CORONAVIRUS

Coronavirus, Benetton: «Le imprese hanno sbagliato a sottovalutare»

Domenica 5 Aprile 2020 di Elena Filini
Alessandro Benetton

«Questa è la nostra guerra mondiale: ma dopo la pandemia viene la rivoluzione. E porterà anche cose buone». Così Alessandro Benetton, imprenditore e fondatore di 21 Invest, legge questo tempo imprevisto e sospeso.
 


Benetton, come sta vivendo questo tempo di isolamento?
«Questa quarantena sta in qualche modo azzerando le differenze. E' davvero la nostra guerra mondiale. La più importante discontinuità vissuta dalla nostra generazione. Un isolamento del tutto inaspettato e imprevisto che si mette a cavallo di due grandi elementi. È la prima grande crisi nell'epoca digitale e noi ci troviamo ad affrontarla con un sistema di gestione di approccio e di leadership di tipo novecentesco. Forse più che alla scienza e agli specialisti certe risposte dovremmo chiederle all'antropologia e alla filosofia».

Concretamente come sono scandite le sue giornate?
«Sento l'obbligo di provare a sfruttare questo tempo in modo costruttivo. Anzitutto ho qui i miei figli, che studiano solitamente in America. E' subentrato un dialogo e un'attenzione particolare: sto cercando di trasferire loro - nella qualità del tempo che possiamo ora trascorrere insieme - alcuni segnali che spero sedimentino. Poi c'è l'enorme possibilità di alfabetizzazione digitale che ci viene offerta dall'emergenza e che, diversamente, avremmo continuato a procrastinare».

Qual è la sua priorità in questo momento?
«Come per qualsiasi cittadino è la responsabilità nel fare la mia parte per limitare il contagio. A livello professionale, invece, con 21 Invest, stiamo ripensando le nostre modalità facendo tutto quello che è in nostro potere per mettere in sicurezza le aziende, sia sotto il profilo sanitario, sia dal punto di vista patrimoniale. Piccoli riti in famiglia? Ho la fortuna di avere un po' di spazio verde intorno a casa. Quindi uso qualche attrezzo per fare un po' di sport con i miei figli. Abbiamo tarato i nostri orari sul loro jet lag: seguono le lezioni online con le ovvie differenze di fuso orario».

E' in ansia per la salute dei suoi genitori e in genere per quella generazione?
«Questa preoccupazione esiste. Ma soprattutto mi dispiace che si pensi ci possa essere una generazione sacrificabile. Infonde in ognuno di noi una brutta sensazione. L'emergenza è comprensibile. I numeri di città come Bergamo lasciano senza fiato, tuttavia bisognerebbe stare attenti a qualche banalità di troppo. I nostri genitori, la due generazioni che ci hanno preceduto, sono il nostro patrimonio di esperienza e ricchezza. Ed è nelle nostre radici che possiamo trovare risposte. Bisogna avere attenzione e non semplificare. Per queste persone serve rispetto. I nostri anziani sono il nostro patrimonio, non possono essere sacrificabili».

Che cosa pensa complessivamente dell'atteggiamento degli imprenditori di fronte a quest'emergenza?
«C'è stata dell'impulsività nella reazione del mondo economico, all'inizio forse comprensibile. Ma questa è la ragione per cui le decisioni sulla salute pubblica devono essere necessariamente deputate al mondo della politica. Credo che la sottovalutazione del pericolo ci sia stata eccome. Va anche detto però che nel nostro territorio mi sembra che gli imprenditori abbiamo reagito in maniera propositiva e solidale. Io mi aspetto che il mondo economico faccia sempre di più: è un fatto di solidarietà ma anche di logica. Noi come Paese non possiamo perdere il patrimonio di conoscenze e competenze, dobbiamo sostenere i nostri operai e i nostri artigiani. È una nostra responsabilità proteggere la continuità produttiva».

Molti affermano che niente sarà più come prima, lei pensa sarà davvero così?
«Ne sono certo per tante ragioni. Anzitutto tecniche: il telelavoro ha dimostrato la capacità di lavorare in remoto, e già alcune statistiche evidenziano come questo migliori la qualità dei rapporti all'interno delle famiglie. Con la digitalizzazione informatica le aziende scoprono che si può viaggiare anche di meno. Immagino che il social distancing sarà una cosa che più o meno rimarrà, anche in futuro ci saranno attenzioni particolari nella dinamica dei consumi. La grande distribuzione dovrà rivedere gli spazi dal punto di vista organizzativo. Sono persuaso che i cambiamenti innescati da questa crisi saranno duraturi. Lo storico Yuval Noah Harari sottolinea che quelle decisioni che si prendono durante i momenti di emergenza, tante volte poi finiscono per essere durature. Ci arrivi anche senza grossi traumi collettivi perché, semplicemente, non ci sono alternative».

Le previsioni ci danno in quarantena fino a maggio inoltrato, qual è il suo consiglio per affrontare questo tempo cercando di mantenere la bussola?
«C'è anzitutto un fattore esogeno: i diversi sistema paese devono reagire e lasciare tranquille le persone: voglio ricordare a tutti quelli che sono stati contro l'Europa che, al di là delle diatribe sui Covid-bond, la garanzia per 220 mila miliardi di euro ha permesso - con il superamento del Patto di Stabilità - di andare avanti in questa fase. Se non fossimo parte dell'Europa questo non sarebbe stato possibile. A livello personale, a me stesso e agli altri dico: non per nulla la rivoluzione industriale è seguita ad una grave pandemia. Stiamo scoprendo che le cose importanti le facciamo soprattutto quando abbiamo paura.

Insomma, secondo lei la discontinuità ci porta al coraggio della visione laterale.
«Tutti noi, in questo contesto, non possiamo fare a meno di vedere che l'inquinamento è decisamente inferiore, che le persone sono più solidali, che possiamo tranquillamente vivere con meno, rispetto al passato. Credo che la vera visione per il futuro sarà invertire l'equazione. Non più, come oggi, pensare locale e agire globale ma pensare globale e agire locale, rispettando di più la biodiversità, l'ambiente e i nostri simili».
 

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