Fiscalità di vantaggio al Sud: il partito del no e i mille pretesti

Giovedì 13 Agosto 2020 di Nando Santonastaso

È un fronte del no strisciante, per ora quasi sommerso. Il Nord che si oppone alla fiscalità di vantaggio per le sole imprese che operano al Sud è un coro di poche voci. Economisti, per lo più, come Sandro Brusco o Alberto Brambilla usciti allo scoperto rispettivamente con un intervento sul Foglio e con un'intervista (ieri) al Corriere della Sera per dimostrare che pessimo affare avrebbe fatto il governo a varare il taglio del 30% dei contributi previdenziali per i lavoratori meridionali contrattualizzati. E poi qualche imprenditore veneto, come l'ex deputato Pd Massimo Calearo intervistato dalla Stampa, l'ex segretario Pd Martina, i rappresentanti dell'Istituto liberale e altri più o meno liberi pensatori in ordine sparso. Ma la sensazione è che la cavalleria, i reparti speciali dell'industria e di un'informazione anti-meridionale a prescindere, siano pronti a scendere in campo, sia pure con una serie di cautele e prudenze, soprattutto politiche e istituzionali, tutt'altro che trascurabili. A partire dal silenzio ufficiale di Confindustria, ad esempio, rotto peraltro sul piano locale dal plauso pubblico espresso al ministro Provenzano dagli industriali siciliani non certo solo per un omaggio alla terra di origine del ministro per il Sud. Di fatto, il sistema delle imprese preferisce tacere a una critica aperta al provvedimento che però rischierebbe di essere lacerante per i suoi delicati equilibri territoriali (il presidente del Consiglio degli affari regionali è il napoletano Vito Grassi). Ma che a viale dell'Astronomia la misura fiscale a favore del Sud piaccia poco, è piuttosto certo. E altrettanto chiaro è l'imbarazzo dei partiti di opposizione all'attuale esecutivo che nel pieno della campagna elettorale per le regionali non possono rischiare lo scontro in campo aperto considerato l'indiscutibile valore in sé del provvedimento e il potenziale ricasco sull'occupazione e la tenuta delle imprese beneficiare.

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LE RISERVE
Ma allora su cosa si appuntano gli strali dei critici? Il nodo politico-elettorale è il più rilevante. Chi discute la fiscalità di vantaggio contesta soprattutto la concomitanza con l'ormai imminente test elettorale, come fa il responsabile economico di Forza Italia Renato Brunetta. Chi si spinge più avanti, fino a gridare allo scandalo in nome di non meglio precisati industriali delle regioni settentrionali, sono due leghisti di lungo corso come l'ex presidente del Senato Roberto Calderoli e Paolo Grimoldi. «Oggi gli industriali settentrionali parlano di razzismo verso le imprese del Nord ha dichiarato quest'ultimo -. Nel Decreto Agosto per le imprese del Nord non c'è nulla. Non aiutare il Nord colpito dal Covid per distribuire soldi nel Mezzogiorno, magari per agevolare la campagna elettorale in Campania e Puglia significa non guardare alla ripresa del Paese e penalizzare le regioni più produttive e paradossalmente le più colpite dal Covid». Calderoli dal canto suo dice che «i territori lombardi, emiliani, ma anche piemontesi o veneti, hanno subito qualcosa di impensabile in termini di perdite di vite umane e di conseguente contraccolpo economico e produttivo, per questo meritano aiuti particolari e agevolati». Peccato che nessuno ricordi allo stesso ex ministro leghista che proprio la singolare attuazione della riforma del federalismo fiscale, da lui stesso sostenuta ma priva dell'indispensabile perequazione per sostenere chi era in ritardo, abbia di fatto agevolato la crescita del divario che oggi la fiscalità di vantaggio si propone di iniziare a colmare. Ne sono ormai consapevoli in tanti, al punto che nella maggior parte dei commenti politici prevale un altro elemento: la necessità di rendere strutturale la misura, come ha detto la leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni nell'intervista dell'altro giorno (e qui sarà decisiva, come raccontato dal Mattino, la trattativa in tre fasi con l'Ue). Un obiettivo peraltro dello stesso governo, che ha previsto 5 miliardi fino al 2029 se da Bruxelles arriverà il via libera. Più complicato prevedere se e quando l'agevolazione contributiva potrà estendersi anche alle regioni del Nord, come lo stesso ex presidente di Confindustria Antonio D'Amato ha ipotizzato «solo dopo però che la misura avrà dispiegato tutti i suoi effetti nel Mezzogiorno».

I NODI TECNICI
Sul piano più strettamente tecnico, i dubbi di Alberto Brambilla, vicino alla Lega, già sottosegretario in governi di centrodestra e soprattutto uno dei massimi esperti nazionali di previdenza, attengono a una «sfiducia di contesto», per così dire. Lo sgravio contributivo sostiene - non è il modo migliore per far ripartire i Mezzogiorno, sia pure nella consapevolezza che l'Italia senza Sud non potrà mai riprendersi. Servono infrastrutture materiali e immateriali, dice Brambilla, che al Sud mancano. «E poi bisogna aggiungere gli ostacoli dovuti alla criminalità», aggiunge. Vero, verissimo: ma forse la migliore risposta a questa immancabile perplessità si può cogliere nelle parole di Gino Sciotto, presidente nazionale della Fapi, la Federazione autonoma delle piccole imprese: «Nord e Sud devono aprirsi a una sana competizione sulla produzione e sulla crescita. Il Paese deve uniformarsi sul piano economico, consentendo a tutti i territori di avere le stesse possibilità di sviluppo. L'impresa con sede a Milano deve godere delle stesse opportunità di quella con sede a Palermo». Chiaro e semplice.

Ultimo aggiornamento: 18:39 © RIPRODUZIONE RISERVATA