Governo, l'allarme Panucci:
«Deficit sull'economia»

Mercoledì 4 Settembre 2019 di Nando Santonastaso
C'è una questione che più preoccupa Marcella Panucci, direttore generale di Confindustria, ed è la perdurante mancanza di una visione e di una chiara strategia per il futuro del Paese. «Per ora possiamo parlare solo di una serie di temi confluiti in una bozza di programma, ma leggendo questo elenco di 26 punti, non si intravede una strategia e soprattutto un piano organico di politica economica», dice. E aggiunge: «Non si parla mai di imprese, né si dice come verranno realizzati gli obiettivi indicati e con quali risorse. Immagino che sarà il discorso programmatico del premier Conte a fare chiarezza».

 

Anche su digitale e innovazione non ci sono molte certezze.
«È così. Non si cita ad esempio il piano Industria 4.0 che resta l'unico vero strumento di politica industriale degli ultimi anni. Non si parla di investimenti privati. Né di rapporto tra università, enti di ricerca e imprese, che invece è decisivo per l'attuazione dei processi di innovazione».
Cosa c'è che per ora vi convince, invece?
«L'ottica europeista. È rassicurante l'approccio pro Europa che dovrebbe comporre la frattura con l'Ue dei mesi passati, anche alla luce della disponibilità della presidente della Commissione e della stessa Lagarde di immaginare un'evoluzione delle regole dei trattati europei in senso più favorevole agli investimenti per la crescita. Bene anche il punto sulle infrastrutture».
E la riduzione del cuneo fiscale, prevista dal programma e a voi così cara?
«Non c'è dubbio che si tratti di un punto importante su cui sembra verranno recepite le richieste unanimi delle parti sociali. È positivo che il taglio del cuneo fiscale sia entrato a pieno titolo nel dibattito pubblico e quindi tra le priorità del futuro governo. Mancano però altre misure perché si possa parlare di un vero piano per il lavoro, a partire dal potenziamento degli incentivi sui premi di produttività, che avrebbe il duplice vantaggio di aumentare le buste paga dei lavoratori e la competitività delle imprese. E serve anche un piano serio per l'inclusione dei giovani nel mondo del lavoro».
Come, Panucci?
«Ad esempio reintroducendo la decontribuzione al cento per cento per le assunzioni di giovani con contratti a tempo indeterminato».
E la riduzione delle tasse? Ora che la flat tax sembra essere stata accantonata sarà più o meno facile abbassare la pressione fiscale?
«La flat tax da noi era stata interpretata come un primo tentativo di ridurre la tassazione sul mondo del lavoro e delle imprese, che per noi resta la priorità assoluta. Bisogna immaginare una riforma del sistema fiscale di carattere complessivo, che usi la leva fiscale in maniera virtuosa per realizzare alcuni obiettivi strategici: sostenere il lavoro, l'innovazione, gli investimenti, la formazione delle persone».
La banca pubblica degli investimenti per aiutare le pmi del Mezzogiorno vi convince?
«Uno strumento del genere esiste già ed è la Banca del Mezzogiorno. Sarebbe meglio lavorare su di essa per potenziarne il raggio d'azione. Ma per il Sud conterebbe ancor più dare continuità alle politiche messe in campo in questi anni. Parlo di Zes, di credito d'imposta per gli investimenti al Sud, che andrebbe reso strutturale. Penso inoltre che in un'ottica di politica economica valida per l'intero Paese bisognerà sciogliere il nodo della riforma delle autonomie regionali. Se ne parla nel programma e andrà affrontata con equilibrio e realizzata per rispondere alle richieste di tre importanti Regioni del Paese».
Un governo ambientalista vi preoccupa?
«L'attenzione all'ambiente non ci preoccupa, al contrario la consideriamo una opportunità, ma attenzione le politiche ambientali possono essere regressive o progressive, a noi piace questa seconda prospettiva. Sì un green new deal, insomma, ma purché sia accompagnato da un progetto di transizione energetica e ambientale dell'industria italiana. Serve un piano 4.0 per l'energia e l'ambiente cioè, che sostenga, attraverso misure ordinamentali, fiscali e finanziarie, gli investimenti delle imprese italiane».
E il salario minimo?
«Per imboccare una direzione più coerente con la visione di imprese e sindacati serve valorizzare il salario minimo contrattuale. In questo senso è positivo che nella bozza di programma si ipotizzi un intervento legislativo sulla rappresentanza sindacale per riconoscere il peso delle associazioni datoriali e sindacali più rappresentative e dunque il valore dei contratti collettivi di riferimento. Questa ci sembra la strada giusta. Poi, immaginare un intervento per i lavoratori non coperti dalla contrattazione collettiva è un'ipotesi sulla quale si può ragionare».
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