CORONAVIRUS

Coronavirus, la supergaffe di Lagarde: «Salvare i Btp non è mio compito»

Venerdì 13 Marzo 2020 di Luca Cifoni
Christine Lagarde

Un pilota che non ispira fiducia mentre l’aereo balla pericolosamente per le turbolenze. Questa è l’impressione data ieri da Christine Lagarde, presidente della Bce, alla maggior parte degli osservatori. Attesa alla prova del fuoco mentre ormai in tutto il mondo è scoppiata la guerra al coronavirus, l’ex avvocato d’affari e ministro del governo francese è uscita male soprattutto dal confronto - a distanza nel tempo - con il suo predecessore, il Mario Draghi del «whatever it takes».

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Alla fine, non sono state tanto le misure annunciate o quelle mancanti a far affondare definitivamente i mercati azionari e far schizzare verso l’altro spread e rendimenti: il tonfo, più che da quello che Lagarde ha detto (che pure è stato giudicato insufficiente), dipende dal modo in cui lo ha detto. Leggendo in modo visibile i fogli davanti a sé, sbagliando qualche cifra e soprattutto chiarendo di non volere un bis della sfida lanciata nel 2012 da Draghi, nel pieno della crisi dell’euro.

LA FRASE
Il culmine è arrivato con la frase «Non siamo qui per chiudere gli spread». Come dire, non è mio compito occuparmi di quel che succede ai titoli di Stato del Paese maggiormente colpito dall’epidemia, ovvero l’Italia. Una frase dal significato così forte che poco dopo è arrivata inevitabilmente la precisazione, nel corso di un’intervista: «Sono pienamente impegnata a evitare qualsiasi frammentazione in un momento difficile per l’Eurozona».

E ancora: «Useremo la flessibilità prevista dal programma di acquisti titoli, anche all’interno degli acquisti di titoli pubblici». In sintesi, riferendosi al momento in cui ci saranno da comprare massicciamente Btp: «Ci saremo, non deve esserci alcun dubbio su questo». La correzione di rotta era stata sollecitata anche dal ministro dell’Economia Gualtieri, che poi l’ha accolta favorevolmente giudicandola «opportuna».

Il punto è che Lagarde è riuscita a dare il messaggio sbagliato anche nel momento in cui sosteneva un concetto di per sé giusto: ovvero che le armi in mano alla banca centrale europea sono limitate, se non scenderanno in campo i governi dell’Eurozona con un pacchetto di stimoli fiscali concordati. Cose simili le aveva dette più volte anche Draghi, pur se in circostanze meno drammatiche.

Nel merito, le misure annunciate dalla presidente comprendono munizioni aggiuntive per 120 miliardi da aggiungere al programma già pianificato di acquisto di titolo (quantitative easing) che dispone di 20 miliardi al mese; un nuovo round di operazioni mirate di rifinanziamento a lungo termine (Tltro) a condizioni più favorevoli (25 punti base in meno) per far arrivare la liquidità a famiglie e imprese. Nella stessa direzione va la possibilità concessa agli istituti di credito di operare al di sotto dei previsti requisiti patrimoniali, per venire in soccorso dell’economia reale. Contemporaneamente l’Eba, l’autorità bancaria europea, annunciava la sospensione degli stress test per tutto il 2020.

Il board di Francoforte, che ha preso le sue decisioni all’unanimità, ha ritenuto invece di non azionare la leva dei tassi di interesse: quello di deposito si trova già a -0,50%e probabilmente farlo scendere ancora non sarebbe servito molto; resta il fatto che - partendo da livelli diversi - l’americana Fed e la Bank of England avevano scelto di agire. 
Oggi dunque la parola passa alla politica: toccherà alla commissione europea far capire se intende prendere il testimone dall’autorità monetaria.
 

Ultimo aggiornamento: 11:09 © RIPRODUZIONE RISERVATA