Sonia Albanese, donna del primo trapianto cardiaco in pediatria: «Chiamatemi chirurga è la parola del futuro»

Sabato 9 Ottobre 2021 di Franca Giansoldati
Sonia Albanese, donna del primo trapianto cardiaco in pediatria: «Chiamatemi chirurga è la parola del futuro»

Abruzzese di nascita, romana di adozione, un lungo training a Parigi e poi a Bologna prima di approdare al Bambino Gesù. Sonia Albanese, 63 anni, è stata la prima donna in Italia ad eseguire il trapianto cardiaco in pediatria. Era il 2001. Da allora ad oggi ha all'attivo oltre 3 mila interventi delicatissimi, a cuore aperto, su bambini di ogni età, a volte anche appena nati.
Come vuole essere chiamata chirurga o chirurgo?
«Confesso di sentirmi più a mio agio se vengo chiamata chirurga. Le parole rappresentano l'attesa di un mondo che si rappresenta davanti a te. Se non c'è spazio per il femminile non c'è spazio per l'autorevolezza dello stesso».
Il linguaggio dunque riflette una discriminazione come già il filosofo Wittgenstein sosteneva dicendo che una delle fonti principali della nostra incomprensione è che non vediamo chiaramente l'uso delle nostre parole...
«Senza scomodare Wittgenstein il linguaggio è fondamentale. Una mia amica, Gina Torino che è docente di psicologia all'università di New York, da tempo lavora specificamente su questo punto. Lei ha appurato che nel linguaggio sono nascoste delle micro aggressioni quotidiane che fanno la somma dei nostri comportamenti. Quindi ogni parola che pronunciamo è come un macigno che rimane nella mente, in positivo o in negativo, e il femminile di fatto deve sdoganarsi da quello che è il patriarcato della parola, e avere una sua autonomia, una sua libertà e identità nella espressione».
È stato facile affermarsi in un settore prevalentemente maschile come la cardio chirurgia?
«All'inizio della mia carriera non è stato difficile perché essendo una persona appassionata mi sono concentrata sullo studio e sulla sua applicazione. Successivamente devo ammettere che sono iniziate difficoltà, questo nel momento in cui ho iniziato a rivendicare una autonomia professionale degli interventi cardio-chirurgici e delle responsabilità che mi dovevano essere attribuite. Lì ho ravvisato ostacoli attorno a me. Le difficoltà ci sono state perché il contesto in cui lavoro, a questi livelli, non lascia tanto spazio a leadership femminili».
Quando lei ha iniziato quante donne c'erano?
«All'epoca pochissime in chirurgia e in cardiochirurgia. In cardochirurgia pediatrica ancora meno. C'erano ovviamente ragazze che arrivavano alla specializzazione ma poi non venivano utilizzate in percentuale massiva nelle sale operatorie, a loro venivano affidati ruoli di gestione organizzativa a latere».
Le cose ora vanno meglio?
«Si fortunatamente. In Europa il numero delle donne medico è cresciuto del 40 per cento. E anche nella mia disciplina sono aumentate. E devo dire che sono determinate e competenti».
Lei ha mai riscontrato problemi sul lavoro con i colleghi chirurghi, penso a discriminazioni, molestie o agli abusi di potere...
«Grazie a Dio di molestie mai, tuttavia posso dire di non essere stata esente da una certa discriminazione strisciante a vari livelli, questo man mano che andavo avanti nella carriera».
Che cosa ne pensa del #metoo?
«E' un movimento molto valido con risvolti sociali e psicologi importanti perché le donne hanno preso coraggio iniziando a mettere a fuoco e raccontare il loro vissuto quotidiano facendo valere la loro identità senza la gabbia degli stereotipi. E' un fenomeno importante che ha dato voce alle donne di tutto il mondo».
Cosa suggerisce ad una studentessa in medicina che vorrebbe intraprendere un percorso simile al suo?
«Di seguire sempre quello che desidera. Tenendo presente che si tratta di un lavoro davvero impegnativo dove vi sono le tre D': determinazione, dedizione e distacco da quelli che sono i fenomeni esterni della vita (che poi ti portano a lavorare meno o a dare un minore rendimento). Fare questo mestiere è come essere un alpinista che ogni giorno deve salire sulla montagna e non può di certo restare al campo base. Naturalmente questa carriera è possibile sia per maschi che per donne, ma per queste ultime si tratta di mettere in conto agli squilibri, a cosa può rinunciare. Per le donne è un percorso ancora in salita».
Perché ci sono così poche donne primarie in Italia?
«Questo lavoro necessita essere sempre presenti. Se c'è una urgenza, e le urgenze sono all'ordine del giorno, vuol dire mollare tutto e restare in sala operatoria anche otto ore di fila. Va da se che per una chirurga con figli e famiglia da seguire diventa un esercizio di equilibrismo acrobatico».
Per lei è stato duro conciliare il mestiere e la famiglia?
«È stato molto duro e ci sono riuscita perché anche mio marito è cardiochirurgo e quindi conosce bene le necessità che comporta questo mestiere. In lui ho trovato sempre un supporto prezioso in ogni momento della mia carriera».
Esistono associazioni che uniscono le chirurghe?
«Esistono diverse associazioni americane nate proprio per cercare di dare una voce a una comunità professionale che ha esigenze diverse da quella maschile. Si stima che in Europa le chirurghe guadagnino il 16 % in meno dei maschi, e negli Stati Uniti il 30% in meno dei colleghi. L'equal pay fa capire sicuramente il peso che viene dato alle donne».

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