Settanta mila posti di lavoro in pericolo per la guerra alle imprese

ARTICOLI CORRELATI
di Francesco Bisozzi

Mettere in discussione circa 70 mila posti di lavoro in un Paese già sull'orlo del collasso pare un azzardo pure per uno come Luigi Di Maio, ministro del Lavoro sui generis, un pò perché non ha mai lavorato in vita sua al di fuori del contesto politico e un pò perché non sembra badare poi molto alle priorità di chi invece un posto di lavoro lontano dai palazzi romani ce l'ha e con ogni probabilità se lo è pure sudato. Oltre ad aver fatto venire la pelle d'oca ai 31 mila dipendenti della «decotta» Atlantia, di cui 11 mila in Italia, senza calcolare gli indiretti, Di Maio tiene ora in pugno il destino di altri 35 mila lavoratori, quelli di Ilva e Alitalia fra interni e indotto, che in questo momento farebbero carte false pur di trovarsi in altre di mani, c'è da scommetterci. In tutto sono dunque più di 65 mila i posti di lavoro messi a rischio dal leader pentastellato con la sua guerra alle imprese, giunta all'apice in seguito alla sberla rifilata alla società dei Benetton.

La scoperta del Reddito: ci sono meno poveri

I NUMERI
Nel caso di Atlantia, i sindacati di settore (di solito cauti) hanno preso posizione: «Non si danneggia così la stabilità di una delle poche aziende solide del Paese». Il pentastellato ha bullizzato Atlantia a mercati aperti: l'anticipazione sulla conclusione del provvedimento amministrativo che potrebbe portare alla revoca della concessione autostradale ha persino spinto la Consob ad accendere un faro sulla vicenda, dal momento che il provvedimento spoilerato è ancora in corso e che il gruppo è quotato in Borsa. Gruppo che, è il caso di ricordarlo, negli ultimi 10 anni ha incrementato il proprio organico del 40 per cento, creando ulteriori 4 mila posti di lavoro. Numeri nei confronti dei quali Di Maio ha mostrato un grado d'indifferenza tale da aver creato sconcerto sia nella Lega («Non devono andarci di mezzo i lavoratori», lo ha redarguito Matteo Salvini) che in Confindustria («la politica deve avere il senso del limite»).

A dirla tutta, l'entrata in tackle del ministro ha sorpreso anche i Cinquestelle: tra loro qualcuno ipotizza che la mossa del leader sia frutto di una strategia studiata a tavolino. L'impressione generale però è un'altra, ovvero che il vicepremier non abbia assi nelle manica e che l'entrata in scivolata sia stata in realtà l'ennesimo scivolone. Come sarebbe l'Italia senza l'Alitalia, l'Ilva e i Benetton? Per quanto riguarda la gestione della rete autostradale, ancora non si sa come si muoverà il governo nel caso venga avviata la procedura di revoca. La demolizione del ponte Morandi si è appena conclusa, ma i ministri M5S che lavorano al dossier ancora non si sbilanciano. Nè è chiaro quale futuro attenda l'Ilva e i suoi 14 mila lavoratori una volta che si sarà concluso il braccio di ferro tra Di Maio e ArcelorMittal. L'ultimatum del colosso dell'acciaio, pronto a chiudere Taranto se non verrà ripristinata l'immunità penale e amministrativa che con il decreto Crescita diventato legge è stata limitata al 6 settembre di quest'anno, ha convinto il vicepremier a fissare un incontro con i vertici dell'azienda il 4 luglio, al quale farà seguito il 9 luglio una discussione sull'accordo di settembre e sulla Cig ordinaria per 1.400 dipendenti. Il ministro spera di cavarsela offrendo ai franco-indiani una serie di tutele alternative, ma le organizzazioni dei lavoratori temono il peggio. Come pure i suoi alleati di governo: la Lega chiede che la sera del 4 luglio, incontrati i vertici del gruppo estero, Di Maio smentisca una volta per tutta la chiusura del più grande stabilimento siderurgico d'Europa.
Risulta sempre più in bilico anche il salvataggio di Alitalia, dopo che il ministro ha chiuso la porta alla partecipazione di Atlantia. I termini per la presentazione delle offerte sono stati prorogati al 15 luglio, ma in seguito al cartellino rosso esibito nei confronti dei Benetton (per la Lega Atlantia costituiva al contrario il partner ideale con cui effettuare il salvataggio) l'operazione si è ulteriormente complicata. Di Maio finora si è limitato a prendere tempo, nascondendosi dietro a incontri interlocutori, come quello in programma il prossimo 3 luglio al quale sono stati convocati i sindacati.
 
Sabato 29 Giugno 2019, 08:37 - Ultimo aggiornamento: 29-06-2019 09:00
© RIPRODUZIONE RISERVATA




QUICKMAP