Dati Istat senza i costi delle banche venete
Il deficit sale al 3%, Sga ago della bilancia

di Sergio Governale

I dati positivi sul deficit e sul debito pubblico italiani del 2017, certificati nei giorni scorsi dall’Istat, sono in realtà meno rosei del previsto. Il motivo? L’istituto nazionale di statistica non ha tenuto in considerazione nel calcolo l’importo relativo al salvataggio delle banche venete, Popolare di Vicenza e Veneto Banca, pari alla non trascurabile cifra di quasi 18 miliardi di euro. Il numero corrisponde ai crediti deteriorati dei due istituti che sono stati affidati alla partenopea Sga, l’ex bad bank del Banco di Napoli (ante Intesa Sanpaolo) di proprietà del ministero dell’Economia. È stato proprio il numero uno del Tesoro Pier Carlo Padoan a trasferire tramite decreto alla fine di febbraio tutte le posizioni in rosso alla società di via Medina, chiamata a gestirne il recupero.
Ma procediamo con ordine. Padoan lo scorso 23 febbraio ha firmato l’atto che consente la cessione alla Società per la gestione delle attività napoletana delle sofferenze delle due banche del Nord-Est. Il dicastero di via Venti Settembre ha spiegato, in particolare, che i crediti cedibili sono quelli classificati come deteriorati alla data di avvio della liquidazione coatta amministrativa. ‎Il decreto è stato poi trasmesso alla Corte dei Conti per la registrazione. «Il perfezionamento della cessione permetterà alla Sga di subentrare nella gestione del portafoglio dei crediti, ottimizzandone le prospettive di recupero, anche attraverso operazioni di ristrutturazione creditizia‎, a beneficio delle liquidazioni e dello Stato», spiega il ministero. Il salvataggio dei due istituti è avvenuto vendendo al gruppo Intesa Sanpaolo le attività non finite in liquidazione per la cifra simbolica di un euro.
La società partenopea controllata del Tesoro – oggi guidata da Marina Natale (ex Unicredit) e presieduta da Alessandro Rivera – ha già recuperato quasi tutti gli oltre 12.500 miliardi di vecchie lire di sofferenze accumulati dal Banco di Napoli fino alla metà degli anni Novanta. Grazie a questo know how accumulato il ministero dell’Economia ha deciso così di affidare lo stock di crediti deteriorati delle ex Popolare di Vicenza e Veneto Banca a Sga. Tale stock è stato stimato in circa 17,8 miliardi di euro di prestiti a circa 100mila persone fisiche e giuridiche con un valore contabile netto di 9,9 miliardi che lo Stato, attraverso una gestione «paziente», conta di recuperare quasi per intero replicando quanto avvenuto proprio con il Banco di Napoli. Una delle incognite riguarda gli 8,4 miliardi di inadempienze probabili in capo imprese vive, 25mila delle quali hanno bisogno di nuova finanza o altre forme di sostegno per poter pagare i fornitori o incassare le fatture e che invece dal giugno scorso sono in una situazione di sostanziale blocco. Secondo la Banca d’Italia di questi 18 miliardi di crediti ce ne sono fino a 9,9 miliardi recuperabili che, insieme con 1,7 miliardi di equity, porterebbero nel tempo i conti in positivo anche per lo Stato, che alla partita ha dedicato 5,2 miliardi di esborso e garanzie per i restanti 12 miliardi circa.
Qui c’è il nodo con la finanza pubblica. Nella Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza di fine settembre il Tesoro però precisa di aver al momento accantonato per il salvataggio delle banche venete soli 400 milioni di euro. Il valore nominale massimo delle garanzie pubbliche, spiega Via Venti Settembre, è pari a circa 12,4 miliardi, cifra che rappresenta tuttavia uno «scenario estremo, difficilmente realizzabile».
Cosa accadrà adesso? I costi del salvataggio delle banche venete, non considerati dall’Istat, si presume che verranno contabilizzati in sede Eurostat con una possibile revisione al rialzo dei valori di deficit e debito. Occorre attendere almeno fino al 23 aprile, quando l’Ufficio di statistica europea diffonderà la prima stima degli aggregati di debito e deficit per l’intera Unione, Italia compresa.
Nei giorni scorsi invece l’Istituto nazionale di statistica ha certificato che nel 2017 l’Italia ha registrato una crescita del Pil dell’1,5%, miglior risultato dal 2010, ma soprattutto con una discesa dei rapporti deficit/Pil e debito/Pil superiore persino alle stime del Governo. Dal 2,5% del 2016 il deficit nominale scivola infatti all’1,9%, minimo da dieci anni a questa parte, da confrontare con l’attesa di Palazzo Chigi del 2,1%, con un avanzo primario in salita all’1,9% dall’1,5% dell’anno precedente. Quanto poi al debito, da sempre punto dolente, i numeri indicano che in valore percentuale rispetto al Pil lo scorso anno si è chiuso al 131,5% dal 132% del 2016, un decimo al di sotto dell’131,6% della stima ufficiale. Ciliegina sulla torta, la discesa della pressione fiscale al 42,4%, minimo dal 2011 secondo la serie storica dell’Istat, dopo il 42,7% del 2016.
«I dati combinati dell’economia reale e dei conti pubblici attestano che le politiche economiche contraddistinte dalla metafora del ‘sentiero stretto’ (utilizzata da Padoan, ndr) stanno perseguendo con successo tanto il risanamento delle finanze pubbliche – meno deficit e meno debito in rapporto al Pil – quanto il sostegno alla crescita», ha sottolineato il Tesoro.
Vero, tranne per il fatto che l’Istat non ancora ha contabilizzato il costo per il salvataggio delle banche venete, che avrebbe un effetto negativo sul deficit pari all’1,1%, portandolo d’un colpo al limite del 3%. Per questo si dovrà attendere il 23 aprile. I tempi per Sga, che diventa quindi l’ago della bilancia per i conti pubblici, saranno invece più lunghi.
Sabato 3 Marzo 2018, 19:32 - Ultimo aggiornamento: 03-03-2018 19:32
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