Morto Cesare Romiti, dalla marcia dei 40mila ai funerali di Agnelli: il ritratto del manager di ferro

Martedì 18 Agosto 2020 di Osvaldo De Paolini​
Romiti, dalla

Molti lo ricordano per la famosa marcia dei 40mila nel 1980 a Torino, quando operai e impiegati della Fiat lo seguirono in piazza per chiedere la fine dell’occupazione delle fabbriche e il ritorno al lavoro, mettendo così all’angolo il partito comunista - allora guidato da Enrico Berlinguer - e dando inizio a una nuova fase delle relazioni industriali. Ma l’immagine che meglio lo dipinge è un episodio apparentemente minore, che però rivela molto della sua personalità: al funerale di Gianni Agnelli restò in piedi e immobile per tutta la durata della cerimonia, unica figura che si stagliava nella navata affollatissima. E quando giorni dopo il giornalista gli chiese il perché di quella postura, Cesare Romiti rispose semplicemente: «Era giusto così». 

Figlio di un impiegato delle Poste, laurea in economia e commercio, nel 1968 quale direttore generale della Snia Viscosa entra in contatto con Enrico Cuccia e dopo un passaggio alla guida dell’Iri e quindi di Alitalia, spinto dal patron di Mediobanca nel 1974 approda alla Fiat. Grintoso, tenace, a tratti brutale, indubbiamente di grande intelligenza, negli anni della casa torinese la sua ambizione più grande era diventare il nuovo Valletta, il manager che aveva fatto grande la casa torinese nel dopoguerra. Ma era anche passionale, estroverso, conscio del ruolo che ricopriva all’interno del sistema. Nessun timore verso la politica, capace di mettere in imbarazzo figure come Bettino Craxi e Ciriaco De Mita accusati di «rigurgiti anticapitalisti». Ma capace anche di gesti galanti e grande frequentatore dei salotti romani: il suo modello di “vita privata” era certamente Gianni Agnelli, con il quale peraltro ebbe vari scontri sulla conduzione del gruppo e soprattutto sullo scopo societario, con una certa predilezione per una Fiat modello fianziocentrica; fino al punto da prevalere nel braccio di ferro con l’altro amministratore delegato, Vittorio Ghidella, che invece puntava a mantenere la barra della Fiat nel solo settore dell’auto.

Anche i rapporti con Umberto Agnelli non furono mai davvero pacifici, ma d’altro canto per lunghi anni erano i risultati aziendali a parlare, garantendogli un potere che mediava solo con il presidente Gianni Agnelli, di cui aveva grande ammirazione (i due si davano del “lei” anche in privato). Celebre l’episodio del 1992, quando Agnelli ribadì che di lì a un anno avrebbe ceduto il suo ruolo al fratello Umberto. Poche ore dopo Romiti annunciò a sua volta che non sarebbe rimasto un minuto in più dell’Avvocato: «Siamo una coppia, insieme abbiamo lavorato, insieme ce ne andiamo». Solo l’intervento di Cuccia impedì che il doppio addio si concretizzasse, peraltro in un momento di grande bisogno di liquidità della società. Il “divorzio” avverrà di lì a tre anni, ma con Romiti che assumerà la carica di presidente fino al 1998: il secondo non appartenente alla famiglia Agnelli.

Dopo l’uscita dalla Fiat e avere rifiutato due offerte (una dalla Zanussi e una da Silvio Berlusconi) diventa imprenditore in proprio. Guida la società finanziaria Gemina (come liquidazione aveva chiesto ad Agnelli la possibilità di acquistarne una quota) che controllava RCS-Corriere della Sera, di cui Romiti era stato presidente, che successivamente perderà. Lungimirante come pochi sulle evoluzioni del mercato globale, nel 2003 costituisce la Fondazione Italia-Cina, radunando attorno a sé decine di personalità imprenditoriali e aziende interessate al mercato cinese. Duro ma affascinato dal bello del Paese, dal 2006 al 2013 è stato presidente dell’Accademia di Belle Arti di Roma. Un suo grande difetto? Troppo ha creduto nelle proprietà taumaturgiche della finanza, e non sempre ha avuto ragione.

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