Facebook, il tonfo a Wall Street dopo scandalo dei dati manipolati: ecco la falla nel sistema di controllo

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NEW YORK Hanno chiuso la stalla quando i buoi erano fuggiti già da vari anni. La decisione di Facebook di escludere dalla piattaforma i responsabili di una manovra che ha portato all'uso improprio dei dati di 50 milioni di utenti non ha fatto nulla per attenuare l'indignazione internazionale. La sensazione crescente che Facebook sia troppo vulnerabile alle manipolazioni di gruppi politici e governi stranieri ha spinto politici di entrambi i partiti negli Usa a chiedere maggiori controlli, e ieri il titolo della società fondata da Mark Zuckerberg ha subito uno scivolone di oltre il sette per cento, trascinando con sé anche i titoli di altri giganti high-tech. Riflessi anche in Italia.

LE POLEMICHE
Facebook era già da un anno al centro di immense polemiche, dopo la scoperta che durante la campagna presidenziale del 2016 la sua piattaforma era stata usata da operatori russi per raggiungere utenti americani sia con pubblicità che con fake news. Le Commissioni di Senato e Camera avevano chiesto che i dirigenti delle principali società coinvolte - Facebook, ma anche Twitter e Google - andassero a testimoniare nell'ambito delle inchieste. I Ceo hanno invece mandato avvocati e manager, ma Zuckerberg per esempio se ne è tenuto alla larga.
Adesso i politici sono meno disposti a lasciar correre, soprattutto alla luce del fatto che i Ceo sapevano della fuga di dati dal 2015, ma hanno espulso i colpevoli solo tre giorni fa. La senatrice democratica Amy Klobuchar e il collega repubblicano John Kennedy vogliono che i Ceo si presentino alla Commissione Giustizia per spiegare come sia potuto succedere che i profili di 50 milioni di utenti Facebook siano finiti nelle mani della Cambridge Analytica, una società di analisi dati che nel 2014 aveva ricevuto 15 milioni di dollari di finanziamenti dal miliardario Robert Mercer, grande sostenitore di Donald Trump. Nel suo consiglio di amministrazione, inoltre, proprio quell'anno la CA aveva incluso Steven Bannon, amico e consigliere di Marcer, e futuro direttore della campagna elettorale di Trump. Non solo: quelle informazioni sarebbero state usate anche per influenzare il voto sulla Brexit. Le autorità britanniche hanno già chiesto un mandato di perquisizione della CA. Da come sono stati ricostruiti i fatti, grazie alla testimonianza di Christopher Wylie, uno dei responsabili stessi di Cambridge Analytica, i dati dei 50 milioni di utenti non sono stati acquisiti in modo illegale, ma sono stati usati in modo illegale.

LA RICOSTRUZIONE
È successo che un professore di psicologia, Aleksandr Kogan ha concordato con Facebook l'inclusione di una app, ThisIsYourDigitalLife, che si presentava al pubblico come una specie di test psico-digitale. Circa 320mila utenti di Facebook hanno riempito il test, e così la app ha ottenuto non solo i loro dati, ma quelli dei loro amici, per un totale appunto di 50 milioni di utenti. Dei 50 tuttavia, solo 30 milioni fornivano sufficienti dati per creare profili comportamentali da utilizzare come bersaglio della campagna elettorale. «Chiedevamo alle persone di partecipare a sondaggi di carattere psicologico - racconta Wylie - L'app raccoglieva i dati da Facebook, si infiltrava nella rete di amici e ricavava dati anche da essi». E grazie ai like, o ai follow, venivano disegnati i profili. Dal campo di Trump è venuta una reazione lapidaria: «I dati che hanno sostenuto la vittoria provenivano dal Comitato nazionale repubblicano, è falso che siano venuti da altre fonti».

LA RISPOSTA
Facebook ha spiegato che la raccolta dei dati da parte del professor Kogan era avvenuta secondo le regole: «Kogan ha ottenuto le informazioni in modo legittimo e attraverso canali appropriati», recita un comunicato della società. Ma poi Kogan quei dati li ha passati alla Cambridge Analytica, in violazione degli accordi. «È un serio abuso delle nostre regole», ha spiegato il vicepresidente di Facebook Paul Grewal. Il network sostiene di aver chiesto alla Cambridge Analytica di cancellare tutti i dati degli utenti già nel 2015. Ma a quanto pare alla richiesta, poi, non è stato dato seguito. Tanto che, riporta il New York Times, Alex Stamos, capo della sicurezza dei dati, sarebbe pronto a lasciare Facebook.
Lunedì 19 Marzo 2018, 15:14 - Ultimo aggiornamento: 20 Marzo, 14:39
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COMMENTA LA NOTIZIA
1 di 1 commenti presenti
2018-03-19 16:03:28
A quando l'inchiesta in Italia? Le piattaforme rappresentano in questo momento storico l'apice della corruzione e della mistificazione.

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