Sacerdoti, la pittura come vita: al Pan una grande retrospettiva tra privato e pubblico

Guido Sacerdoti,
di Donatella Trotta

Intensi ritratti, simili a paesaggi dell’anima. Autoritratti metamorfici, a segnare con precoce e costante sincerità l’evoluzione di diverse stagioni di una vita, dall’adolescenza sino alla maturità. E ancora, paesaggi vibranti di luce e di passione riverberate – come nelle nature morte – da pennellate di cromatismi densi e pastosi, capaci di dare forma concreta e simbolica a luoghi dell’anima, con il loro genius loci. E infine, opere di natura politica: nel senso alto di un impegno civile come forma più alta di amore (per la vita, per l’umanità e i suoi diritti, per il valore della bellezza e della cultura senza confini. E per il primato degli affetti, inscindibili dall’impegno politico, professionale, conoscitivo).

La complessa, e vasta, opera pittorica di Guido Sacerdoti è come una grande mappa interiore in cui privato e pubblico, dimensione personale e collettiva, memoria e futuro si intrecciano inestricabilmente, con una urgenza empatica e plurisensoriale che interpella gli occhi (ma anche la mente e il cuore) invitandoli ad andare oltre il realismo: forse perché, come sottolinea opportunamente il critico Ugo Piscopo, in Sacerdoti «l’interrogazione e lo sguardo sul reale» sono «una consegna etica, prima ancora che estetica». Una consegna trasmessa a Sacerdoti – valente ed eclettico medico-artista, primo bambino ebreo a nascere nel 1944 a Napoli, dove è prematuramente scomparso nel 2013 – dalla madre Adele (Lelle) Levi Sacerdoti, pittrice, letterata e pianista e dal fratello di lei, Carlo Levi: celebre scrittore, giornalista, pittore e politico a cui è intitolata l’omonima Fondazione a lungo presieduta proprio dall’amato nipote Guido.

Chiave di lettura preziosa, questa, per assaporare il percorso espositivo di una grande retrospettiva della produzione artistica di Guido Sacerdoti (sono 113 le opere in mostra) dal non casuale titolo «Tensioni e Armonie: 1958-1985», aperta al Pan di Napoli dal 4 febbraio fino al 4 marzo a cura di Mario Franco, con l’allestimento di NEA (vernissage domani alle ore 10.30, nelle sale al secondo piano di Palazzo Roccella, in via dei Mille 60). La si può approfondire, opportunamente, anche in altre testimonianze del bel catalogo che accompagna la mostra, pubblicato da Iemme Edizioni con testi critici del curatore, uno scritto autobiografico del 1976 di Guido Sacerdoti stesso, accanto a contributi di Mariantonietta Picone Petrusa, Ugo Piscopo, Lucia e Marco Valenzi, Gianfranco Iodice, Vittorio Marmo e della storica Marcella Marmo Sacerdoti, amata moglie di Guido: la quale ha fortemente voluto con i figli Carlo e Arianna questo progetto espositivo sviluppato con criteri cronologici e interpretativi, a cinque anni dalla morte del marito e a mezzo secolo da quel Sessantotto che animò di ideologie libertarie la vita della “meglio gioventù” del tempo.

Intellettuale inquieto e sensibile, di matrice culturale ebraica laica, antifascista, socialista e azionista, non a caso generosamente impegnato negli ideali di una “nuova resistenza” e leader carismatico anche nelle iniziative della medicina democratica, Guido Sacerdoti è stato una personalità poliedrica per interessi scientifici e umanistici. Ma soprattutto, è stato uno spirito libero, partecipe, solidale che tra le sue passioni coltivava pure la musica (il sassofono), gli scacchi e la maratona in una pluralità di curiosità e di saperi senza steccati, confluiti nella sua incessante creatività artistica testimoniata dalle opere in mostra: a conferma di una ricca traiettoria esistenziale che aiuta così a ricostruire non soltanto una peculiare cifra pittorica densa di rinvii, echi e suggestioni, ma anche una sorta di romanzo di formazione per immagini, accanto a una galleria di ritratti di “compagni d’avventura” e protagonisti della Storia contemporanea. Due esempi tra tutti: l’onirico omaggio allo zio, nello splendido dipinto «Natura morta con sogno (il treno antico di Carlo Levi)», del 1983, e il perturbante ritratto espressionista di Pier Paolo Pasolini, datato 1975.

E se risalgono agli anni ’60 e ’70 alcune delle opere più “politiche” di Sacerdoti (si pensi alla cruenta guerra civile del Pakistan dell’Est, da cui nascerà il Bangladesh, ritratta in una grande tela costellata di simboli; oppure, si pensi all’omaggio al Black Panther Party in un dipinto anch’esso densamente evocativo, o all’operaio edile ritratto a rischio su un’impalcatura e osservato dall’artista dal terrazzo della sua casa vomerese, ad allertare sulla precarietà preludio di tante morti bianche. Ancora una volta, pubblico e privato intrecciati. Come il lontano e il vicino: nei quadri di Sacerdoti, sottolinea Mario Franco, «osserviamo il flusso d’immagini, l’elaborazione lirica dei dipinti, lo spazio in cui la prossimità si trasforma in lontananza e ciò che è lontano viene repentinamente proiettato in primo piano. Una congerie smisurata di oggetti e un gran numero di prospettive vivono in uno spazio di travolgente suggestione, uno spazio che disorienta, frammentato e ad incastro, che tuttavia rimane un continuum carico di tensione. Chi vi entra, penetra in un variegato sistema di riferimenti spirituali, culturali, politici, filosofici, che è come un destino al quale non ci si può sottrarre».

La mostra, realizzata in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, con il patrocinio morale della Fondazione Carlo Levi, della Fondazione Valenzi, dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza “Vera Lombardi” e della Comunità Ebraica di Napoli, è a ingresso libero (da lunedì a sabato ore 9.30-19.30, domenica ore 9.30-14.30).
 
Sabato 3 Febbraio 2018, 21:58
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