Banche, Opa Agricole-Creval, il risiko accelera: a Sondrio già scalpita un cavaliere bianco

Mercoledì 2 Dicembre 2020 di Rosario Dimito
Il nuovo centro servizi green del Credito Valtellinese a Milano

C'è chi ricorda la coincidenza temporale con l’inverno 1994, quando il Credito Italiano guidato da Lucio Rondelli, supportato dalla Mediobanca di Enrico Cuccia, lanciò l’Opa sul Credito Romagnolo. La Cariplo, allora pilastro della finanza cattolica, ingaggiò un duro braccio di ferro culminato in una contro-Opa, risoltasi a tavolino a favore del Credito Italiano con una decisione Consob che ha fatto discutere. Al netto dei cambiamenti profondi nel frattempo intervenuti e degli effetti del Covid, il blitz del Credit Agricole con l’Opa sul CreVal di lunedì 23 novembre, secondo alcune banche d’affari potrebbe riproporre uno scenario simile a quello di 26 anni fa. Da segnalare che poco dopo quel blitz, sempre con la regia di Mediobanca, la Comit tentò di conquistare Ambroveneto guidato dal cattolico Giovanni Bazoli: il tentativo fallì, ma fu chiaro a tutti che le due finanze, quella laica e quella cattolica, che fino ad allora avevano convissuto, erano entrate in rotta di collisione marcando un periodo di alti e bassi che sarebbe durato un decennio.

Advisor in campo

Quel conflitto è ormai storia, e non ha più senso riproporlo oggi. E tuttavia certi segnali registrati a Sondrio fanno ritenere che lo scontro bolognese del ‘94 potrebbe in qualche modo rivivere oggi con motivazioni più segnatamente territoriali. L’Opa «amichevole» lanciata dall’Agricole non ha convinto il management del Creval guidato da Luigi Lovaglio, che la definisce «inaspettata e non concordata» nonostante l’offerta di 10,50 euro per azione incorpori un premio del 21% sulla quotazione di Borsa della seduta precedente il lancio dell’Opa e del 52% sulla media dei sei mesi. Tra gli scenari che a Sondrio si vorrebbero esaminare assieme agli advisor Bofa Securities, Mediobanca e Intermonte Sim, ci sarebbe il ricorso a un cavaliere bianco che potrebbe proporre una fusione “domestica” con la Popolare di Sondrio, sempre che l’Antitrust nulla abbia da eccepire; oppure la chiamata in soccorso di un partner estero: i nomi che girano sono quelli di SocGen, Natixis, Bbva. «Non ci sarà rilancio» ha detto Giampiero Maioli, ceo dell’Agricole Italia di fronte al titolo balzato fino a 11.50 euro. C’è da credergli? Anche Carlo Messina assicurò che non si sarebbe mosso, , salvo dover alzare la posta a tre giorni dal traguardo anche perché, rispetto al momento dell’annuncio, il Covid aveva cambiato i parametri. Che farà l’Agricole? Manterrà la posizione? Oppure Maioli cederà? D’altro canto, crescere si deve: è ormai un imperativo assoluto in tutta Europa, se si vuole sopravvivere. Lo impongono la congiuntura dei tassi negativi e l’avvento del fintech che capovolgerà il tradizionale modello di business. Dunque, obbligati a crescere anche per razionalizzare i costi, riducendo i dipendenti, assumendone di nuovi ma più specializzati, in modo da investire con profitto in tecnologia. Per non dire delle attività core, con l’ampliamento del portafoglio clienti cui vendere polizze, gestioni patrimoniali, piccoli prestiti e guadagnare sulle commissioni. A ciò si aggiunga la moral suasion della Bce, che in caso di fusione ora consente di trasformare il badwill in capitale da utilizzare per coprire le rettifiche di valore anche su crediti. E che dire del Tesoro che consente di utilizzare le Dta (i crediti fiscali) per dedurre fino al 2% degli attivi nei merger dopo l’1 gennaio 2021? E che dire della stimata crescita degli Npl a causa della crisi delle imprese? Sono 100 miliardi di crediti marci in più secondo le stime.

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Castagna in manovra

La mossa del Credit Agricole, che punta entro maggio alla fusione tra le attività bancarie italiane e il Creval, avrà come risultato un istituto con una quota di mercato del 5%. E se si considera che la soglia ideale per stare in Europa è individuata nel 20%, ben si comprende quanto sia importante questa acquisizione per la banca francese. Per di più in presenza di un risiko bancario che ha ripreso vigore (si pensi anche alla fusione annunciata in Spagna fra Caixa e Bankia) e dove un po’ tutti sono in manovra, peraltro assai meglio posizionati di Agricole Italia che pure ha fatto otto acquisizioni grazie a Maioli, divenendo il settimo polo italiano. Basti osservare che Unicredit conta su una quota di mercato pari all’11%, il Banco Bpm ha il 7,4%, Bper il 6,5% contabilizzando i 620 sportelli in arrivo da Intesa-Ubi, e Mps il 6,2%. Solo Intesa Sanpaolo, dopo l’acquisizione di Ubi, ha raggiunto la soglia del 20%, che per il momento dovrebbe escluderla da altri merger. Ciò di sicuro non vale per Banco Bpm, che ha aperto le porte a una potenziale combinazione con Bper, dopo un’iniziale freddezza: con Carlo Cimbri e Alessandro Vandelli, ci sarebbero stati colloqui avvenuti dopo l’incipit di partenza del capo di Unipol, primo socio a Modena. Per non dire di Mps, divenuta snodo cruciale perché dopo la nazionalizzazione del 2017 costata 8,8 miliardi (5,9 del Tesoro), nel 2021 andrà riprivatizzata: il Mef guarda a Unicredit ma anche dopo lo strappo con Mustier lunedì 30 novembre, il cda mette paletti per prenderla in esame. Dal risiko ormai in accelerazione non sono esclusi Carige dove Ccb, nel prossimo anno, dovrebbe esercitare l’opzione comprando (magari con un altro sconto) la quota del Fitd; e Mcc, protagonista del salvataggio della Popolare di Bari: l’ad Bernardo Mattarella dovrà infatti dare seguito al mandato del Tesoro di creare un polo nel Sud e già ora avrebbe messo nel mirino un istituto napoletano in affanno: la Banca regionale di sviluppo.

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Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre, 14:09 © RIPRODUZIONE RISERVATA