Il grande business del pane: lievitano solo gli affari

Lunedì 8 Luglio 2019 di Francesco Pacifico
Arricchirsi a dismisura sulle tavole degli italiani. Perché neanche chi ha investito 30 anni fa nella Apple o agli albori delle cryptomonete nel Bitcoin, ha guadagnato tanto. Coldiretti ha denunciato che sul prezzo del pane - dal produttore al consumatore, dal campo di grano al forno - c'è un rincaro sul prezzo finale di ben 15 volte, del 150 per cento.
 
Il calcolo è semplice: perché se un chilo di grano tenero, sufficiente per avere 800 grammi di farina, viene venduto a 21 centesimi, il cosiddetto pane comune in città come Milano o Torino supera i 4 euro al chilo. Per la cronaca, farsi un filone in casa con la macchinetta, costa 70 centesimi, mettendo assieme la farina, il lievito di birra, il sale e l'acqua per l'impasto.

In questa catena di rincari più dei costi di produzione (gli stipendi dei panettieri, l'elettricità per i forni, o la benzina per le consegne) c'è una filiera - venditori di materie prime, distributori, rappresentanti, marketing fino alla grande distribuzione - che in barba alle più semplici della concorrenza fissa i prezzi a scapito dei produttori agricoli e dei consumatori finali. Ma non c'è soltanto il pane nella lista nera dei beni alimentari di prima necessità sui quali si specula con una facilità disarmante. Nel 2009 l'Antitrust multò per circa 12,5 milioni il «cartellO delle pasta». E furono coinvolti tutti i grandi nomi del settore, che all'epoca controllavano il 90 per cento del mercato. Le aziende, stando sempre a quanto appurato il garante della concorrenza, fissarono prezzi comuni nella vendita di spaghetti e maccheroni alla grande distribuzione, aumentando il prezzo medio di circa il 51 per cento, scaricandone però il grosso (circa due terzi) su chi li comprava la spesa al supermercato. Dopo quell'indagine, il costo della pasta è rimasto a quotazioni più o meno stabili, ma per mantenere questi livelli i produttori hanno sempre più fatto ricorsi a grani duri stranieri, che arrivano a essere quotati anche la metà rispetto a quelli italiani.

C'è poi il capitolo frutta e verdura. La Cia, la Confederazione italiana agricoltori, ha calcolato che soltanto un terzo del prezzo finale è imputabile al contadino e che a causa di una filiera lunghissima e poco trasparente ci possono essere per il consumatore finali «anche aumenti anche di venti volte». Guardando alle cosiddette tre fasi scambio (origine, ingrosso e dettaglio), l'associazione ha calcolato che il 28 per cento va ai produttori, il 35,6 per cento se lo dividono i distributori e gli esercenti dei mercati generali, il 36,4 riguarda la fase della vendita diretta. Per capire il fenomeno è utile guardare il listino dei prezzi dell'ingrosso della Camera di commercio di Bologna: ai mercati generali della provincia felsinea un chilo di albicocche viene piazzato, iva esclusa, tra 46 e i 53 centesimi. Al fruttivendolo e al supermercato si spende - quando va bene - tra i 2 e i 3 euro, 4 o 6 volte di più.

Poca roba, comunque, rispetto a quanto viene rincarata la tazzina del caffè al bar. Partendo da un prezzo medio di un euro, gli esercenti riescono a incassare come ricavo poco meno di 80 centesimi al netto dell'Iva su una spesa - per 7 grammi di caffè - di circa 11 centesimi. Una cifra, questa, che diventa un piccolo tesoretto, se si pensa che in Italia si bevono ogni anno oltre 6 miliardi di espressi fuori casa.
Gli esperti di agroalimentare dicono poi che la genesi dell'acqua minerale ricorda quella della benzina prodotta dalla trasformazione del petrolio. Nel Belpaese, dove si consumano circa 14 miliardi di litri e una bottiglia al supermercato non costa meno di 40 o 50 centesimi, le aziende che l'imbottigliano pagano circa 2 millesimi di euro per ogni litro. Questo perché i canoni di concessione imposti dalle Regioni per le acque minerali sono miserrimi, spesso fissati sessanta o cinquanta anni fa. Ultimo aggiornamento: 11:19 © RIPRODUZIONE RISERVATA