«Schiaparelli life», così Antonino rivive la rivoluzione rosa shocking di Elsa

Nunzia Antonino e Marco Grosso in
di Donatella Trotta

Ci sono esistenze in cui vita e arte si ibridano fino a non riuscire a distinguere la sottile linea d’ombra tra l’una e l’altra, tra il momento della consapevolezza della propria indipendenza e la presa d’atto d’essere soli di fronte al mondo. E ci sono vite e sensibilità (soprattutto femminili) impossibili da imbrigliare con etichette ovvie,  convenzioni scontate, definizioni stereotipate, perché creature troppo originali, anticonformiste, ribelli. Capaci di (ri)mettere al mondo il mondo, lasciarvi un segno creativo di trasformazione, imprimervi una svolta di liberazione (individuale e collettiva). Anche se questo può costare un prezzo molto alto: emotivamente, affettivamente, sul piano sociale. E non solo.
 
Elsa Schiaparelli (1890-1973) è una di queste figure. Una vita eccentrica, avventurosa e coraggiosamente controcorrente, la sua, tanto da essere - dalla protagonista stessa - ben connotata, in un’avvincente autobiografia del 1954 coincidente con il suo ritiro dalla scena lavorativa e più volte ristampata (in Italia, la più recente è l’edizione di Donzelli nella traduzione di Lila Grieco), con l’aggettivo “shocking”: Shocking Life, proprio come il colore rosa shocking da “Schiap” lanciato come simbolo della sua Maison di moda (ma sarebbe meglio dire d’arte) con cui questa donna di nobili natali romani e autorevoli ascendenze intellettuali, precoce vocazione poetica e indiscutibile talento visionario - insofferente alle regole restrittive e conservatrici dell’alta società che avrebbe preteso di domare il suo spirito libero - conquistò a inizi Novecento il jet-set internazionale e l’intellighentsia del suo tempo. In proficua sintonia con artisti del surrealismo, dadaismo, cubismo, futurismo e non solo, con i quali non a caso collaborò (Dalì, Cocteau, Vertès, Bérard, Aragon, Horst, Cecil Beaton, Man Ray, Clair, Duchamp, Sartre) in creazioni “rivoluzionarie” che tra gli anni Venti e Quaranta segnarono lo stile estetico del tempo: amate da dame e dive, come la marchesa Casati e Katharine Hepburn, Lauren Bacall, Greta Garbo, Marlene Dietrich, Mae West, Wallis Simpson, accanto ad aviatrici pionieristiche come la sua cara amica Amelia Earhart, pronta nel 1937 ad affrontare il giro del mondo in solitaria. Proprio come Elsa affrontò le sfide dell’ignoto, lasciando giovanissima il proprio ambiente protetto d’origine alla volta di Londra - dove diciottenne sposò William de Wendt de Kerlored, un conte filosofo e squattrinato che presto l’abbandonò lasciandola sola con una figlia affetta da poliomielite, Gogo – e poi  alla conquista di New York, Parigi (sua città d’elezione, dove s’impose come designer e imprenditrice di se stessa) e ancora la Russia, il Sud America, l’Africa.
 
Alla luce di tale traiettoria esistenziale, tanto intensa e seducente quanto ardua da sintetizzare, potrebbe sembrare un azzardo portare in scena (e far rivivere) la «Schiaparelli Life» scansando le trappole della retorica o la via larga (e noiosa) del didascalismo biografico; e invece, un affiatato e colto gruppo di artisti - che da anni sperimenta percorsi affascinanti sulla soglia fra teatro di ricerca e impegno civile - c’è riuscito: con l’omonimo spettacolo («Schiaparelli Life», appunto), magistralmente interpretato da Nunzia Antonino e Marco Grossi, con la sapiente regia di Carlo Bruni sul bel testo condiviso con la scrittrice Eleonora Mazzoni che - per due giorni in Sala Assoli, uno dei siti del Napoli Teatro Festival ormai giunto al termine - ha saputo emozionare, coinvolgere e stupire gli spettatori sospesi tra riso, sorriso e pianto. Risultato di rara eccellenza e meritato successo: specchio della magia di un teatro con l’anima che si sprigiona quando, al rigore della tecnica e dello studio, all’eleganza semplice ma fortemente evocativa dell’allestimento (di Maurizio Agostinetto), al calibrato gioco scenico di luci (dello stesso Bruni, con Tea Primiterra e Giuseppe Pesce) e alla raffinatezza di gusto orientale di immagini in movimento (della cartoonist Beatrice Mazzone) si unisce la generosità interpretativa di una tangibile passione artistica, che non risparmia energie vitali e talento, donati al pubblico con un supplemento di cuore che riesce a fare la differenza.
 
Nunzia Antonino, attrice fuoriclasse di ineffabile grazia e potenza (qui egregiamente accompagnata da un altrettanto intenso Marco Grossi nei non facili panni del manichino-maggiordomo-interlocutore-vittima-fantasma delle figure cruciali della vita di Elsa Schiaparelli), più che interpretarla, diventa, anzi: è Schiap. È la sua sfrontatezza, caparbietà, forza e fragilità. Il suo ardimento fuori della norma nello spingere le donne a diventare se stesse oltre le aspettative di altri. Il suo egocentrismo e la sua capacità di amare, cambiare, ricominciare: «Siamo circondati dalla volgarità – recita riprendendo versi singolarmente attuali scritti da Elsa ad appena 15 anni - Ma, voi non comprendete ciò ch'io dico,/ seguitate la via/ Impassibili, senza/ voltarvi alla mia voce, che si perde/ più lontano, nel vuoto./ Ed io vorrei veder crollare il mondo/ sull'immobilità/ che uccide il vostro spirito/ per vedervi travolti dalla vita». E incalza, difendendo la sua idea di bellezza con parole rivolte da Elsa alla figlia dolorosamente amata: «Ma come posso spiegarti, Gogo, che la bellezza è sempre inconsueta ed eccentrica, perturbante e illogica, come l’incontro casuale di una macchina da cucire e di un ombrello su un tavolo operatorio...E a volte è persino dolorosa, la bellezza, sfuggente e fluida, non imbalsamata in regole e categorie. Anzi, contraddice tutte le certezze. Va cercata, scovata, rintracciata, e ha bisogno di tempo, perché non è né evidente né manifesta, a tal punto è profonda. Anche se non può essere oscura, la bellezza, perché è chiara. È infuocata, ma non urla, non è scomposta. Non ha preziosità esteriori, è pregiata dentro. È semplice, e la presunzione la distrugge ma è inscindibilmente legata all'intelligenza. Non va di corsa, però la bellezza è veloce. Non rincorre e non trascina. Accompagna, sostiene, consola. È coraggiosa, esigente con sé stessa, mai brusca verso gli altri. È audace e amante del pericolo, la bellezza, e comprende, perdona, salva».

Nunzia Antonino è Elsa, in scena, proprio come era stata la passionale Ada di «Lezioni di piano», la sventurata e rivoluzionaria Eleonora Pimentel de Fonseca in «Lenòr» e la tormentata e infelice signorina Else di Arthur Schnitzler, in altrettanti precedenti spettacoli diretti da Carlo Bruni - compagno di vita e di arte – come tappe di un itinerario di originale ricerca in progress che sta costruendo un prezioso repertorio di esemplari, indimenticabili ritratti (e primati) femminili. Ritratti interiori, che illuminano gli abissi dell’inconscio, i sogni e le disillusioni, le conquiste e le sconfitte di personagge perfettamente “tagliate” sulla sensibilità vibratile e la stupefacente varietà di registri (dall’ironia alla tragedia) della Antonino, a sua volta ricerca(t)trice attiva e non solo interprete passiva di figure di donne (reali o simboliche) spesso misconosciute o dimenticate, in quella immensa galassia sommersa di un secondo sesso che pure ha scritto e sta scrivendo la Storia. Ma come è nata l’idea di questo lavoro? Spiega il regista Carlo Bruni: «Per un paio d’anni, sul primo isolato di via Garruba a Bari, Luciano Lapadula e Vito Antonio Lerario hanno tenuto il loro fantastico bazar Atelier 1900. Esperti di storia della moda e stilisti, sono stati loro a farci conoscere Elsa ed è con loro che abbiamo incominciato il percorso verso il quarto ritratto femminile del nostro più recente repertorio. In “Schiaparelli Life” abbiamo voluto intercettare Elsa nell’ultimo periodo della sua vita quando, chiusa la Maison e recuperata una dimensione privata, decide che il “nuovo” mondo non la riguarda più e lo lascia, ritirandosi». Di qui il particolare taglio drammaturgico, sul confine di un «taglio» esistenziale che «non ammette ripensamenti».

«Il nostro lavoro – conclude Bruni - prova a evocare proprio questo passaggio cruciale, prediligendo un’indagine emotiva sul distacco (tributo necessario ad ogni cambiamento) all’altrimenti impossibile impresa di sintetizzare la vita di questa donna straordinaria, per la quale la moda era un atto politico. Sottraendoci a un indirizzo meramente narrativo, abbiamo perciò puntato all’evocazione del carattere e della storia della Schiaparelli attraverso l’esercizio di una relazione inventata: intima ma non intimista; concreta ma non naturalista. E consapevoli della difficoltà che comporta l’uso dell’immagine, abbiamo voluto comprendere anche una componente visuale, ma non didascalica, concepita come espansione del sorprendente immaginario di quest’artista che ha lanciato miriadi di novità e rivoluzionato il costume, gli stili di vita, le relazioni tra i sessi».
Domenica 14 Luglio 2019, 23:33
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