Coronavirus e made in Italy, via alla riconversione con l'aiuto delle università

Domenica 5 Aprile 2020 di Nando Santonastaso

Dalle Alpi alla Sicilia, dal tessile all'automotive, dai grandi marchi del made in Italy alle piccole e medie aziende, anche del Mezzogiorno. L'autarchia produttiva provocata dal Covid-19 prolifera nel Paese alla voce mascherine protettive, soprattutto quelle senza filtri che possono comunque aiutare in un momento di carenza. Ma sia pure a debita distanza, seguono respiratori e altri sofisticati dispositivi sanitari per le terapie intensive, settore su cui hanno puntato di recente Fca e Ferrari per sostenere la Siore di Bologna, l'unica accreditata nel Paese. L'Italia industriale s'è desta nel nome della riconversione di impianti e linee produttive altrimenti destinati al blocco sine die, o quasi, dopo lo stop imposto dal governo.

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Riaperti, per chi ha potuto, impianti e linee di montaggio a tempo di record, la molla della solidarietà fedele alleata di uno sbocco imprevedibile di mercato. Si è messo in moto un sistema, spesso con il sostegno scientifico delle università, che dovrebbe permettere al Paese di diventare autonomo almeno nella produzione e disponibilità di questi indispensabili (chissà per quanto) dispositivi di sicurezza. Lunghissimo e ogni giorno più affollato l'elenco delle aziende che chiedono di poter partecipare alla fornitura, le mascherine made in Italy oggi possono essere prodotte in almeno 150 siti produttivi, quasi per intero riconvertiti. Non tutti però rispondono ai requisiti prescritti dall'Istituto superiore di sanità cui spetta l'ultimo, decisivo via libera anche per il commercio. Al momento solo 50 hanno ricevuto il disco verde, altrettanti sono in via di valutazione, le restanti proposte sono state di fatto già bocciate.

Imponente il potenziale dell'ordinativo: basta tenere presente, come ha spiegato nei giorni scorsi il commissario Domenico Arcuri, che già adesso nei magazzini della protezione civile sono stoccate 300 milioni di mascherine, acquistate anche all'estero. Il loro smaltimento presso le Regioni è diventato piuttosto regolare dopo una fase di iniziale ritardo e inevitabile confusione (nell'ultima settimana di marzo, ad esempio, la media giornaliera di consegne è stata di 3,59 milioni). Ma le incognite sulla durata dell'epidemia lasciano prevedere che anche dopo la fine dell'emergenza di questi dispositivi si potrebbe non fare a meno ancora a lungo.
 


La Fippi di Rho, in Lombardia, è stata in assoluto la prima a ricevere l'autorizzazione a produrre mascherine, lo scorso 1 aprile. Faceva pannolini, distribuiti in 22 Paesi del mondo: d'ora in avanti produrrà 900mila dispositivi sanitari. Ma è gran parte del settore moda, tessile e abbigliamento - favorito dal trovarsi più tecnicamente vicino a ipotesi di riconversione produttiva rapida anche se parziale, ad essere sceso pesantemente in campo. Sotto l'impulso di Confindustria moda si sono messe a produrre mascherine realtà storiche come la Miroglio di Alba, in Piemonte (577 milioni di fatturato), che punta a 100mila prodotti al giorno; gruppi come Prada, che ha già da metà marzo messo a regime la produzione anche di camici per decine di migliaia di capi; Calzedonia che ha riconvertito a questo impegno gli stabilimenti di Avio nel Trentino e di Gissi in provincia di Chieti; e ancora Geox, Gucci, Valentino e tanti altre. Complessivamente, secondo i dati forniti da Arcuri, le prime 25 aziende della moda produrranno 200mila mascherine chirurgiche al giorno, che diventeranno 700mila già dalla prossima settimana e saranno destinate interamente al fabbisogno delle Regioni.

Nemmeno il settore del lusso si è tirato indietro: il Sole 24ore ha raccontato, ad esempio, il caso della Bc Boncar, di Busto Arsizio, specializzata in packaging luxury per case di moda come Hugo Boss e Louboutin, che si è messa a produrre mascherine di prima protezione per gli ospedali.

Folto anche l'elenco delle pmi di settore che hanno già avviato la nuova mission o sono in attesa di farlo. A partire da quelle del distretto tessile di Prato, spesso controllate da imprenditori cinesi o italo-cinesi: una di esse, specializzata nella produzione di cappotti e tailleur, produce 100mila mascherine in Tnt, tessuto non tessuto; un'altra, attiva nel campo della tappezzeria per auto e dell'abbigliamento in tessuto tecnico, in sole 48 ore si è riconvertita per produrre 2mila mascherine sanitarie al giorno. A Bologna la Gvs ha annunciato 120 assunzioni per sostenere la scelta di mettersi nello stesso campo di attività. A Brescia la storica Manifatture Calze Ileana può realizzare mascherine con fibra antibatterica in poliammide e in ioni di argento.

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La riconversione non fa differenze geografiche. A Frosinone, per esempio, la Klopman (tessuti protettivi per le piattaforme petrolifere) ha chiesto all'Iss di produrre 700mila mascherine protettive al mese sterilizzabili e riutilizzabili fino a 50 volte. Più giù, in provincia di Reggio Calabria, la società Atlantis, un nome nel campo dei giubbotti di salvataggio e degli accessori nautici per ogni tipo di navigazione, è stata la prima nella regione a riconvertirsi alla produzione di mascherine, partendo da mille al giorno. Ancora più giù, in Sicilia, nel Distretto della meccatronica, sono già sette le aziende che hanno presentato prototipi di mascherine e sono in attesa di autorizzazione. Anche in Campania, dove sono state censite 126 aziende potenzialmente in grado di avere i requisiti necessari, gli esempi non mancano. Il gruppo Adler Pelzer di Paolo Scudieri, leader dell'automotive, è stato il primo a riconvertire un impianto già presente nel settore tessile, quello della Tecnofibre di Morra de Sanctis. Ma nella stessa provincia si è mossa anche la Tufo di Montecalvo, che da 35 anni faceva abiti da lavoro, e che ora punta sulla produzione di mascherine riutilizzabili almeno 70 volte.

Ultimo aggiornamento: 12:06 © RIPRODUZIONE RISERVATA