Un gelataio emiliano e due campioni di calcio ungheresi, le conseguenze della Shoah

di Donatella Trotta

 Un gelataio e due campioni del mondo del calcio. In occasione della Settimana della Memoria, affiorano dal passato nuove storie, più o meno misconosciute. E nella miriade di iniziative, pubblicazioni, testimonianze, celebrazioni e incontri ne vogliamo segnalare almeno due in apparenza minori, ma forse per questo particolarmente significative per far capire anche, e soprattutto, ai più giovani la “banalità del male”. Per continuare a contrastarla. Strenuamente.

La prima storia è racchiusa in un libro per ragazzi appena pubblicato da Gallucci Editore: si intitola Il gelataio Tirelli “Giusto tra le Nazioni”, e la racconta, con le tavole di Yael Albert (illustratrice che vive a Tel Aviv),  un’autrice israeliana, Tamar Meir: classe 1976, Meir è attivista per l’emancipazione delle donne nella comunità religiosa ebraica, madre di sei bambini e responsabile del dipartimento di letteratura presso il Givat Washington College of Education, nonché membro del consiglio dei rabbini di Beit Hillel, organizzazione rabbinica ortodossa che ammette anche le donne. Con questo suo libro, il primo per bambini - tradotto dalla giornalista tv Cesara Buonamici e dal marito, Joshua Kalman, figlio di ebrei ungheresi sopravvissuti alla Shoah - Meir ha vinto il prestigioso premio Yad Vashem.

Ispirato da fatti realmente accaduti, il libro racconta il ruolo giocato da Francesco Tirelli – emiliano emigrato negli anni ’30 a Budapest, dove aprì una gelateria – nel salvare coraggiosamente le vite di molti ebrei, nascosti a proprio rischio e pericolo nel retrobottega del suo negozio dopo l’invasione dell’Ungheria delle truppe tedesche, nel 1944. Tra i clienti di Tirelli, anche il piccolo Peter – alias Isacco Meier, sopravvissuto perché scampato alla deportazione e allo sterminio – che era un bambino ebreo golosissimo di gelati: e proprio per aiutare il suo piccolo amico, il generoso artigiano italiano si è trovato a salvare tanti altri. Fino a diventare nel 2008 uno di quegli eroi involontari denominati con gratitudine, dallo Yad Vashem, “Giusto tra le Nazioni”. Tamar Meir ha appreso questa vicenda di solidarietà e dedizione direttamente dalla voce di colui che è diventato suo suocero, testimone in prima persona di quei fatti: Isacco. Che raccontando della sua vita in Ungheria ha ricordato così come Francesco Tirelli abbia avuto il coraggio di sottrarre non soltanto la sua famiglia, ma anche molti altri ebrei ungheresi alla follia nazista.

La seconda storia invece non ha un lieto fine, ma proprio per questo va doppiamente ricordata: per la sua particolare insensatezza. È quella di due ebrei ungheresi,  Árpád Weisz - calciatore di eccezionale talento e allenatore di calcio, nato nel 1896 e morto ad Auschwitz nel ’44 – ed  Ernő Egri Erbstein (1898-1949), anch’egli calciatore e allenatore di particolare fiuto e bravura, scampato per vie traverse alla deportazione ma morto prematuramente, per una beffa del destino, nella tragedia di Superga al seguito del Grande Torino. A ripercorrere ora le avventurose vicende dei due sventurati campioni che hanno cambiato il volto del mondo del calcio un nuovo libro, di Angelo Amato de Serpis, giornalista pubblicista di San Paolo Bel Sito (Napoli), classe 1970: si intitola Árpád ed Egri (Graus editore), e verrà presentato a Napoli sabato 27 gennaio nel Real Albergo dei Poveri in piazza Carlo III (ore 17, presso la palestra Kodokan che sin dall’istituzione della Giornata della Memoria ospita eventi commemorativi dell’Olocausto).

All’incontro, promosso da Psichiatria Democratica e da Kodokan Onlus con il titolo «La storia di Arpad Weisz ed Erno Egri Erbstein – Due campioni dello sport, tra razzismo ed antisemitismo», interverranno, con l’autore, il Maestro Giuseppe Marmo, judoka e presidente di Kodokan Onlus e lo psichiatra Emilio Lupo. Che sottolinea: «In tempi di esasperati nazionalismi, xenofobia e razzismi riemergenti dare un senso non meramente rituale alla Giornata della Memoria significa comprendere che il più grande pericolo da combattere, oggi come allora, è l’indifferenza: complice di intolleranza e pregiudizi distruttivi. Ripercorrere il valore relazionale della fratellanza nello sport, anche attraverso vicende tragiche come la follia delle leggi razziali del ’38 e delle persecuzioni nazifasciste che hanno stroncato (tra i tantissimi) due grandi sportivi, significa contestualizzare concretamente i rischi che ancora adesso corriamo. Acquistando consapevolezza maggiore, nel rispetto del doveroso ricordo di chi non c’è più». 
Giovedì 25 Gennaio 2018, 11:34
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