Coronavirus, piccole imprese sul baratro: una su tre è in crisi di liquidità

Giovedì 23 Luglio 2020 di Nando Santonastaso
Coronavirus, piccole imprese sul baratro: una su tre è in crisi di liquidità

Più di un terzo delle piccole e medie imprese italiane rischia di entrare in crisi di liquidità quest'anno per le conseguenze della pandemia da Covid-19. L'allarme, misurato su un campione di ben 156mila aziende (escluse le microimprese) arriva da Confindustria e Cerved che ieri da remoto hanno presentato l'annuale Rapporto sulle Pmi, curato stavolta su scala nazionale e non solo in chiave Mezzogiorno. L'analisi condotta sui bilanci secondo i modelli previsionali di Cerved quantifica in 60mila (ma potrebbero diventare 70mila se il contagio tornasse con una seconda ondata) il numero delle Pmi in pericolo. E stima in una forbice tra 25 e 37 miliardi le iniezioni di liquidità necessarie a sostenerle, evitando costi sociali molto importanti (sono 1,8 milioni i lavoratori impiegati nelle piccole e medie aziende con potenziali problemi di liquidità).

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È un dato che fa riflettere perché non è più legato alla prima fase dell'emergenza, tamponata con i decreti del governo: è la fotografia, angosciante, di uno scenario pressoché simile al primo se non fosse già collocato temporalmente in una ipotetica fase di ripresa dell'economia nazionale che in realtà stenta a manifestarsi. Con l'aggravante che a pagare il prezzo più alto sarebbe il Mezzogiorno, ad iniziare dalla percentuale possibile di fallimenti. «Per effetto di fondamentali più fragili, il divario in termini di rischio delle regioni del Centro-Sud con il resto del Paese - spiega il Rapporto, illustrato dal nuovo direttore delle politiche regionali di Confindustria, Giuseppe Mele, e da Guido Romano di Cerved - si amplierebbe ulteriormente: in uno scenario pessimistico, sarebbero classificate come rischiose il 26% delle Pmi meridionali (una quota che arriva al 64,4% considerando anche quella delle imprese vulnerabili) e il 22,9% di quelle del Centro (58,7%), contro percentuali pari al 14,2% (42,6%) nel Nord-Est e al 14,8% nel Nord-Ovest (43,8%). I dati indicano che, al termine di questa fase emergenziale, la forbice tra le Pmi del Nord e quelle del Sud è destinata ad aumentare. Alla fine della crisi, gli squilibri regionali potrebbero ulteriormente ampliarsi: in sostanza, l'emergenza sanitaria dovrebbe produrre maggiori effetti sui conti economici delle Pmi che operano nel Nord, ma lasciare ferite più profonde nel Mezzogiorno, in termini di struttura finanziaria e di capacità di rimanere sul mercato».
 


Scenario da brividi ma non sorprendente in assoluto. Il Covid-19 ha di fatto accresciuto la sensazione che «senza una politica nazionale per le Pmi l'Italia difficilmente si riprenderà», dicono quasi all'unisono i due vicepresidenti di Confindustria, Carlo Robiglio e Vito Grassi, che aprono e chiudono l'incontro di ieri. Basterebbe seguire l'esempio degli Usa, ricorda l'economista Gustavo Piga dell'università di Roma Tor Vergata: «Dal 1953 la legislazione americana, in nome della concorrenza, chissà perché vietata solo in Europa, garantisce una riserva di appalti alle piccole e medie aziende».

Per la verità anche da noi era stata prevista la stessa cosa: lo Statuto delle imprese, approvato nel 2011 quando presidente della Piccola industria era Vincenzo Boccia, impegnava i governi a rendicontare al 30 giugno di ogni anno la quota di investimenti pubblici riservata alle pmi, ma nessuno da allora ad oggi l'ha mai fatto.

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C'è evidentemente un problema di metodologia, di decreti che vengono approvati prima che se ne discuta ad ogni livello il contenuto, osserva Lucia Goretti dell'Ufficio parlamentare di bilancio. Ma c'è anche l'esigenza di accelerare le procedure di spesa dei fondi che già ci sono: solo per quelli europei del ciclo 2014-2020 bisogna spenderne ancora in tutta Italia per 37 miliardi, ricorda Massimo Sabatini, direttore dell'Agenzia per la Coesione. E intanto nei prossimi 3 anni oltre a questi occorrerà impegnare quelli del Recovery Fund (il 70% entro il 2023) e avviare la programmazione del ciclo Ue 2021-2027. Il rischio di un ingorgo c'è tutto, visti i precedenti, anche se ripartire dal piano straordinario per il Sud 2030, avverte Sabatini, sarà decisivo. E magari anche, suggerisce Salvio Capasso di Srm, attuare quello che oggi c'è già come la legge sulle Zes: le slides proiettate ieri dimostrano che almeno sul mare, a differenza dell'alta velocità ferroviaria, l'Italia è potenzialmente unita dalla rete dei suoi porti. Ma perché la cartina diventi realtà ci vorrà una robusta volontà politica: e qui i dubbi si sprecano. 

Ultimo aggiornamento: 13:25 © RIPRODUZIONE RISERVATA