Cantieri, il piano Sud
vale ottantamila occupati

di Nando Santonastaso

«È come se ogni anno la Fiat aprisse tre nuovi impianti in Italia» diceva qualche tempo fa Ennio Cascetta, esperto di infrastrutture e trasporti, a proposito degli effetti del Piano nazionale infrastrutture varato dal governo Gentiloni, 40 miliardi di investimenti, 220mila occupati in più di cui 70-80mila nel Mezzogiorno. 

Quel Piano, denominato «Connettere l’Italia», realizzato dal ministero dei Trasporti e allegato al Def 2018, è il punto quasi obbligato di riferimento del nuovo esecutivo gialloverde perché appalti, cantieri e priorità degli interventi dovranno passare l’esame della congruità costi-benefìci prima di essere confermati. 

Per la verità una prima scrematura rispetto ad analoghi obiettivi del passato era stata fatta dall’ex ministro Delrio ma ora che lo scenario politico è profondamente cambiato si riparte più o meno daccapo. Con la certezza che «il progressivo declino degli investimenti infrastrutturali nel Mezzogiorno» resta uno dei nodi primari da affrontare, come ricorda la Svimez nel Rapporto 2017. 

Perché al di là dei tempi e dei costi di realizzazione di opere a dir poco strategiche per il Sud come l’alta velocità e capacità ferroviaria Napoli-Bari o il raddoppio della linea Napoli-Reggio Calabria o ancora la ristrutturazione della strada statale Jonica, tutte opere di grande impegno finanziario per chiunque decide di metterle in campo, è questo il vero punto su cui discutere: «Le scelte di politica infrastrutturale hanno comportato una dotazione complessivamente più modesta e di minore qualità nel Mezzogiorno» scrive sempre la Svimez.
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Lunedì 11 Giugno 2018, 07:25 - Ultimo aggiornamento: 11-06-2018 15:59
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