Fca-Renault, fusione saltata: lo stop di Parigi a "les italiens", il nazionalismo anti-sovranisti

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di Alberto Gentili e Francesca Pierantozzi


ROMA Nella storia dei duelli all'arma bianca tra Francia e Italia non c'è solo il destino della Gioconda, la rivalità calcistica e ora l'intervento a gamba tesa di Emmanuel Macron per stoppare la fusione tra Fca e Renault. Per capire come si sono messi i rapporti tra Roma e Parigi dopo l'elezione del presidente simil-liberal ma in realtà nazionalista, è il caso di tornare al 26 luglio del 2017. Fincantieri aveva appena acquistato dal tribunale di Seul il 66% della società cantieristica francese Stx Saint-Nazaire. E che ti fa Macron? Stoppa l'operazione avallata dal suo predecessore François Hollande chiedendo un patto cinquanta a cinquanta.

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«Siamo italiani ed europei, non possiamo accettare di essere trattati peggio dei coreani...», ringhiò l'ad di Fincantieri Giuseppe Bono.
Ecco, il punto. Nonostante Italia e Francia siano partner commerciali di primo livello (seconda dopo la Germania, con un salto positivo di 10 miliardi per l'export italiano), i francesi hanno sempre guardato, e guardano, a Roma con diffidenza e supponenza. E appena possono, tanto più da quando Macron abita all'Eliseo, la tagliano fuori. La prova provata: il patto di acciaio firmato ad Aquisgrana il 19 gennaio 2019 da Macron e Angela Merkel «per disegnare la nuova Europa».

E pensare che nei cassetti di palazzo Chigi e dell'Eliseo giace da più di 18 mesi il Trattato del Quirinale. Doveva essere la carta dell'amicizia tra i due Paesi, un'idea nata nel settembre 2017 a Lione, quando si incontrarono per il bilaterale di rito l'allora premier Paolo Gentiloni e Macron. Da allora, più niente, più nessun bilaterale, più nessun trattato, silenzio.
Il silenzio è la postura che ha scelto il presidente francese da quando al governo sono arrivati Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Cosa insolita per Macron che ha la propensione per i voli pindarici e i discorsi lunghi, anche lunghissimi. Di Salvini e di Di Maio (che su Fca non ha toccato palla) invece Macron non parla. Meglio: non li nomina. E se deve fare riferimento all'Italia si rivolge a Sergio Mattarella e al massimo a Giuseppe Conte. Ma anche il premier da qualche tempo è sparito dal lessico presidenziale.
SCONTRO CERCATOC'è da dire che Macron lo scontro l'ha cercato e l'ha trovato. Sulla Libia, dove il sostegno di Parigi al generale Haftar è stato, ed è, uno sgarbo in piena regola all'Italia. «L'Eliseo vuole destabilizzare quel Paese per sporchi interessi economici», ha accusato più volte Salvini. Su Essilor-Luxotica, dossier sul quale il presidente francese si è fatto sentire per negare il controllo all'italiano Leonardo Del Vecchio: querelle terminata meno di un mese fa con un pareggio. Ma la guerra è stata innescata soprattutto sulla questione degli immigrati.
Le ostilità su questo fronte cominciano prestissimo, appena dieci giorni dopo l'insediamento del governo giallo-verde. Salvini respinge la nave Ong francese Aquarius con 600 migranti e inaugura la politica dei porti chiusi. Macron parla di «lebbra populista» e il suo portavoce di «svolta vomitevole». La replica del leader leghista: «Non accettiamo lezioni ipocrite da un signorino educato che eccede in champagne e che ci scarica i migranti nel nostro territorio».

Già, perché davvero accade anche questo. A Clavière la polizia francese in ottobre scarica alcuni immigrati scappati Oltralpe. E qualche giorno dopo i gendarmi di Macron sconfinano a Bardonecchia, facendo irruzione nella sede di una Ong italiana. «Un errore isolato», si giustifica Parigi. «Un atto ostile», replica Salvini.
Di Maio, con l'aiuto di Di Battista, non sta a guardare. Il capo 5Stelle si getta con ardore nello scontro con l'Eliseo. Anzi, riesce nell'impresa di superare Salvini in questa partita. Tra dicembre e gennaio Di Maio conia gli slogan contro il franco coloniale (Cfa): «Parigi, che non ha mai smesso di colonizzare decine di Stati africani e così facendo impoverisce l'Africa e spinge i flussi migratori verso l'Italia». La risposta di Macron è far convocare l'ambasciatrice italiana a Parigi, Teresa Castaldo, per manifestarle tutta la sua irritazione: «Le dichiarazioni di Di Maio sono ostili e senza motivo».

L'ESCALATION
Il leader grillino se ne infischia. A inizio febbraio incontra nella capitale francese (in compagnia di Di Battista) il leader più estremista dei Gilet gialli Cristophe Chalençon, quello che ha sollecitato un golpe militare per destituire Macron. La reazione: l'Eliseo parla di «attacchi senza precedenti dalla fine della guerra» e ritira il proprio ambasciatore a Roma, Christian Masset. Non accadeva dal 1940, quando Mussolini dichiarò guerra alla Francia. Per ricucire deve intervenire Mattarella.
C'è poi lo scontro, dopo l'estradizione di Cesare Battisti dal Brasile, sui terroristi latitanti in Francia: «Macron ce li restituisca, sono ben quattordici», intima Salvini. C'è il lungo braccio di ferro sulla Tav. Dove i grillini fanno i guastatori definendo l'Alta velocità Torino-Lione «un'opera inutile» e il governo francese ribatte: «Rispettate i patti che avete firmato». E ci sono gli scontri su Tim-Vivendi e Mediaset-Vivendi. Qui a uscirne sconfitti (o quasi) sono i francesi.
 
Venerdì 7 Giugno 2019, 08:23 - Ultimo aggiornamento: 07-06-2019 09:18
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