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Videogame, intervista a Fjona Cakalli: la star che ha iniziato con il Nintendo Nes

«I miei genitori erano inconsapevoli di tanti stereotipi: non immaginavano che i videogiochi allora erano considerati cose da maschi»

Sabato 16 Luglio 2022 di Maria Lombardi
Videogame, intervista a Fjona Cakalli: la star che ha iniziato con il Nintendo Nes

Questa avventura da videogioco comincia a Tirana. La protagonista è una bambina di 4 anni. «Mio padre era venuto in Italia per un corso di perfezionamento, lui e mia madre erano primi ballerini dell'Opera. Mi portò un Nintendo Nes, pensava fosse un computer: in Italia ce l'hanno tutti, ci disse». La bambina se ne innamora, anche se è troppo piccola per giocare. «Giocava mia madre, io e mio padre accanto alla tv le davamo indicazioni. Nessuno sapeva l'inglese in casa, avevamo capito solo cosa voleva dire game over. Li ricordo come momenti felici, di condivisione». La bambina cresce, cambia Paese, diventa un'abile giocatrice. «Mi fingevo malata per non andare a scuola e restare a casa a giocare. Final Fantasy X mi faceva sognare». Qualche anno dopo, il lavoro in un negozio di videogiochi. E poi il primo sito italiano di gaming tutto al femminile, le auto, la tecnologia. Insomma, l'avete capito: l'eroina di questo videogame è Fjona Cakalli, la bambina albanese che non sapeva cosa era la Pasqua e ridevano di lei, che voleva scrivere di Nintendo e i maschi le dicevano cosa ne capisci tu, e che adesso, a 35 anni, è content creator, tech influencer, blogger, imprenditrice digitale e sulla sua passione per la console ha costruito una storia di successo.


Torniamo alla bambina arrivata dall'Albania, nel 1991.
«Insegnavo l'italiano ai miei genitori. Era difficile l'Italia per un albanese, in quegli anni. La cosa più carina che dicevano era: albanese di merda. Ero cresciuta in un regime, non sapevo niente delle religioni e mi vergognavo di chiedere: ma cosa è la prima comunione? Il mio lavoro era dimostrare di valere, e infatti ero la più brava della classe. Ma venire da un altro Paese è stata anche la mia fortuna, i miei genitori erano inconsapevoli di tanti stereotipi: non immaginavano che i videogiochi allora erano considerati cose da maschi. E mi hanno lasciato fare in libertà».
Quando ha capito che i videogiochi potevano diventare il suo lavoro?
«Dopo aver lasciato il negozio Gamestop dove ho lavorato per due anni alla fine della scuola e dove ho avuto modo di approfondire molte conoscenze. Ho deciso allora di aprire il mio blog. Anche se avevo studiato per tanto tempo danza classica e pensavo potesse essere il mio futuro, ho capito che quella non era la mia strada, non rientravo nei canoni della ballerina. Così mi sono messa a leggere di tutto sui blog, ed è nato nel 2011 GamePrincess.it, il primo sito italiano dedicato ai videogiochi e gestito esclusivamente da ragazze».


Ragazze che scrivono di gaming, in quegli anni ancora roba da ragazzi. Vi prendevano sul serio?
«Noi ragazze in quel mondo eravamo proprio schifate. Avevo provato a scrivere per testate di videogiochi, mi dicevano: ma che ne sai, tu? Quando ho cominciato con il blog si sono fatte avanti altre ragazze, mi chiedevano di collaborare, per loro non c'erano opportunità altrove. E così ci siamo ritrovate tutte donne, era bellissimo, ci sentivamo protette. Poi hanno cominciato a dirci: vi siete ghettizzate. Ma se nessuno ci dava retta?».
Sono arrivati poi altri interessi, dalla tecnologia all'auto.
«Quello dei videogiochi è un ambiente ristretto, volevo fare qualcosa di più grande e interessarmi anche di tecnologia. Così è nato il portale TechPrincess, un progetto pensato all'inizio per far prendere il volo alle ragazze. Poi ci siamo allargati, un tassellino alla volta, e adesso siamo in 45, donne e uomini. Le auto all'inizio erano un gioco, facevo test drive caserecci. Finché una casa automobilistica mi ha invitata a un evento in pista. E ho cominciato a fare video sempre più professionali per il mio canale YouTube DrivingFjona, adesso arriviamo anche a 10 ore di registrazione».
Anche quello dell'auto un settore non facile. Sta cambiando qualcosa?
«Recentemente sono andata a un evento di auto a Stoccolma, su trenta eravamo solo due donne. Quindi, c'è ancora tanto lavoro da fare culturalmente in questo e altri settori».


Lei lo scorso anno ha condotto la eSerie A TIM | eFootball PES. La parità alla console e negli eSport è stata raggiunta?
«Come giocatori siamo al 50 e 50, lo dicono da anni le statistiche. Da lì ad le avere stesse opportunità nel mondo dell'eSport ce ne passa. All'inizio si faceva il campionato rosa, un male necessario perché gli uomini erano tanto più forti. Adesso il panorama è molto frastagliato, in Italia si stanno facendo passi da gigante anche se penso che quello dell'eSport sia un mondo sottovalutato».
E le eroine dei videogames come sono cambiate?
«Fino a un poco di tempo fa gli sviluppatori dicevano: non facciamo giochi con protagoniste donne perché non vendono, adesso scegli tu che protagonista essere, anche senza genere. E Lara Croft 15 anni dopo è una ragazza normale, non mostra più il seno, è più aderente alla realtà. Le donne ingegnere che fanno programmazione sono ancora poche, i videogiochi possono aprono orizzonti nuovi, far venire alle ragazze la curiosità per studi e lavori tech».

Ultimo aggiornamento: 18 Luglio, 19:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA