Tadayon, dall'Iran al Madre le mille e un'arte per il ciclo «Costruire comunità» curato da Coretti

Tadayon è un eclettico pittore, compositore e musicista iraniano

Tadayon, dall'Iran al Madre le mille e un'arte per il ciclo «Costruire comunità» curato da Coretti
di Donatella Trotta
Martedì 22 Novembre 2022, 12:15 - Ultimo agg. 12:35
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Musei dialoganti con i territori. Protagonisti del mondo delle arti (declinate al plurale) impegnati in tessiture relazionali capaci di fomentare sviluppo, cittadinanza attiva e sostenibilità e di coltivare una ecologia della mente a partire dalla creatività: per sua natura trasversale e aperta alle ibridazioni, agli sconfinamenti e alle contaminazioni tra generi e linguaggi. Entra nel vivo giovedì 24 novembre alle 18 al Madre (il Museo d’Arte Contemporanea Donnaregina in via Settembrini 79, a Napoli: ingresso libero) la rassegna di incontri dialogici dall’eloquente titolo «Costruire comunità», curata da Monica Coretti. Protagonista d’eccezione dell’appuntamento, Pejman Tadayon: eclettico pittore, compositore e musicista iraniano, creatore della “pittura sonora” e testimone di una sinestesia concreta (e salvifica) che − come è noto da oltre due secoli e confermato da aggiornati studi delle neuroscienze − è sette volte più comune negli artisti, poeti e romanzieri che nel resto della popolazione. Lo testimonierà Tadayon, nell’imperdibile incontro dal non casuale titolo «Iran: le mille e una arte», che dopo l’apertura del ciclo al Madre (il 20 ottobre scorso con Anna Ferrino, imprenditrice, collezionista e past president della Fondazione Arte CRT, interpellata sull’arte come espressione di impegno civile) entra così nel vivo di una contemporaneità segnata, anche nel Paese natale dell’artista, da violenze insensate e violazioni di diritti umani. Che solo una matura consapevolezza dell’interdipendenza nella globalizzazione può arginare, con un senso di corresponsabilità evocato da quell’Ubuntu africano per il quale «io esisto perché tu esisti», e la cura della cultura diventa davvero cultura della cura (del creato e delle creature oltre che, per chi crede, del Creatore).

Lo spiega Monica Coretti, illustrando le motivazioni alla base di questo ciclo di incontri, che terminerà nel 2023 (successivi appuntamenti: venerdì 20 gennaio con Micol Forti, curatrice della Collezione di Arte Moderna e Contemporanea dei Musei Vaticani e giovedì 23 febbraio con Sabrina Mezzaqui, artista italiana). Una rassegna ideata e realizzata, dice Coretti, «nel tempo della civiltà post umana, anticipata già da artisti e scienziati, per dare voce a personaggi del mondo dell’arte contemporanea che hanno contribuito con la propria vita, quindi con la propria opera d’arte, alla costruzione di una visione del bene comune: e raccontando il loro impegno nell’arte come cammino esistenziale e come strumento per costruire comunità, cerchiamo così di sfatare luoghi comuni, guardare le cose con sguardo altro, capovolgere stereotipi. Facendo rete tra artisti, privati, istituzioni pubbliche e università, collaborando nell’utilizzo di forme espressive diverse, interpellando le comunità di appartenenza e coinvolgendo gli spettatori nelle loro narrazioni, questi protagonisti accendono scintille preziose mostrandoci luci possibili per il futuro», conclude Coretti nella scia di un coerente e personale impegno sulla via della bellezza che può costruire pace, di cui la scrittrice e aziendalista napoletana, laureata in lingue e letterature straniere (cinese e inglese), appassionata collezionista d’arte e attivista della cultura ha lasciato traccia in un bel volume frutto del suo percorso di incroci e di ascolto: Scintille. Incontri con i protagonisti dell’arte (Il Pozzo di Giacobbe 2019).

Di qui l’eco letteraria della tradizione persiana scelta per connotare l’incontro con Tadayon nel solco della storia di Sherazade, la protagonista delle Mille e una notte che, ogni sera, narra al sovrano che vuole ucciderla una storia avvincente, di vari autori e di diversa ambientazione e origine (persiana, egiziana, indiana, araba), riuscendo a salvare la propria vita e quella di altre potenziali vittime. Una metafora fiabesca che ben si attaglia alla traiettoria esistenziale e professionale di Pejman Tadayon, classe 1977, nativo della città d’arte iraniana Isfahan, cresciuto dunque negli anni della controversa “rivoluzione islamica” e della cruenta guerra tra Iran e Iraq. Ed è proprio grazie alla poesia tradizionale (non bandita dalle guardie rivoluzionarie), offertagli in lettura dai genitori, che il futuro artista riceve l’educazione ai sentimenti e alla libertà; grazie alla pittura (alla quale, ancora bambino, lo iniziò il nonno, uno dei più noti artisti di Isfahan), impara poi sin da piccolo a educare il proprio sguardo a visioni altre, che non diano per scontato un solo modo di vedere: sguardo affinato, dopo gli studi in Iran con importanti maestri della pittura tradizionale persiana, in Italia, all’Accademia di Belle Arti di Firenze; e grazie, infine, alla musica che lo ha sempre accompagnato, in un percorso di studio della tradizione medievale e di strumenti persiani (oud, saz, daf, ney) accanto al jazz, la musica d’autore e quella elettronica, che nella sua formazione poliedrica Tadayon ha lasciato sempre aperta la porta del confronto con le altre culture e le diverse espressioni artistiche, collaborando (ed esplorando sentieri nuovi) con artisti provenienti da diverse parti del mondo, in una feconda e armonica mescolanza di arti e culture aliena da qualunque forma di conflitto.

L’esito è la sua “pittura sonora”, realizzata inserendo corde di strumenti musicali nei suoi dipinti, che così diventano quadri capaci di emettere note e armonie prodotte anche dagli spettatori che possono così dare voce a un sentire, vedendo. Lo può dimostrare l’ultimo lavoro di Tadayon, Non siamo sufi, pubblicata dalle edizioni Squi(libri) con il Cd che registra le musiche originali composte dall’artista per le poesie mistiche persiane di quattro autori classici (Rumi, Omar Khayyam, Hafez e Saadì), cantate in farsi, la lingua persiana in cui le liriche furono composte e forse anche cantate dagli stessi poeti o dalle comunità alle quali si rivolgevano, ma qui tradotte in italiano nel testo: un duplice omaggio dell'autore alla sua terra di origine e a quella di formazione e perfezionamento artistico, da giovane sospeso tra due mondi e culture diverse. Un uomo che dal confronto con le molteplici suggestioni di civiltà antiche in dialogo ha tratto la linfa vitale e la ricchezza della sua arte, convinto, afferma, «che l’Oriente e l’Occidente possano incontrarsi e conoscersi profondamente. E non ho altro che la musica per dimostrarlo». E anche in questo libro/cd, brano dopo brano, con il commento visivo dei quadri sonori dello stesso autore, Tadayon riesce così a svelare una verità affidata alle pagine tra le più significative della tradizione sufi, recuperata filologicamente ma con sensibilitò contemporanea: che un sentimento di estraneità ad ogni appartenenza rigidamente intesa è indispensabile per vivere in piena libertà . Dopo il dialogo con la curatrice, accompagnato anche da immagini, l’artista suonerà alcuni brani utilizzando l’oud.

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