Tra film e libri i volti nascosti dell'«altro Giappone» in sette incontri curati da Waschimps e De Pascale presso Lalineascritta

di Donatella Trotta

Giappone, avanguardia del futuro: dove la contemporaneità viene declinata in una molteplicità di forme, emozioni, atmosfere e modi d’essere che connotano il Sol Levante come un caleidoscopico laboratorio antropologico, capace di coniugare le distopie più estreme con la forza eversiva dell’immaginazione; la dimensione dell’hade (vistoso) con lo stile shibui (austero); l’elogio dell’ombra (che ossessionava, ad esempio, Tanizaki) con l’ineffabile leggerezza pop dell’odierno kawaii (carino), in una miscellanea variopinta, articolata e sorprendente connotata dal termine giapponese Iroiro, che lo yamatologo Giorgio Amitrano racconta efficacemente nel suo ultimo libro. Forse perché in Giappone “il futuro ha un cuore antico”, come ricordava l’antropologo Antonio Marazzi in un suo saggio dei primi anni ‘80 ancora attuale (Mi Rai). E non a caso, risale proprio al 1984 una svolta significativa, nella storia dell’interesse del pubblico italiano per la civiltà nipponica: «Nelle poche università in cui era allora attivo l’insegnamento della lingua giapponese, si registrò infatti un boom improvviso di studenti iscritti. Giovani che facevano tutti parte della cosiddetta “Goldrake Generation”, cioè di quella generazione che nel 1978, con la messa in onda del primo cartone animato giapponese, aveva avuto il primo contatto visivo e popolare con questa cultura, proposta al grande pubblico e non solo a quello degli addetti ai lavori», sottolinea Roberto De Pascale, che con Barbara Waschimps ha ideato e coordinato una originale rassegna cinematografica, dal titolo «L’altro Giappone. Visioni del cinema nipponico contemporaneo tra letteratura e società», la cui prima edizione prenderà il via dal 31 marzo al 6 giugno nella nuova sede della Linaescritta Laboratori di scrittura (Galleria Vanvitelli, Via Kerbaker 23), articolata in sette film inediti in Italia - tutti proiettati, a partire dalle ore 18, in originale con sottotitoli in italiano - e abbinati ad altrettanti libri e incontri d’autore, con degustazioni finali ispirate alle opere in programma e create dagli chef del Sake Cocktail bar & sushi restaurant.

Obiettivo primario della rassegna, spiegano i curatori, «proporre sentieri di approccio culturale alla società e alla cultura giapponesi al di fuori dagli schemi e dagli stereotipi esotizzanti, spesso veicolati in modo fuorviante dai media occidentali. Dal secondo dopoguerra – continuano Waschimps e De Pascale - i cineasti nipponici sono andati interrogandosi sulla ridefinizione  di identità del proprio paese attraverso quella degli individui che lo compongono. Altrettanto vero è che la storia del cinema giapponese (nihon eiga) ha, sin dalle sue origini a fine Ottocento, le sue fondamenta nella letteratura, sia quella classica sia quella contemporanea. Ed è proprio da questi due aspetti che parte questa breve rassegna, per tentare di fare luce sull’attualità del Giappone e, forse, a far riflettere anche sulla nostra». Ne è paradigma il primo titolo in programma: il film «Villon’s Wife» (2009), diretto da Kichitarō Negishi, interpretato da attori del calibro di Takako Matsu, Tadanobu Asano, Shigeru Muroi, Ryōko Hirosue e premiato per la Miglior Regia al Montreal World Film Festival. Tratto da una novella di Osamu Dazai (1909-1948), sarà presentato dalla giornalista e yamatologa Stefania Viti, autrice con Michiyo Yamada de Il Libro del Sake e degli spiriti giapponesi: un colto viaggio alla scoperta del Giappone da bere che dedica una pagina anche a Dazai, l’inquieto scrittore “maudit” morto, dopo quattro tentativi di suicidio, per shinju (doppio suicidio) che nella sua novella semi-autobiografica, datata 1947, adombra – nell’omaggio al poeta francese François Villon – la propria stessa vita di ribelle iconoclasta, antieroe abitato da demoni in rivolta contro l’omologazione del tempo e in bilico su un baratro personale quanto collettivo. «Ma lungi dall’essere una mera trasposizione – precisa Barbara Waschimps -  il film dipinge le personalità dei personaggi in maniera così vivida da essere stato ampiamente lodato dalla critica nordamericana: Asano, l’attore giapponese più influente in patria e all’estero, va oltre il ruolo e con la sua recitazione si ispira infatti direttamente alla figura dello scrittore. Nel cast anche Ryōko Hirosue, (la teen-ager protetta da Jean Reno in “Wasabi”). E la definizione della protagonista femminile, voce narrante della storia, fatte le debite differenze tra epoche cinematografiche è degna del miglior Ozu».

Incipit significativo, per una rassegna di film pluripremiati all’estero ma ignoti in Italia che si prospetta dunque ghiotta di stimoli, per chi abbia la curiosità di scoprire un Giappone “diverso”, vissuto da “viaggiatori sedentari”: «Il viaggio – aggiunge Roberto De Pascale - può avvenire infatti in tanti modi. E il viaggio per eccellenza è sicuramente quello letterario, facilitato dall’incremento, negli ultimi decenni, delle attività di traduzione e di pubblicazione di romanzi e di manuali di autori moderni e contemporanei giapponesi. Dal suo canto, anche la produzione cinematografica giapponese sin dai suoi albori prende spunto, come si diceva, dalla letteratura: eppure,  non si ritiene di dover sostenere i costi di traduzione e di doppiaggio per il cinema asiatico in genere, ancora considerato come un prodotto di nicchia da un sistema distributivo miope. Nel nostro paese inoltre, le opere sottotitolate vengono relegate televisivamente ad orari da guardiano notturno e non hanno grosso seguito. Finora, almeno. Attraverso le opere scelte per questa rassegna – conclude - ci poniamo perciò l’obiettivo di far conoscere aspetti di questo paese e di questa cultura sotto un diverso punto di vista. Una scoperta o una riscoperta in alcuni casi di un Altro Giappone, ispirata dalla frase di Proust:  “Il viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre ma nell’avere nuovi occhi”». 

Di qui la selezione dei titoli che sintetizza, accanto all’estrema varietà di generi della migliore cinematografia nipponica contemporanea, anche una forte sensibilità a temi sociali di grande attualità e spesso tabù: dal bullismo, a storie di riscatto di vite femminili ai margini; dal problema degli zainichi (i coreani di seconda generazione residenti in Giappone ma senza diritto di cittadinanza) alla solitudine e l’alienazione causa di ondate di suicidi; dalla tragedia delle colpe dei padri che ricadono sui figli all’abbandono di bambini da parte di una madre (vicenda tratta da una storia vera). «La varietà dei registri che abbiamo scelto, malgrado la quantità ristretta dei lavori proposti, è ampia – dice Barbara Waschimps - a testimoniare anche soltanto in minima parte la ricchezza del panorama cinematografico contemporaneo del Sol Levante». Il Giappone – prosegue la studiosa - «ha assistito dal dopoguerra in poi allo sviluppo di un profluvio di generi cinematografici (diventandone, di alcuni, il capofila che ha ispirato registi occidentali come Tarantino e Leone): da quello storico-tradizionale al cyber-punk, dal dramma familiare al soft-core dei pink-eiga, dall'anime al docu-film, dalla commedia onirica all’horror, dal thriller allo young-adult. Parallelamente, sempre di più i cineasti sono andati ad indagare la posizione dell’individuo all’interno di una trasformazione collettiva: quella traslazione dell’integro corpo sacro del Grande Giappone verso un insieme di cellule in cerca di nuovi coagulanti. L’omologazione all’Occidente, e la resistenza ad essa causata dalla velocità schizofrenica con cui il Giappone è tornato ad essere una grande potenza, sono implose con forze uguali e contrarie comportando ingenti  contraddizioni, che chi non fa parte di quella società osserva con curiosità, ma che chi vi appartiene sperimenta profondamente».

Tra i temi sotto i riflettori - in quel mondo del cinema che secondo Waschimps è in Giappone l’unico luogo più libero delle indagini sociali - l’alienazione, la disgregazione del sistema-famiglia, il rispetto formale delle tradizioni, il rifiuto verso l’integrazione,  il rifugio nelle sub-culture, le battaglie contro il nucleare e il ritorno al nazionalismo, perfino l’anacronistico sistema giudiziario: tutti aspetti che convivono, con enormi attriti per l’individuo, nella società giapponese; e sono stati puntualmente messi sotto osservazione ed esposti, nella letteratura e nel cinema. «Le frizioni rilevate dagli autori – aggiunge Waschimps - e la riflessione sul sé collettivo ed individuale vieppiù accentuatasi negli ultimi decenni costituiscono la ragione della selezione di questi film, mai arrivati in Italia per cecità dei distributori, e tutti di calibro elevato. La scelta è volutamente eterogenea per quanto riguarda i generi e i soggetti, in quanto si focalizza maggiormente sul senso che gli autori danno alle storie che raccontano, e di conseguenza alle scelte narrative che applicano - sia che essi si misurino con il testo letterario sia che decidano di esporci eventi accaduti, o che sarebbero potuti accadere».

La rassegna prosegue domenica 7 aprile, sempre nella stessa sede e alle ore 18, con la proiezione del perturbante «Confessions», 2010, diretto da Tetsuya Nakashima (con Takako Matsu, Yoshino Kimura, Yukito Nishii), unico film della rassegna ad essere disponibile in Italia, mtratto dall’omonimo romanzo di Kanae Minato tradotto per Neri Pozza da Gianluca Coci e miglior film asiatico all’Hong Kong Film Festival, candidato ufficiale del Giappone agli Oscar dello stesso anno. Un thriller psicologico di altissimo profilo, interpretato magistralmente dalla protagonista Takako Matsu in una versione del tutto diversa dal film precedente, che qui impersona non la moglie devota dello scrittore ubriacone di Dazai, ma una docente che durante il suo discorso d'addio tenuto alla classe, cerca di dare un’ultima lezione ai suoi alunni sul valore della vita, spiegando di come è venuta a conoscenza del fatto che due studenti di quella sezione, chiamati "studente A" e "studente B", sono stati i persecutori e gli assassini della sua unica figlia Manami. A presentarlo sarà la scrittrice Antonella Cilento, direttrice de Lalineascritta e autrice di un nuovo romanzo distopico per adolescenti – la “favola nera” Non leggerai – primo titolo (il secondo è di Sandra Petrignani, La persona giusta) di una nuova collana della Giunti per Young Adults tra le primizie dell’imminente Fiera internazionale del libro per Ragazzi di Bologna 2019, che aprirà i battenti il primo aprile. Commenta Cilento: «Siamo felici di ospitare una iniziativa che collima con una delle anime profonde del nostro progetto di promozione culturale, ovvero la relazione e lo scambio fra le arti, in una mescolanza di linguaggi e generi (tra letteratura, cinema, arti visive, teatro o musica) alla ricerca di una narrazione comune che parli di paesi, lingue e culture distanti eppure concomitanti e vicine. L’Altro Giappone risponde a un'esigenza profonda e alla curiosità che da sempre l'Italia e i napoletani in particolare hanno verso la cultura nipponica intesa nel senso più ampio: dal cibo agli anime, dai manga alla letteratura e, naturalmente, dalla società al cinema».

Gli appuntamenti successivi dell’Altro Giappone: domenica  14 aprile, «100 yen Love», 2014, di Masaharu Take (con Sakura Ando, Hirofumi Arai). Candidato ufficiale del Giappone agli Oscar del 2015 come miglior film straniero:  «A differenza di molti film sul pugilato che sono drammi al testosterone (compreso quello di Scorsese), il regista incentra il suo film su una donna e lo comincia come una black comedy. Tratto da una premiata sceneggiatura di Shin Adachi, 100 Yen Love è quindi un’anomalia nel genere, ma le sue scene di allenamento e combattimento hanno un vigore eccezionale, da far impallidire Rocky. Take, che ha collaborato con Adachi anche per la commedia a basso budget del 2013 “Mongolian Baseball” è sicuramente degno di nota, ma è l’interpretazione intensa di Sakura Ando nel ruolo dell’improbabile protagonista femminile Ichiko a portare il film a vette di grandezza» (FEFF).  Sakura Ando, inoltre, è l’attrice del recente «Un affare di famiglia» di Kore’eda, premiato nel 2018 a Cannes. La pellicola sarà presentata da Maurilio Ponzo, tutor di Lingua Giapponese, Università di Catania e fondatore del gruppo CELG - Cultura e Lingua Giapponese.

Venerdì  3 maggio sarà poi la volta di «Go!», film del 2001 diretto da Isao Yukisada (con Yōsuke Kubozuka, Kō Shibasaki, Kim Min).  Pluripremiato in patria,  tratto dall’omonimo racconto di formazione del nippo-coreano Kaneshiro Kazuki, «Go!» è stato il primo film mainstream a sfidare preconcetti esistenti sull'identità giapponese utilizzando il formato commerciale di un film per giovani adulti. Kubozuka (del quale vale la pena di ricordare l’ottima prova in «Silence» di Scorsese) nel ruolo dell’anti-convenzionale Sugihara in lotta contro la società, contro la scuola, contro la famiglia per la libertà di essere sé stesso, ricorda il Tadanobu Asano degli esordi diretti da Shunji Iwai (non a caso il regista di questo lavoro è stato assistente di Iwai) ed ha contribuito in maniera massiccia alla generosa mietitura di premi che la pellicola ha incassato, non solo in patria. Il film sarà  presentato da Antonio Moscatello, giornalista, yamatologo e autore del libro Megumi (storie di rapimenti e spie della Corea del Nord) il quale, reduce dal Giappone, racconterà anche l’imminente abdicazione dell’imperatore.

Venerdì  17 maggio proiezione di «Harmonium», 2016, di Kouji Fukada (con Tadanobu Asano, Mariko Tsutsui, Kanji Furutachi). Premio della Giuria, sezione “Un Certain Regard”, al Festival di Cannes 2016, il film ha un meccanismo spesso paragonato dai critici a quello di una tragedia greca classica, reso ancora più rarefatto ed inquietante da un minimalismo tutt’altro che di maniera, che incastona perfettamente le interpretazioni  magnifiche  dei tre personaggi principali - Toshio e Akie, genitori di una bimba che vediamo dedicarsi allo studio dell’harmonium, e Yasaka, un vecchio amico che si presenta all’improvviso dal nulla -.  Nonostante i concetti di misfatto e colpa a turno trovino personificazione nelle azioni dei protagonisti, la pellicola di Fukada è tutt’altro che moralista. Anzi, forse l’unico personaggio cui tornano i conti è proprio l’enigmatico quanto efferato Yasaka, interpretato da Tadanobu Asano, artefice dello spartiacque che divide letteralmente la storia in due parti, la cui ombra domina fino alla fine un film che è un gioiello anche in termini di suspense. Il film sarà presentato da Benedetta Gargano, autrice e sceneggiatrice Rai.

Infine, gli ultimi due titoli della prima edizione della rassegna: venerdì  31 maggio, proiezione di «Suicide Club», 2001, di Shi’on Sono (con Ryo Ishibashi, Masatoshi Nagase, Mai Hosho, Tamao Satō, Takashi Nomura). Consigliato solo per un pubblico adulto, vincitore del Fantasia Film Festival nel 2003, questo lavoro che ha successivamente generato un libro, un prequel e un manga sarà presentato da Chiara Ghidini, docente di Religioni e Filosofie dell’Asia Orientale all’Orientale di Napoli e da Amleto De Silva, scrittore, saggista e sceneggiatore. La scena iniziale di Suicide Club  è ormai diventata leggendaria, con il girato nella stazione di Shinjuku  della Yamanote-sen che ricorda le prese dirette o le candid camera a cavallo dei primi anni ’70, mentre 54 liceali si gettano sotto un rapido come fosse la cosa più naturale del mondo. Con Shi’on Sono, artista poliedrico e prolifico, siamo alla presenza del «regista più sovversivo presente attualmente nel panorama nipponico».

Si ispira a un episodio di cronaca realmente accaduto il film «Nobody knows», 2004, di Hirokazu Kore’eda (con Yūya Yagira, Ayu Kitaura, Hiei Kimura), candidato ufficiale del Giappone ai Premi Oscar del 2004. Il caso di cronaca accadde nel 1987, quando una madre abbandonò i cinque figli minorenni in un appartamento di Tokyo. Il film copre 12 mesi di vita di quattro fratelli e Kore’eda lo ha girato in tempo reale nel corso di un anno solare, non solo per seguire le varie stagioni, ma soprattutto per rendere credibili i vari cambiamenti fisici dei bambini. Pellicola con sequenze memorabili che hanno commosso il mondo, i curatori della rassegna sottolineano che resti senza precedenti il premio come Miglior Attore al festival di Cannes al piccolo protagonista Yūya Yagira, allora solo quattordicenne. La pellicola sarà presentata da Giorgio Amitrano, yamatologo, traduttore, scrittore e accademico dell’Orientale.
Domenica 31 Marzo 2019, 08:00
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