Molière, l'intervista impossibile: «L'avarizia non è risparmio ma la cifra dei miserabili»

Mercoledì 4 Agosto 2021 di Marco Barbieri
Molière, l'intervista impossibile: «L'avarizia non è risparmio»

Molière e i soldi. E subito tutti pensano all’Avaro, al suo Arpagone, una delle sue commedie più riuscite. Ma in fondo è un po’ un cliché. Da Plauto allo zio Paperone. I soldi prima di tutto. Jean-Baptiste, è davvero così?
«Non penso di conoscere suo zio, ma mi crede se le dico che i soldi non sono che un pretesto?».
In che senso?
«Ai miei tempi chi era ricco lo era in modo sfacciato. Chi era povero era poverissimo. La nuova borghesia mercantile e finanziaria cresceva alle spalle del re, ma i soldi sono sempre stati lo specchio dell’anima. Il mio Arpagone non è uguale a quello che mi ha ispirato, quello di Plauto, appunto. Fa ridere, come il suo, spero, ma lascia in bocca il sapore amaro della miseria umana».
Un miserabile…
«Esattamente. Il paradosso è questo, l’avaro è il vero miserabile. Innamorato dei suoi soldi e privo di ogni altro sentimento. Non è più marito: è vedovo. Non è padre, ma per i figli pensa solo a matrimoni di interesse. E non è nemmeno affarista. E’ un pitocco, d’animo. Un accumulatore seriale. Senza slanci, senza affetti, separato dal mondo e dalla vita, rinchiuso nel suo forziere, insieme ai suoi soldi. I diecimila scudi d’oro sono il suo unico amore. E il timore di averli persi è la sua unica fonte di disperazione. E’ indifferente a tutto il resto. Non esiste altro che il suo tesoro».
L’avarizia è un tratto dell’anima, prima che una predisposizione al risparmio?
«Ma quale risparmio. I tempi che ho vissuto non sapevano che cosa fosse il risparmio. C’era chi accumulava, e chi non aveva nulla. Chi rischiava, come me, finiva anche in prigione quando non riusciva a onorare il suo debito. Mi è capitato di fare qualche settimana in gattabuia, per qualche cambiale non pagata. Ero giovane, ventenne. Avevo il sogno di una mia compagnia teatrale. Volevo fare l’attore e l’impresario. Avevo rifiutato il percorso di mio padre, tappezziere del re. Mi ci vede a tappezzare la corte?».
I soldi l’hanno fatta soffrire?
«Neanche tanto. Dopo la disavventura capii che era presto per fare il salto da solo. Mi disposi a fare l’attore nella compagnia dei primi grandi emuli degli Italiens, che andavano di gran moda in Francia. Inimitabili nelle commedie. E poi alla fine il successo a Parigi, alla corte del re, senza tappezzarla, se non di risate. Ho sempre voluto far ridere, per poter raccontare altro».
Attore, ma anche superbo scrittore. Con un po’ di ritardo anche i suoi connazionali con la puzza sotto il naso hanno dovuto ammetterla tra gli Accademici di Francia. Più o meno cent’anni dopo la sua morte.
«Non esageri con i complimenti. Scrivere è come prostituirsi. Prima lo fai per amore, poi per pochi amici intimi, e poi per denaro».
Il denaro ritorna sempre.
«Sì, la nuova borghesia che cresceva ai miei tempi non pensava ad altro. Tutti i vizi, quando sono di moda, passano per virtù. Il mio “Borghese gentiluomo” - a proposito, in qualche modo ho inventato il musical, altro che americani! – capisce poco, ma paga bene. Ci pensano i suoi soldi a raddrizzare i giudizi del suo cervello».
Comunque, meglio di clero e nobiltà? Questa borghesia avrebbe fatto, un secolo dopo, una bella rivoluzione…
«Ogni cosa ha il valore che le viene attribuito. Della rivoluzione non so nulla. Il mio Re Sole amava divertirsi, vedere canti e balli in scena. Io glieli davo, anche se in fondo mettevo in scena i loro difetti. Qualche volta ho esagerato. Il Tartufo mi costò denaro e scomunica».
Ma in scena fino alla fine. Aveva poco più di 50 anni quando ha rischiato di morire recitando “Il malato immaginario”.
«Sono morto davvero. Vede l’ironia? Non ero malato immaginario. Ero malato veramente. Tubercolosi, credo. Ma non volli sospendere la rappresentazione, per non privare del salario della serata cinquanta poveri operai che non avrebbero avuto che quella giornata per vivere. Sono morto poche ore dopo, tra le braccia di due suore gentili».

 

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