Shipping, il lento declino dell'invincibile armata di Torre del Greco

Martedì 21 Gennaio 2020 di Antonino Pane

Dal podio tra le grandi flotte d'Europa a fanalino di coda dello shipping italiano. Torre del Greco al capezzale della sua marineria. Il salvataggio della «Rdb» è arrivato in extremis, ma tutto lascia credere che anche il centro decisionale di questa compagnia voli ben oltre il Vesuvio visto che il 75% del gruppo è finito nelle mani della Reuben Brothers che ha nel Regno Unito il suo quartiere generale. La crisi dei noli, finanziamenti attinti in fondi che poco o nulla hanno a che fare con lo shipping, qualche operazione spregiudicata ed ecco, uno dopo l'altro, crac che mai si sarebbero potuti ipotizzare alla fine del secolo scorso.

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La Deiulemar, la Deiulemar Shipping, la Giuseppe Bottiglieri Shipping Company, i Fratelli d'Amato, la Rdb, la Perseveranza di Navigazione, Dimaiolines e tanti altri: a Torre del Greco la parola armamento aveva un solo significato, ricchezza. Navi su navi, mercati in espansione, nuove rotte, acquisizione di conferenze (questa la parola tecnica delle linee tra porti) in tutto il pianeta. E Torre del Greco prosperava insieme ai suoi armatori. In ogni famiglia, si diceva, c'è qualche marittimo o, meglio ancora, su ogni nave ci sono i marinai di Torre del Greco. L'armamento e le navi erano il giusto corollario all'altro grande polo economico di questa città, la lavorazione del corallo.

Il mare, dunque, sempre e comunque. La crescita delle flotte dagli anni 60 agli anni 80 sembrava inarrestabile. Ogni anno il battesimo di una nuova nave, ogni anno si moltiplicavano gli investimenti grazie anche all'attrazione che il settore dello shipping esercitava sui piccoli risparmiatori. Torre del Greco e le sue compagnie di navigazione erano diventate una sorta di «salvadanaio» per i risparmiatori campani. Migliaia di famiglie investivano nei «carati» delle navi, una sorta di azionariato popolare che consentiva agli armatori di capitalizzare senza rivolgersi alle banche. I risparmi venivano raccolti e investiti nella costruzione di nuove navi con la certezza che una volta in attività avrebbero prodotto utili per l'armatore e anche per i risparmiatori. Utili che superavano di gran lunga quelli che distribuivano le banche e così si spiega il flusso di denaro fresco che ogni anno finiva nella disponibilità degli armatori. La fiducia era totale, spesso il deposito avveniva dietro il rilascio di una semplice ricevuta che attestava solo la data e l'ammontare versato. Un virtuoso giro d'affari basato esclusivamente sulla fiducia. A fare da gran cassa erano gli stessi marittimi che, spesso, diventavano finanziatori degli armatori.
 

 

Nei primi anni del nuovo secolo la svolta. La crisi economica e il conseguente rallentamento dei noli cominciò ad aprire falle nei bilanci. La restituzione dei capitali non avveniva più su richiesta ma secondo le disponibilità. Erano i primi segnali di una crisi, diventata in pochi anni, un inesauribile voragine. Giuseppe Bottiglieri, uno dei più noti armatori di Torre del Greco, lo scorso ottobre spiegava così al convegno «Shipping and the Law», organizzato a Napoli dallo studio legale Lauro le tappe della crisi in cui è incappata la sua azienda dopo il 2008. Prezzi elevati delle nuove costruzioni, insolvenza di alcuni noleggiatori, crisi dei noli e negli ultimi anni i nuovi parametri di Basilea II, gli impairment test sulla flotta e i principi contabili internazionali da adottare nella redazione del bilancio 2016 sono nell'ordine alcuni dei fattori citati dall'esperto armatore. «Nessun creditore aveva presentato mai alcuna istanza contro il nostro gruppo eppure siamo stati comunque costretti a chiedere al tribunale il concordato preventivo in continuità», aveva raccontato Giuseppe Bottiglieri. E Bain Capital, con un aumento di capitale da 120 milioni di euro, è diventato il nuovo azionista di controllo della shipping company partenopea che è ancora oggi amministrata da un punto di vista operativo dalla famiglia Bottiglieri. «I fondi con cui oggi lavoriamo sono preparati per molti aspetti ma quando si tratta di affrontare questioni tecniche dello shipping l'esperienza e le competenze di chi ha operato per molto tempo nel settore sono ancora imprescindibili - ha sottolineato Bottiglieri -. Gli investitori istituzionali cercano di massimizzare i risparmi e richiedono massima trasparenza nella gestione e talvolta quindi si fa fatica a lavorare».

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Già, fatica a lavorare. Lo sa beve anche Giuseppe d'Amato (Peppino per tutti), il decano degli armatori italiani, l'uomo che, nonostante i suoi novant'anni continua a lottare per mantenere in rotta la sua flotta nei mari tempestosi della nuova finanza. Una storia, quella di Peppino d'Amato, emblematica per i mari attraversati e per difficoltà affrontate. Tante storie parallele, però, hanno già visto finali completamente diversi: i creditori della Deiulemar sono i più autentici testimoni. 

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