«Un uomo felice»: a 30 anni dalla morte volontaria di Hai Zi tradotti per la prima volta in Italia i versi del giovane poeta cinese

Lunedì 20 Aprile 2020 di Donatella Trotta
Una delle poche immagini di lui ancora in circolazione è una foto in bianco e nero che risale agli anni Ottanta. Lo ritrae allegro, in un gesto che sembra di vittoria. Gli occhi vispi ammiccanti dietro gli occhiali da studioso sono puntati dritti sull’obbiettivo. Il sorriso ampio e luminoso si apre sul volto quasi imberbe e tenero di ragazzo un po’ capellone, incorniciato da un rado pizzetto nero appena accennato sul mento. Inimmaginabile pensare che di lì a non molto tempo dopo, quel brillante giovane nel fiore dei suoi anni e del suo talento di ex enfant prodige si sarebbe sdraiato sui binari della ferrovia vicino Shanhaiguan, in attesa del treno che l’avrebbe condotto alla morte. Un gesto fortemente simbolico. Anche per il luogo scelto per suicidarsi, a circa 300 km ad est di Pechino: noto come “il passo dei monti e del mare”, o “il primo passo sotto il Cielo”, uno dei punti più importanti e strategici per la Grande Muraglia cinese che lì incontra il mare del golfo di Bohai.

Era il 26 marzo 1989: Hai Zi (nome d’arte per Zha Haisheng) aveva appena compiuto - due giorni prima - 25 anni. In tempo per non assistere all’imminente massacro di Piazza Tian’an Men, il successivo 4 giugno. Accanto al corpo del ragazzo, viene trovata una borsa con un lucido e consapevole biglietto-testamento e con quattro libri: una Bibbia, un libro di storie di Joseph Conrad, Walden di Henry David Thoureau e Kon-Tiki di Thor Heyerdahl. Quanto basta, per proiettare nell’alone mitico della leggenda il giovane poeta di umili origini contadine, cresciuto - da bambino di precoce talento - in una Cina arcaica e rurale negli anni della “Rivoluzione Culturale”, poi ammesso ad appena 15 anni alla prestigiosa Università di Pechino, laureato ed esordiente in poesia a 19, docente di Filosofia presso la Facoltà di Scienze politiche e Legge della China University ma - fino al giorno della sua morte volontaria - pressoché sconosciuto ai più: tranne che nell’ambiente universitario, dei suoi studenti e di pochi amici poeti come Xi Chuan e Luo Yihe, che ne editeranno e promuoveranno l’opera dopo la sua scomparsa -. Un’aura che consacra così Hai Zi  nell’Olimpo degli autori di culto, tra i maggiori poeti cinesi moderni, con lo status ormai riconosciuto di classico e con un inaspettato successo postumo che dalla natìa Cina lo proietta ben presto anche all’estero: con traduzioni e studi critici stimolati da una ingente produzione lirica di opere (250 tra poesie, ballate, carmi, drammi in versi accanto, fra il resto, a 400 pagine di un corposo poema epico) concentrata nell’arco di soli sei anni.

Trent’anni dopo il controverso ed enigmatico suicidio dell’autore, arriva ora per la prima volta anche in Italia un’ampia selezione del lavoro poetico di Hai Zi, con testo originale a fronte, grazie alla traduzione e curatela del poeta Francesco De Luca per l’editore Del Vecchio: dal 2007 casa editrice indipendente di progetto che fa ricerca e pubblica testi letterari di qualità con una particolare attenzione alla poesia, al Novecento e alla contemporaneità. L’opera, in uscita in questi giorni, si intitola provocatoriamente Un uomo felice (pp. 296, € 15, anche in ebook a € 7,99, con introduzione del poeta e scrittore Li Hongwei, curatore dell’opera omnia di Hai Zi) e presenta una significativa raccolta di poesie scelte nell’arco temporale dal 1983 al 1989. Una pubblicazione preziosa, perché consente di scoprire la poetica di un autore che, pur radicato nella tradizione classica cinese, rivela aspetti sorprendentemente attuali: sul filo di un messaggio universale che parla al cuore dell’umanità ben oltre i confini geografici e temporali;con un anelito alla trascendenza impossibile da ignorare, soprattutto quando il poeta parla di libertà, di natura, di solitudine, di morte, di sentimenti. Una poetica, quella di Hai Zi, che sfugge peraltro a facili categorizzazioni, come precisa in un suo commento      l’autore pechinese Qiguang Zhao (scomparso il 13 marzo scorso in Florida): «La sua poetica si cela dietro una porta che si apre e si richiude in un istante, lasciando chi guarda a domandarsi cosa abbia visto nell’attimo in cui la porta è rimasta aperta». Metafora utile, per entrare nel baluginio lieve del mondo sospeso tra nebbia e radici, spiritualità tendente al misticismo e ferite di Zha Haisheng - da qualcuno paragonato a un John Keats cinese - che secondo le consuetudini aveva scelto per sé un nome di penna, Hai Zi, che significa “il figlio del mare”.

E si intitola non a caso proprio In mare una delle prime liriche della raccolta curata da De Luca (a p. 25): composta dal poeta nel giugno 1984, rivela soprattutto nei versi finali  la vulnerabile ipersensibilità dell’autore, in empatia con la fatica e il dolore degli ultimi immersi nella natura, che può essere madre e matrigna: «Tutti i giorni son giorni in mare/  povero pescatore/ grumi di carne come una fune maldestra/ lanciato sulle onde/ vuole afferrare terre lontane/ oggetti luminosi/ anche solo i finti sorrisi del sole/ ma afferra solo assi di legno marce:/ capanne, barche e bare/ dorsi di pesci migrano in branchi/ senza fine e senza inizio/ della giovinezza solo si può dire/ quanto sia fragile». Mentre in un'altra poesia, intitolata Cigno, sembrano addensarsi alcuni dei temi più cari all’inquietudine del giovane poeta: «Di notte, sento il suono lontano di cigni volare oltre il ponte/ e il fiume nel mio corpo fa loro da eco/ Come volano sulle terre dei natali,/le terre del crepuscolo/ un cigno femmina si ferisce/ solo i venti mossi dalla bellezza si accorgono/ ch’è già ferita. Ma lei vola ancora./ E il fiume in me è troppo pesante/ pesante come un battente appeso ad una casa/ Così quando passano volando su quel ponte lontano,/non posso unirmi a loro in una eco di bel volo./ Volano con sembianza di neve greve sul cimitero/ nella greve neve nessuna strada/ conduce alla mia porta di casa/ i corpi non hanno porte/ han solo dita e si ergono nel cimitero,/come dieci candele di ghiaccio/ Sulla mia terra/sulla terra dei natali/ c’è un cigno ferito/ proprio come cantano le canzoni popolari».

La libertà di Hai Zi è nel suo distacco da qualunque appiglio con la realtà politica e sociale del suo tempo, che proprio per questo lo rende ancora oggi attuale: la semplicità concreta dei suoi versi, anche quando gioca con elementi fantastici o surreali, o si incardina in scenari bucolici - in cui la natura rappresenta l’unico baluardo da tutelare per un mondo più vero, l’unica vera fonte di bellezza incontaminata, e dunque di speranza - si sottrae a qualunque meschinità d’occasione, fluendo dettata da profonda necessità interiore. Il poeta rifugge da materialismo e consumismo, lotta contro l’individualismo che avanza come una condanna, né intende piegarsi a necessità banalmente piccine: il suo sguardo va oltre, in una personale quest che proprio attraverso il ritmo dei versi e la forza trasformante delle parole cerca l’unità tra l’individuo e il cosmo. Ne può essere esempio, tra i tanti, questa Poesia d’offerta - composta proprio nel 1989, anno della morte - che chiude la raccolta: «Si appresta la notte, il fuoco torna lo stesso di diecimila anni fa/ fuoco custodito in segreto che brucia ancora invano /fuoco al fuoco, notte alla notte, eternità a eternità / la notte dalla terra s’innalza, ecco, ha oscurato il cielo». 
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