Crisi economica, la falsa ripartenza delle imprese: al palo moda, auto e turismo

Martedì 16 Giugno 2020 di Nando Santonastaso

Salvatore Del Duca ha 70 anni e disegna scarpe per l'alta moda da quando ne aveva 15 e mezzo. «Debuttai con una collezione per Mario Valentino, la sera della presentazione fu lui a farmi accedere al locale della festa, uno sbarbatello come me non aveva l'età», racconta con un mix di orgoglio e commozione. Oggi Del Duca è uno stilista deluso: continua a lavorare come designer di importanti marchi della moda mondiale ma la sua azienda è di fatto ferma quasi del tutto per via del Covid-19. «In produzione attualmente ci sono solo i prodotti che dovevamo consegnare a marzo e ad aprile, ce li pagheranno comunque per fortuna. Ma dopo, non ci sono certezze». Nello stabilimento di Mugnano, in provincia di Napoli, lavora un quarto dei circa 30 dipendenti, gli altri sono in Cassa integrazione ormai da tre mesi. «Dal 10 marzo, per la precisione, da quando il mondo della moda si è fermato. È saltata una stagione e se non siamo falliti è perché ho messo nell'azienda 50 anni di sacrifici. Ma quanti hanno potuto fare lo stesso? E badi bene, io stesso ho dovuto attendere mesi che la banca con la quale opero da mezzo secolo mi riconoscesse il diritto di avere un finanziamento».

Giorgio Pino è invece un nome dell'automotive, il suo gruppo Proma è all'avanguardia nella componentistica, i marchi tedeschi e Fca il pane quotidiano. Ma anche per lui passato, presente e futuro (forse) sanno di cassa integrazione per Covid-19. «E meno male che la Cassa c'è anche se noi abbiamo continuato ad anticiparla sempre», dice. Alla Proma lavora solo un quinto dei dipendenti dopo la chiusura totale imposta dal lockdown. «Non possiamo fare di più, lo scenario che abbiamo davanti resta carico di incognite: non mi pare di vedere la fila ai concessionari e purtroppo non si capisce ancora che senza incentivi alla rottamazione dei veicoli più inquinanti sarà difficile vedere la ripresa delle vendite. Non voglio e neanche posso licenziare i dipendenti, c'è la Cig certo ma prima di ieri rischiavamo di non sapere nemmeno come coprire i mesi di luglio e agosto. Possibile che a nessuno sia venuto in mente di applicare un meccanismo unico per aiutare i lavoratori fermati dall'epidemia senza imporre domande, attese e procedure complicate?»

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Due storie, una morale. Chi riparte lo fa lentamente, lasciando il grosso dei dipendenti in Cassa integrazione e continuando a navigare a vista. La Cig, ordinaria o in deroga, è come l'ultima ancora di salvezza, la ciambella di un salvataggio che non si sa nemmeno se alla fine basterà. Fase 2 o 3, la sostanza è che la ripresa stenta a decollare. Va peggio in Lombardia, certo, dove secondo una recentissima indagine campione di Confcommercio solo il 64% delle imprese tra Milano e la Brianza ha ripreso il lavoro e fra quante hanno mantenuto le saracinesche abbassate quasi una su due non sa le rialzerà entro l'anno. Non sta meglio il Piemonte dove il tonfo dell'automotive ha messo nei guai il 50% delle aziende della componentistica, storica missione industriale della regione. E se poi ci si sposta sul turismo, si ha la conferma di come la risalita rimanga complicata, incerta: al 5 giugno, in base al monitoraggio mensile di Federalberghi, risultava aperto solo il 40% degli alberghi in Italia e un altro 26,8% aveva già annunciato che sarebbe rimasto chiuso per tutto il mese.
 


L'Italia della Cig, almeno per chi l'ha presa (sarebbero almeno 645mila i lavoratori ancora in attesa del primo assegno), è la chiave di lettura più evidente dei rischi del Paese reale. E anche chi è ottimista ad oltranza teme di vedere incrinata la sua fiducia nel futuro: «Io penso che prima o poi la gente tornerà anche nei negozi di abbigliamento - dice Carlo Casillo, presidente della sezione moda dell'Unione industriali di Napoli e titolare di Push, azienda di settore con 30 dipendenti di cui solo 8 attualmente al lavoro, gli altri in Cassa ma sicuramente la condizione dei fasonisti, quelli che effettuano il confezionamento dei capi in serie, è molto critica. Uno su due è fermo come il pronto moda». Tamponi con la Cassa integrazione ma sai già che bisogna forse già pensare alla stagione estiva 2021, lavorare cioè per quella scadenza: il ragionamento è questo. «Eppure proprio la crisi sembra aver fatto riscoprire alla clientela il negozio di prossimità rispetto al boom dei centri commerciali. Non possiamo ancora dire che si è invertita la tendenza ma un fatto è certo: riaprire è necessario, perché se non lo fai perdi i crediti che devi recuperare e devi comunque pagare i debiti».
 
 

I conti insomma non tornano, dall'automotive alla moda in particolare. E la sensazione è che la probabile, ulteriore proroga della Cig ordinaria e in deroga fino alla fine dell'anno non sia affatto un'extrema ratio. «Abbiamo perso tre stagioni, inutile girarci attorno», dice Pasquale Della Pia, calzaturiero, presidente della sezione dell'Unione industriali napoletana. E aggiunge: «Non sappiamo ancora se ci saranno le fiere, se torneremo a Milano a settembre per incontrare i buyers di tutto il mondo come ogni anno. Certo, il ricorso alla Cassa integrazione per le aziende più solide è una opportunità di salvaguardia delle risorse umane: ma anche chi ha ripreso a lavorare in questo periodo sa che a luglio si dovrà fermare di nuovo se il mercato non garantirà la necessaria continuità. Non puoi ipotecare il futuro con cali dell'ordine del 30-40 per cento al mese del tuo fatturato». 

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