anche una cospicua responsabilità collettiva»

Lunedì 25 Ottobre 2021 di Donatella Trotta
Da sinistra: mons. Adolfo Russo, Anna Savarese, Gennaro Rispoli, Elsa Evangelista, Chiara Polese, Gaetano Manfredi, Enrico Terrone e Angelo Gazzaneo

Un sito di potente magnetismo ambientale. Costellato di insule claustrali, chiese e conventi, ospedali e storici complessi monumentali. Un luogo antico e appartato, “abitato” da presenze millenarie che nella sua aura fondono storia e mito, scienza medica e alchimia, religione e magia, arte e fede, architettura e devozione popolare, archeologia ed esoterismo, leggende e protagonisti concreti (del passato e del presente) di azioni di filantropia, mecenatismo e solidarietà sociale. Un’ancestrale altura tufacea, ora annidata (e quasi nascosta) tra i vicoli del centro antico di Napoli che nel passaggio dalla “città vecchia” (Palepoli) alla “città nuova” (Neapolis) divenne sede dell’Acropoli: ossia spazio sacro della Polis che, non a caso, venne chiamata la «seconda Atene». L’area di Caponapoli — che Gennaro Rispoli e Antonio Emanuele Piedimonte chiamano La collina sacra in un loro libro di “passeggiate sull’acropoli di Neapolis” edito da Il Faro d’Ippocrate — è un osservatorio di antropologia culturale privilegiato e densamente simbolico, ma purtroppo non ancora adeguatamente conosciuto dai napoletani stessi.

«Eppure è questo il vero ventre della città, sintesi simbolica della sua stratificata storia e delle sue radici che ci proiettano nel futuro», sottolinea il professor Gennaro Rispoli introducendo uno speciale concerto/evento domenicale, «Musica a Caponapoli» (programma a cura del M° Elsa Evangelista, con le voci del soprano Chiara Polese e del tenore Enrico Terrone, accompagnati al pianoforte dal M° Angelo Gazzaneo), ospitato il 24 ottobre nella Chiesa di Sant’Aniello a Caponapoli: antico gioiello dei nostri beni culturali, anch’esso misconosciuto ai più perché a lungo chiuso al pubblico e solo qualche anno fa recuperato, dopo complesse vicissitudini belliche e sismiche, con un restauro che ha poi affidato questa proprietà demaniale alla Curia Arcivescovile di Napoli (rappresentata, all’evento, da Monsignor Adolfo Russo, Vicario Episcopale per la Cultura dell’Arcidiocesi di Napoli e Direttore del Museo diocesano Donnaregina), che si avvale della collaborazione di Legambiente Campania per la gestione e fruizione del monumento (illustrato con competente passione, dopo il concerto, in una visita guidata dall’architetto Anna Savarese).

«Ed è da questo luogo simbolico che bisogna ripartire, con un impegno progettuale che sappia coniugare la cura delle radici e la voglia di cambiamento, consapevoli che il valore di una città non è tanto nella sua bellezza, quanto nella virtù dei suoi abitanti» aggiunge Rispoli, chirurgo, appassionato direttore e “anima” del Museo di Storia della Medicina e delle Arti Sanitarie (promotore dell’evento) da lui istituito nel complesso monumentale di Santa Maria del Popolo degl’Incurabili, che guida con un impegno generoso di ricerc/azione e divulgazione sul campo, da cultore ed esperto di beni storico-artistici sanitari di cui è anche fine collezionista, in possesso di reperti unici al mondo: strumenti preziosi, per un medico umanista come lui, di conoscenza non soltanto epidemiologica, economica o scientifica, ma soprattutto — spiega — «di comprensione del percorso evolutivo e sociale di un popolo, che anche nella riscoperta degli antichi ospedali napoletani, nel loro esempio storico di ricerca scientifica, impegno sanitario, umanitario e civile nella solidarietà e carità, generativi di tante figure di santità, può (ri)trovare tracce significative di un’identità millenaria ricca e articolata».

Gli fa eco il neosindaco Gaetano Manfredi, presente all’evento con la moglie Cettina Del Piano, alla sua prima uscita pubblica dopo l’insediamento a Palazzo San Giacomo: «Questa è la mia prima domenica da primo cittadino — sorride — e sono felice di viverla in un luogo che è simbolo di Napoli, ne racchiude le antiche origini e la complessa storia. Abbiamo radici di cui essere fieri, e guardare alle nostre tradizioni ci dona la forza di guardare al futuro, perché la città ha bisogno di un rinnovamento nel quale la cultura è un volano potente, purché si sia consapevoli che una cospicua eredità di bellezza comporta anche una altrettanto grande responsabilità di cura: individuale e comunitaria. In quest’ottica sono emozionato e preoccupato, perché rappresentando tutti i napoletani sento fortemente il compito di costruire una nuova prospettiva, che parta dalle piccole cose per aprirsi a orizzonti più ampi, europei, che diano spazio al nostro sforzo incentrato su due parole chiave, sviluppo e inclusione: dei giovani, che non devono più andare via da Napoli, e delle persone più fragili, nella scia degli esempi  echeggiati da questo sito ricco di testimonianze di alta solidarietà sociale, artistica, scientifica, culturale. Ma ciascuno deve fare, ora come allora, la propria parte: perché questa grande avventura, in senso etimologico, è un impegno collettivo».

Un messaggio esplicito — dopo le polemiche sulle deleghe di questi ultimi giorni — di corresponsabilità, alieno da sedicenti leaderismi carismatici da “uomo solo al comando” di demagogica memoria. Una testimonianza eloquente, che è anche un monito a riaccendere la fiaccola della cultura della cura per una cura della cultura, che troppi napoletani tendono a delegare ad altri salvo poi lamentarsene, nell’incuria diffusa verso i beni comuni, ossia di tutti. E una dichiarazione che sembra anche rilanciare quanto ebbe a scrivere Amedeo Maiuri nella sua lungimirante Giustificazione (quasi un testamento spirituale) apposta alla raccolta di elzeviri Epicedio napoletano (a cura di Benito Iezzi, con una prefazione di Marcello Gigante, Loffredo 1981): «Queste poche pagine sono rivolte ai napoletani. Non vogliono essere né di polemica, né di condanna; non è che il rimpianto malinconico di chi, avendo per lunghi anni partecipato strenuamente, ma non sempre felicemente, alla difesa dei monumenti e del loro ambiente naturale, ha visto scomparire, alterato o distrutto, molto di quel che era l'aspetto e l'anima di Napoli. Molti consentiranno con questo mio rimpianto; molti lo condanneranno e lo biasimeranno e l’attribuiranno ai vaniloqui della vecchiezza, o, i più benevoli, alle romanticherie del mio temperamento e sovrattutto alla mia professione di archeologo. E pure qualcuno troverà che queste cose era pur necessario dirle. C’è una depressione ch'è forse peggiore di quella economica, ed è la rassegnazione a subire una violenza non contro ciascuno di noi ma contro quel che è patrimonio di tutti».

Già. Ne può essere ulteriore testimonianza concreta, a Caponapoli, l’Ospedale degl’Incurabili: creato nel 1521 dalla nobildonna di origini catalane Maria Lorenza Longo (ca. 1463-1539), fondatrice delle Monache Cappuccine, per Rispoli “manager ante litteram della sanità” oltre che donna a tutto tondo di evangelica carità e autorevole leader religiosa, che la Chiesa ha proclamato Beata il 9 ottobre scorso. Ed è proprio nella scia delle molteplici celebrazioni in corso in città (tra nuove pubblicazioni, come il libro di Suor Myriam Rosa Lupoli Dal grido degli ultimi al silenzio di Dio, Colonnese Editore, e convegni internazionali: come la densa due giorni su «Maria Lorenza Longo, una donna e tanti carismi», venerdì e sabato 22 e 23 ottobre nel complesso monastico Santa Maria in Gerusalemme) che l'evento speciale ospitato nella Chiesa di Sant’Aniello a Caponapoli ha voluto così suggellare con il linguaggio universale della musica una progettualità in cammino tra radici e ali: nel segno di Maria Longo. Sin dall’omaggio iniziale del programma, aperto dall’antico Inno nazionale catalano «Els Segadors» di Francesc Aliò (1862-1908) e seguito da brani sacri e di culto mariano di compositori dal Seicento all’Ottocento come Francesco Durante, Giuseppe Verdi, César Frank, Domenico Cimarosa e Alessandro Stradella.   

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