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Imprese, prestiti più cari al Sud:
interessi record, il triplo del Nord

di Nando Santonastaso
Articolo riservato agli abbonati
Sabato 15 Dicembre 2018, 11:37 - Ultimo agg. : 16 Dicembre, 10:29
4 Minuti di Lettura

Il divario è anche una questione, irrisolta, di accesso al credito. Lo dicono da anni, quasi sempre inascoltati, economisti, studiosi e politici (quei pochi almeno che cercano scientificamente le ragioni della distanza che separa il Sud dal Nord e dalle medie generali del Paese). Che il denaro costi di più al Mezzogiorno è un dato di fatto anche se proprio il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco, intervenendo all'iniziativa del Mattino (Dal Sud al mondo. Voci e storie di successo) aveva sottolineato come la distanza tra i tassi di interesse si sia molto ridotta rispetto al passato e che al momento sia in media dell'1%.

Ma nel difficile rapporto tra banche, famiglie e imprese del Mezzogiorno emergono anche altre criticità non meno rilevanti: emblematica quella denunciata nel primo rapporto sull'economia del Sannio, presentato di recente a Benevento dalla locale Confindustria: gli istituti di credito operanti nel territorio destinano agli impieghi meno della metà della raccolta per effetto di quei meccanismi della rischiosità dei prestiti che niente e nessuno sembra riuscire a trasformare in elementi fisiologici, riducendone di conseguenza il peso. E se, come ha dimostrato il Check Up Mezzogiorno di Confindustria, sono calate notevolmente le sofferenze bancarie dai bilanci dei singoli istituti (in un solo anno, spiega lo studio curato da Srm e Confindustria, il calo è stato di circa 12 miliardi di euro), resta purtroppo forte anche il rallentamento degli impieghi: nell'ultimo anno «ammontano infatti a 7,5 i miliardi in meno erogati dalle banche alle famiglie e alle imprese meridionali».

I DATI
A rafforzare il ragionamento contribuisce ora anche uno studio elaborato dai professori Imbrii e Lopes e pubblicato sulla Rivista economica del Mezzogiorno curata dalla Svimez. Da esso emerge che a un tasso d'interesse praticato dalle banche del 3,1% alle imprese medio grandi del Trentino Alto-Adige nel 2017, ne corrisponde uno del 9%, tre volte superiore cioè, per le piccole imprese in Calabria. E ciò nonostante la diminuzione dei tassi di interesse attuata dalla Bce attraverso le politiche non convenzionali del Quantitative easing. Il differente peso del costo del denaro, così macroscopico, si trasforma pertanto ina una pesante diseconomia meridionale, commenta l'Associazione guidata da Adrio Giannola, che coglie l'occasione per rilanciare l'allarme sulle conseguenze di un aumento dello spread, il differenziale tra il nostro Btp decennale e i Bund tedeschi: è evidente, scrive la Svimez, che «nella prospettiva di un aumento prolungato dei tassi di interesse sui titoli del debito pubblico quale si sta configurando, inevitabilmente si avranno ripercussioni negative soprattutto per imprese e famiglie nelle regioni meridionali».

 

IL RISCHIO
I profili di rischio nell'erogazione del credito lasciano il segno, insomma, nonostante il fatto che per lo meno per le pmi di capitale tutti gli indicatori evidenziano un aumento delle imprese in condizioni di solvibilità (in linea con il dato nazionale) e di quelle nell'area di sicurezza. Dallo studio Svimez emerge invece che nel 2017 i primi cinque gruppi bancari hanno ridotto gli impieghi al Sud dello 0,2% rispetto al 2016, mentre li hanno incrementati al Centro-Nord dell'1%. Sembra dunque trovare conferma la tendenza, più volte registrata per la verità, in base alla quale la maggior parte della raccolta effettuata nelle regioni meridionali venga dirottata dai grandi gruppi bancari fuori dal Mezzogiorno nonostante questa sia l'area che più avrebbe bisogno di una costante disponibilità finanziaria per colmare il divario. Per gli studiosi della Svimez «questo atteggiamento così cauto degli istituti di credito, soprattutto di maggiori dimensioni, è riconducibile anche al modello di vigilanza che è andato consolidandosi con la revisione degli accordi di Basilea e gli interventi della Bce». In altre parole, «tutti questi provvedimenti si sono caratterizzati per l'imposizione di vincoli sempre più stringenti alle banche per quanto concerne la capitalizzazione e la liquidità e la gestione dei rischi che, sul piano microeconomico, dovrebbero consentire una maggiore resilienza a situazioni avverse».

IL RIEQUILIBRIO
Morale: «L'accentuazione del dualismo nel mercato del credito finisce con il pregiudicare l'instaurazione di un rapporto virtuoso tra banca e impresa e, in fin dei conti, la stessa stabilità del sistema bancario che si vuole perseguire». Con lo spread alto la situazione si complica ulteriormente, come aveva spiegato in una recente intervista al Mattino Natale Mazzuca, presidente degli imprenditori calabresi: il rischio di un ritorno al credit crunch (le banche prestano di meno, lo Stato contrae i pagamenti pubblici dovuti e le imprese creditrici restano nel mezzo, con alte probabilità di dover dichiarare fallimento) è forse già una realtà. O meglio, un ritorno al passato che nessuno si augurava di dover rivedere.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
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