«Cerco bravi sarti prototipisti, da sette mesi non riesco a trovarli»

Martedì 9 Luglio 2019 di Francesco Pacifico
«Purtroppo, sia nelle famiglie sia nel mondo della scuola non si è ancora compreso che soltanto tutelando delle tradizioni e delle eccellenze, come la moda, si crea lavoro». Carlo Casillo, patron della Push di Nola (fatturato da 10 milioni di euro, 40 dipendenti e prêt-à-porter di gamma medio alta venduta in tutta Europa, Usa, Cina ed Emirati Arabi) da circa 7 mesi sta cercando dei prototipisti. Ma senza successo.

Un'azienda di abbigliamento non trova sarti, incredibile.
«Io cerco prototipisti, non semplici sarti e sarte, ma artisti capaci di cucire un abito dall'inizio alla fine, di dargli la vestibilità, di fare un pezzo unico dal quale si faranno i modelli da mandare in produzione. Pur avendone già sei, ne vorremmo prendere stabilmente due, più un altro paio a livello stagionale in concomitanza con il lancio delle nuove collezioni».
 
Come sta andando la ricerca?

«Male. Sono sette mesi che ho aperto questa posizione e finora si saranno presentati in quattro. Ne ho anche provato un paio, ma abbiamo visto che non avevano la predisposizione richiesta. Perché questa è un'attività nobile per un'industria della moda che punta sulla qualità. Il prototipista, uomo o donna che sia, fa soltanto una parte del processo produttivo, ma è uno dei punti più delicati. Bisogna essere molto precisi, sensibili nella cura dei particolari e nel gusto, avere una mano ferma nelle cuciture, ma contemporaneamente morbida perché si lavora con tessuti leggeri, spesso sete».

Perché non li trova?
«Perché i prototipisti bravi in circolazione si possono contare sulle dita di una mano. È un mestiere che s'impara dopo sei o sette anni a cucire. Contemporaneamente il sistema formativo non è in grado di garantire un ricambio. Noi offriamo un contratto a tempo indeterminato con periodo di prova, un salario che in base all'anzianità oscilla tra i mille e i 1.500 euro netti più le gratifiche, per un'attività che impegna massimo sei ore al giorno. Sto anche spingendo nel consorzio Asi per creare un asilo nel comprensorio Cis Interporto. Non poco e non male per il nostro territorio. Invece per qualcuno questo è un lavoro faticoso, modesto, al limite della rispettabilità».

Addirittura?
«Purtroppo dobbiamo scontrarci con due diversi effetti. Il primo è che a partire dalla crisi del 2008, molte famiglie si sono viste scoraggiate dalla congiuntura e hanno pensato che il settore della moda e del tessile fosse maturo, destinato a soccombere di fronte alla concorrenza cinese. Molti genitori non spingono i figli a intraprendere questo mestiere, molti mariti e molte mogli, consigliano al coniuge se impegnato in questo campo, di trovarsi un altro lavoro. E faccio notare un altro aspetto».

Quale?
«Io ho bisogno di gente esperta, che mi aiuti all'interno della fabbrica a formare dei giovani. Quindi non ho problemi ad assumere quarantenni e cinquantenni, che in questo momento sono tra le fasce di lavoratori più colpiti dalla disoccupazione. Dal punto di vista sociale non è poco».

L'altro effetto con il quale dovete scontrarvi?
«Non è un lavoro povero, ma un mestiere che si fa con tanta, tantissima passione. Bene, per valorizzare l'attività e la tradizione sarebbe importante che ci fosse un sistema scolastico capace di formare i giovani. Invece i nostri istituti professionali danno soltanto un'infarinatura di base, senza svolgere prove pratiche e alcun contatto con il mondo delle imprese».

Non esistono Its ad hoc?
«Noi siamo presenti nell'Its Alta moda Campania nato su iniziativa di Michele Lettieri, anche qualificare i prototipisti. Ma io mi interrogo sui pochissimi istituti professionali che si occupano di materie tessili: se io fossi il preside di una di queste realtà, chiamerei gli imprenditori del settore come per parlare agli studenti, per fare consulenza e spiegare come possono dialogare scuola e imprese, visto che le due cose non possono non andare di pari passo».

Qualcuno l'ha mai chiamata?
«No, nessuna scuola mi ha mai contatto. Casomai sono stato a chiedere a qualche amico preside di poter parlare con gli studenti. Chi fa l'alberghiero, per esempio, si iscrive sperando di ripetere le gesta di un Cannavacciuolo. Lo stesso si potrebbe fare con la moda, perché se i ragazzi venissero a contatto con degli imprenditori di successo, allora potrebbero trovarsi di fronte a dei mentori e scegliere un settore che può dare tante soddisfazioni». Ultimo aggiornamento: 10:31 © RIPRODUZIONE RISERVATA