Furbetti sospesi e già rientrati: la stretta anti-104 è troppo soft

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di Nando Santonastaso

La stretta c'è stata ma evidentemente non è bastata. Perché il caso scoperto in Sicilia dei dipendenti pubblici che si fanno adottare da un anziano disabile per ottenere il permesso previsto dalla legge 104; o quelli ormai quasi quotidiani dei furbetti del cartellino, sorpresi a far di tutto fuorché il loro dovere nelle ore di lavoro, dimostrano che in Italia inasprire le norme e le sanzioni non spaventa (quasi) nessuno. Lo dimostrano i numeri: da quando è scattata la legge Madia nei confronti del personale assenteista della Pubblica amministrazione, ovvero dall'estate del 2016, ci sono stati 45 licenziamenti, che non sono pochi considerato che la legge non può essere retroattiva e che i tempi dei procedimenti giudiziari sono spesso un'incognita. Sembra inoltre che le procedure attivate in tutta Italia e ancora in corso siano decisamente molte di più, anche perché solo dalla scorsa estate è stato introdotto l'obbligo per le amministrazioni di comunicare via web la conclusione e l'esito dei procedimenti entro 20 giorni dalla loro adozione. Di sicuro ammontano a parecchie centinaia qualcuno suggerisce 1.600 ma il dato è da prendere con le molle perché non è ufficiale i provvedimenti di sospensione, senza stipendio, che corrispondono alla prima fase dell'intervento sanzionatorio adottato da un dirigente pubblico nei confronti di chi è stato colto in flagranza.

Perché questa differenza? Perché non tutti i casi sono uguali davanti alla legge e perché non tutti i dirigenti ritengono di dover ricorrere alla misura più drastica nonostante il fatto che essa sia espressamente prevista, e dunque imposta, dalla legge. Il decreto anti-furbetti del cartellino stabilisce infatti che il dipendente del Pubblico impiego beccato mentre timbra il cartellino per sé o per altri colleghi di lavoro per poi uscire dall'ufficio e andare a fare la spesa, tornare a casa o impegnarsi in un secondo lavoro può essere sospeso entro 48 ore. Il dipendente avrà a questo punto 15 giorni di tempo per difendersi dalle accuse e altre due settimane per essere giudicato colpevole o innocente. In 30 giorni, insomma, l'istruttoria dev'essere completata: il dipendente nel mirino subisce la sospensione anche dello stipendio ma avrà il diritto di vedersi riconosciuto un assegno alimentare pari alla metà della retribuzione base per non togliere alla famiglia quella che spesso è l'unica fonte di reddito. Se il suo dirigente omette di attivare la procedura diventa egli stesso passibile di licenziamento mentre fino a prima del nuovo decreto rischiava al massimo la sospensione.
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Sabato 7 Aprile 2018, 09:54 - Ultimo aggiornamento: 07-04-2018 13:34
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