Contratti a tempo determinato e precari: il flop del decreto dignità

di Francesco Pacifico

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Nel luglio scorso, firmando il decreto Dignità, Luigi Di Maio aveva promesso «una Waterloo contro il precariato». Ma a leggere in filigrana e a livello annuo gli ultimi dati diffusi dall'Istat sulla disoccupazione (il tasso complessivo è sceso nel 2018 al 10,6 per cento), il ministro del Lavoro non è ancora riuscito a frenare il ricorso, ancora massiccio, che le aziende fanno dei contratti a tempo determinato. Il tutto nonostante i paletti inseriti con il provvedimento: cioè il tetto dei 24 mesi massimi di durata per un rapporto precario, l'obbligo delle causali in caso di rinnovo dopo i 12 mesi, un'addizionale contributiva dello 0,5 per cento per ogni rinnovo.

In quest'ottica, aiuta a capire il trend esistente l'ultima rilevazione dell'Istat sul quarto trimestre dello scorso anno: cioè lo stesso periodo nel quale il decreto Dignità ha avuto i suoi primi reali impatti (al netto dell'effetto di scoraggiamento verso le imprese a ricorrere il precariato), il Pil è calato dello 0,1 per cento, la produzione industriale dell'1,1 e il Paese è tornato in recessione. Una fase non ottimale per trovare lavoro. Negli ultimi tre mesi del 2018 il numero dei contratti a tempo determinato sono stati 3,08 milioni, in calo soltanto di 0,3 per cento, cioè di circa 9mila rispetto ai tre mesi precedenti. Ma confrontando a livello annuo la stessa voce - i contratti a termine tra il quarto trimestre del 2017 e quelli dello stesso periodo del 2018 - i tempi determinati sono cresciuti di 15mila unità, cioè del 7 per cento.
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Giovedì 14 Marzo 2019, 12:00 - Ultimo aggiornamento: 14-03-2019 13:07
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